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L’arciprete e la sfida del demonio

Nel lontano 1664, Don Giuseppe Valentini, dottore in teologia, fu nominato arciprete di Salve.
Durante  i primi anni  del suo sacerdozio, si prodigò per il completamento dei lavori nella Chiesa Parrocchiale, dando fondo a tutte le offerte del popolo e alle sue risorse personali.
Il suo sogno, però, quello di arredare il coro che, ai tempi, si trovava dietro l’altare maggiore, di sedie, genuflessori, appoggi e quant’altro, rimase inconcluso, non trovando altri fondi da cui attingere denaro…

…era da poco finita la costruzione della Cappella della Madonna di Loreto, sotto le Fogge. Ogni sera, Don Giuseppe era solito recarsi in quel luogo di preghiera per passeggiarvi, e porgere un saluto alla Madonna a cui era tanto devoto.
Una  di quelle sere, remote oramai, verso l’imbrunire, Don Giuseppe passeggiava raccolto in preghiera e con animo un po’ afflitto…quando, tutto d’un tratto, un uomo, bello e ben vestito, gli si parò davanti.

Don Giuseppe rimase alquanto sorpreso nel vederlo, non essendosi accorto della sua presenza sino a quel momento. Lo sconosciuto, notando lo stato d’animo pensieroso  e un po’ afflitto del nostro arciprete, gli chiese, con fare molto cordiale, il perché del suo avvilimento.
Don Giuseppe, con la fiducia e la benevolenza che lo contraddistinse, senza domandarsi chi fosse e donde venisse gli confidò che la ragione del suo malumore era dovuta al non poter terminare la costruzione del Coro.
Il forestiero stette lì ad ascoltarlo fino alla fine, dopodiché, lodando lo zelo del nostro parroco, gli promise di offrirgli la somma di cui necessitava per l’acquisto del legname:

“Attendetemi domattina – gli rispose- verrò personalmente a portarvi i denari”

La notte passò velocemente, ed una nuova alba illuminò il giorno. Don Giuseppe era in casa, già sveglio, quando si sentì chiamare dalla voce dello sconosciuto che lo aspettava sul pianerottolo della scala. Si affacciò dalla porta e lo invitò a salire.

“Vengo arciprete, vengo… – rispose lo sconosciuto- ma prima, togliete dalla parete Sant’Antonio ed Ignazio”

Sant’Antonio ed Ignazio erano proprio i due quadri dei santi che Don Giuseppe teneva appesi al capezzale del suo lettino.
L’arciprete trasalì, intuì chi in realtà quel giovane forestiero potesse celare dietro quella tanta bellezza e generosità. Ma, rispose:

“un momento..che vi accontento subito”

“nel 1670 don Giuseppe Valentini, venerabile e venerando arciprete, fece ed adornò il Choro di questa chiesa, e poco avanti si aveva adoperato fosse disposta in oro la statua del Santo Protettore.”

Così scrisse il Tasselli, contemporaneo dl nostro arciprete.

Allora vien da chiedersi…il nostro parroco non riuscì a resistere alla generosa tentazione  del malefico demonio, lui,  tanto devoto alla Madonna, disposto, per assurdo, a corrompere la sua fede proprio per rinforzarla?

“uomo santo e di grande esperienza, uomo santo e famoso”

Così si scrive di lui nello zibaldone (1750).

Eccovi la risposta, cari lettori: no, Don Giuseppe non sarebbe mai sceso a compromessi, mai!

Il parroco uscì sul terrazzino, e voltosi verso colui che era lì pronto a prendersi la sua anima, estrasse, con infinita fede e maestosa ritualità, la Croce che sempre l’accompagnava.
Orribili gemiti e lamenti di atroce dolore accompagnarono uno scoppio che fece seguito all’atto del parroco: il demonio si dissolse nel nulla lasciando sul gradino dove s’era fermato, l’impronta dello zoccolo.

Questa è la leggenda che si è tramandata, tuttavia bisogna aggiungere che i denari occorsi per l’acquisto del legname  provenirono in parte dall’onorario percepito dal nostro arciprete  per le prediche di un quaresimale fatto nel vicino comune di Specchia. Il resto fu offerto dal popolo.
Il coro era composto di ben 50 sedie, con rispettivi appoggi e genuflessori ed erano divise in due piani: 17 nel piano basso e 33 nel piano alto. Nel mezzo del piano basso vi era il  “lettorino” per i voluminosi libri del canto Gregoriano, con la sedia del primo cantore, e lateralmente due altre sedie per gli antifonari; al centro del piano alto v’erano la sedia e l’appoggio, separati, per il parroco, con relativo genuflessorio coperto da un cornicione che sporgeva in fuori come in un piccolo trono, mentre l’intero coro venne fornito di ampia spalliera  snellita da riquadrature e coronata da una cornice.
Al piano di sopra si accedeva alle due parti estreme tramite tre gradini in legno.

Nel 1931 un incendio ne distrusse una parte ed invece di ricostruirla con il contributo d tutto il paese, che non sarebbe certamente mancato, il parroco di allora preferì togliere anche la parte rimasta per adibirla ad altro uso.
L’incendio distrusse anche una costa del redentore coronata di spine, opera lignea pregevolissima, che stava al di sopra della cornice  della finestra centrale murata.

Durante l’arcipretura di Don Giuseppe furono costruite sotto la sua cura diverse cappelle.
Morì giovane, a 45 anni, il 24 dicembre 1679 con immenso dolore di tutto il popolo Salvese.

Sandra Sammali

BIBLIOGRAFIA:

“Salve miti e leggende”, edizioni Vantaggio


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