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Stefano Coppola, poeta morto suicida a trent’anni

Stefano Coppola, fratello maggiore di due sorelle (Paola e Chiara), nacque a Roma il 16 settembre 1951 da Waldemaro, primario chirurgo dell’ospedale civile, salentino di Lucugnano, frazione del Comune di Tricase (Lecce), e da Anna Maria Baioletti di Perugia.

A sette anni seguì la famiglia, conforme alla carriera paterna , a Pisa, negli anni dal 1958 al 1959, e a Roma, nel gennaio del 1960. Frequentò la scuola elementare e la prima media al Tasso, poi fino al luglio 1962 fu a Lucca. Qui completò il liceo scientifico nell’Istituto Vallisneri. Nel contempo studiò musica prendendo lezioni dal suo maestro di tromba, che gli morì poco dopo averlo assistito all’Ospedale nella crisi terminale; quello strumento è ricordato in una poesia; si licenzia diciassettenne nel luglio del 1963.


L’anno prima aveva compiuto un viaggio in Inghilterra, di grande momento, giacché costituì la prima esperienza del tentativo, sovente rinnovato e strozzato, d’affrancamento e autonoma conoscenza d’altri modelli; ma soprattutto segnò il probabile cominciamento della scrittura di meditazione e poesia, testimoni alcune lettere ad amiche. Una certa anglofilia traspare da molti nomi d’autori di lingua inglese nella lista dei suoi libri scelti. Infatti, vi ritornò dopo essersi iscritto alla Facoltà fiorentina di Architettura con richiesta al padre d’un anno di riflessione. Qui si esacerbò il carattere introverso, con l’alibi delle molte inclinazioni, cercando fuga e salvezza nell’arte dello spettacolo. Sperò di potersi iscrivere alla Facoltà londinese di Scienze Politiche per la regia cinematografica, aspirazione frustata a causa dei posti limitati e della domanda presentata in ritardo.

Comunque, nel ’70 partì per Roma al seguito del regista Venturini; rimase ivi per sei mesi di prove senza esito. Il suo rigore e la sua intransigenza non collimarono con quell’arte e costume di vita romani.

Con delusa apatia ripiegò su Architettura, pendolare tra Lucca e Firenze per due anni. Frequenza e buoni esami, diligentemente, col suo rischioso “coraggio di vivere”.

Il quinquennio 1970 – 1975 resterà centrale per la vita e la poesia, nella quale si celebra la rivalsa e la catarsi della stessa vita. Anzitutto, la intima partecipazione alla contestazione studentesca, essendogli vicina e testimone la sorella Paola, iscritta alla stessa Facoltà.

Nel ’76 cominciò a preparare la tesi di laurea su un tema comparatistico di grande interesse e impegno: “Sui rapporti del mondo occidentale con Bisanzio e l’Islam, sulla storia delle città e i rapporti tra economia e cultura”. Ma lo tentava sempre il demone della regia; per un esame di architettura progettò un cortometraggio, del quale resta una bobina.

A 27 anni prestò servizio militare a Caserta.

Stefano Coppola era un bel giovane, elegante, affabile, sportivo, estroverso nella scena mondana, geniale dilettante perfezionista: esercizio di vari strumenti musicali, disegno e industrial design, ebanisteria, accennata regia cinematografica e teatrale, e azione di attore, fotografia, cucina, ecc., ecc.

Godè e sofferse, sino alla macerazione in alcune lettere strazianti, folta amicizia e compagnia femminili secondo i molti nomi che ricorrono nei componimenti lirici in forma epistolare o solo evocativa. Gli fu vicina, in particolare, dal ’75 una ragazza lucchese, Alessandra Martini, architetta come Paola, che raccolse le carte del poeta; a lei, e anche a Maria Teresa Coppola, si devono notizie specifiche sul carattere complesso e difficile, estroverso mondano e interiorizzato, delicato e violento. Ella assistette al suo lento e inesorabile ripiegarsi in se stesso.

Negli ultimi 25 giorni precipitò il risentimento fisico-psichico in un profondo e cieco malore per graduale saturazione di anni di lotta e di abbandono. Furono i 25 giorni, nei quali volle staccarsi dall’amata compagna e ritirarsi nella casa materna lucchese, ivi serrato e aggirandosi assente ed attonito.

L’11 aprile 1981, a soli 29 anni e 7 mesi, decise di terminare il suo cammino, ultimo accadimento annunziato anch’esso nel filone del canzoniere di preparazione alla morte e intenzionale metamorfosi.

Stefano Coppola è seppellito nel cimitero di Lucugnano, frazione di Tricase.

Così si espresse, fra l’altro, il prof. Oreste Macrì, critico di fama internazionale e studioso di Stefano Coppola:

“Vogliamo dire che Coppola fu poeta nonostante l’immane travaglio psico-fisico o viceversa, che consumò e abbatté una creatura leggiadra, forte e serena; con il ‘nonostante’ accenniamo all’ombra dell’altro o sosia infernale-notturno, in cui si era coagulato il negativo parodistico della rivolta e del bramato riscatto dell’uomo dal Male  e dalla Città… (…) Raffigurò la propria creatura naturale nel suo ‘cavaliere per il Salento’, nell”angelo’, nel ‘principe divino’ , nella imago del fanciullo rigenerato dalla madre eterna, fingendo di cedere, sconfitto, la propria spoglia mortale. Né ebbe timore del sentimento, commisurato con l’autoironia; ad esempio, la titanica mitopoiesi con calcolato rischio crepuscolare larmoyant dove si configura un lucido fantasma palazzeschiano-laforguiano: oh mio povero Tantalo/ vestito d’argento/ con lustrini delle tue lacrime/ stringi piano/ i miei fianchi […]”.

Per quanti volessero approfondire la conoscenza su Stefano Coppola si consiglia il volume: Stefano Coppola poesie scelte. Edizione e studio introduttivo di Oreste Macrì, Lecce, Piero Manni editore, 1992, disponibile presso la Libreria dell’Iride, Piazza Principessa Antonietta, Tricase.

Francesco Accogli


Un commento su “Stefano Coppola, poeta morto suicida a trent’anni

  1. salvatore bello ha detto:

    Ignoravo questa singolare figura di poeta che ha interessato la critica più attenta alla nostra terra salentina. Di Stefano Coppola non sento parlare affatto e ignoro se la sua piccola patria dove è sepolto, Lucugnano, sia solita commemorarlo.

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