Antonio (Tonio) Buffo: Educatore, Artigiano e Operatore culturale | Salogentis
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Antonio (Tonio) Buffo: Educatore, Artigiano e Operatore culturale

Il 15 dicembre 2009 ricorrerà il sedicesimo anniversario della scomparsa (15 dicembre 1993) di Antonio (Tonio) Buffo che nacque in Tricase il 22 luglio 1925, da Adolfo e Maria Lucia Dell’Abate.

Tonio è morto prematuramente all’età di 68 anni, vissuti sicuramente con forte impegno professionale ed umano. Siamo consapevoli di non dire niente di nuovo se ricordiamo, prima a noi stessi e poi agli altri, le doti di uomo completo ed interdisciplinare. Egli è stato, nei diversi settori d’interesse, un esempio da imitare e da non dimenticare.

Il presente ricordo vuole essere un segno tangibile del suo instancabile impegno e della sua appassionata capacità di educatore per aver saputo infondere a numerose generazioni di alunni l’amore per la conoscenza della storia locale e l’interesse per la cultura popolare. Tonio Buffo è stato un attento operatore culturale, un cittadino esemplare, un figlio illustre della città di Tricase che con pazienza, con modestia e con riservatezza ha contribuito non poco alla sua crescita sociale e culturale.

Tonio nel 1943 conseguì il diploma di Insegnante elementare presso l’Istituto Magistrale di Lecce.  L’anno dopo iniziò ad insegnare. Nel 1955 vinse il concorso ed entrò in ruolo presso la Scuola Elementare di Gagliano del Capo; ma, trascorso un anno, si trasferì a Tricase presso la Scuola Elementare di via Roberto Caputo.

Sempre nel 1955, 16 aprile, sposò Marina (Rina) Citto, collega e poi moglie paziente che gli darà due bellissimi figli: Adolfo e Rosanna.

Volendo sintetizzare, ci sono tre settori fondamentali nei quali Tonio Buffo è stato un vero Maestro: la Scuola Elementare, l’Artigianato e la Cultura popolare.

A questo punto mi piace riportare quanto scritto dal prof. Donato Valli, cognato ed estimatore di Tonio Buffo.

La sua gioia di maestro, quasi sempre sottovalutato se non addirittura irriso per la sua disomogeneità pedagogica che spesso metteva in crisi la didattica codificata e le astrazioni teoriche dei pedagogisti, era quando poteva recuperare un emarginato, dare dignità ad un portatore di handicap, portare l’intera classe senza distinzione di censo e di ceto, di intelligenti e di ritardati, ad un eguale livello di apprendimento, ad un eguale comportamento di solidarietà e di affetto. Le sue classi furono sempre, per così dire, di risulta, perché costituite dagli alunni meno privilegiati, più discoli, e più indigenti. Ma tutti egli conquistava con la sua bontà, la sua dedizione, il suo sorriso.

Non c’era un programma in tutto ciò, ma un istinto naturale: era uno di quegli esseri sui quali la Provvidenza si compiace di concentrare i suoi doni proprio perché essi non hanno l’alterigia per inorgoglirsi, l’animosità per lottare e vincere, la presunzione per dominare e sopraffare. Sono esseri che cominciano sempre dal basso, che non cercano applausi, non anelano a piedistalli. Hanno un cuore umano al quale ubbidiscono docilmente. In più Antonio Buffo aveva il senso della armonia delle cose, riusciva a penetrare con la razionalità di un pensiero geometricamente conformato nel nocciolo delle anime e degli oggetti, laddove essi si concedono inermi alle carezze degli uomini e si aprono docili al loro sorriso.

Non meno interessante e piacevole è quanto precisato dal prof. Valli in merito alle sue doti di artigiano: Antonio era estroverso, mite, istintivamente geniale. I suoi interessi non avevano limiti di contenuto, sia nella prassi che nella creatività. Ricordo, ad esempio, accumulati nella casa paterna una serie di libroni popolari, composti di dispense, amorosamente rilegati (naturalmente era una accuratissimo rilegatore di libri, attraverso telai da lui stesso costruiti con piccole novità tecniche): erano volumi per l’apprendimento delle lingue, spagnolo, francese, tedesco, inglese. Intendeva spaziare per l’universo delle conoscenze perché gli era innato lo spirito dell’avventura interiore e dell’invenzione pratica.

Non ci sono strumenti, meccanismi, congegni, utensili, anche delicatissimi che, passando attraverso il suo uso, non abbiano ricevuto l’attenzione della sua intelligenza, l’aggiunta di un espediente tecnico che ne migliorasse la funzione e ne semplificasse le operazioni. Tutto ciò che era meccanico non aveva segreto per lui: non solo l’orologio della piazza grande di Tricase, ma tutti gli orologi di ogni luogo e di ogni età, dai più eccentrici ai più rari, sotto il suo sguardo si addomesticavano, sotto il suo tatto guarivano dei loro difetti. I possessori accorrevano disperati da ogni paese della provincia e se ne ripartivano sorridenti, rasserenati.

Ci fu un periodo in cui amava assistere alle partite di calcio della locale squadra. Nel campo sportivo non c’erano posti a sedere, bisognava restare in piedi per tutta la partita. Ma non lui: troneggiava seduto su uno sgabello di sua invenzione che poteva essere accorciato, allungato, piegato e portato al campo come una banale piccola valigetta. Le finestre di casa erano malsicure ed esposte alle offese dei possibili ladruncoli? Eccoti inventato un sistema invisibile, maneggevole, che ne impediva l’apertura e lo scasso in caso di assenza dei proprietari. Bisognava rinfrescare o riverniciare porte e finestre di casa? Niente pennelli e barattoli, ma un sistema originale e semplice di aspiratori-spruzzatori adattato in modo che la pittura non presentasse macchie, grumi, intensità o rarefazione di colori; tanto che, passando la mano sul legno a lavoro compiuto, si aveva l’impressione di accarezzare un panno di velluto o di raso.

Gli artigiani gli volevano bene, lo ammiravano. La sua perfezione tecnica di tagliare e limare il legno aveva raggiunto un punto tale di perfezione che quella volta in cui decise di costruire una cassettiera, dovette pensare ad un congegno di sfiatatoi perché l’aderenza del singolo cassetto alle pareti del mobile era di tale precisione da non consentire la chiusura contemporanea di tutti i cassetti…

Un ultimo ricordo: quando la malattia lo costrinse alla immobilità sulla poltrona perché non poteva respirare se non attraverso l’ausilio della bombola ad ossigeno, ideò e costruì un sistema di canalizzazione tra le varie stanze così efficiente da consentirgli di alimentare senza fatica il suo respiro in qualsiasi punto della casa egli si trovasse.

 

Ed ancora per completare il nostro discorso, in merito al contributo fondamentale per la cultura popolare, il prof. Donato Valli precisa: Voglio dire con ciò che egli non fu solo un grande maestro di scuola innovando profondamente i sistemi di insegnamento, né solo l’appassionato ricercatore della memoria antropologica della nostra gente, né solo il raccoglitore di documenti attraverso le tecniche della fotografia, della ricostruzione, del lavoro di gruppo, né il magico affabulatore sociale che fece rivivere il passato con la poesia popolare e con la musica; ma fu soprattutto la testimonianza vivente della integrazione delle conoscenze, della intersecazione dei saperi, della complementarità di nozione e prassi, di umanesimo e tecnica. Egli fu tale nei comportamenti quotidiani: senza sforzo e senza ostentazione.

Mi piace concludere questa breve nota su Tonio Buffo con due ultime precisazioni: la prima è riferita all’incipit di un suo lungo articolo pubblicato sulla rivista “Lu Lampiune” nell’agosto del 1988 dal titolo “La storia degli ultimi narrata da chi l’ha vissuta” (“Gli Ultimi”: un gruppo musicale folk creato da Tonio Buffo con il compito di recuperare le vecchie canzoni popolari). Ecco quanto affermato da Tonio: “Se qualcuno prima del 1976 mi avesse predetto che sarei divenuto un buon fotografo e che le mie fotografie sarebbero state esposte in permanenza e pubblicate sui giornali, riviste e libri; se qualcuno prima del 1977 mi avesse predetto che avrei fondato, diretto e patrocinato un gruppo folkloristico; se qualcuno, ripeto, mi avesse predetto tanto, mi sarei messo a ridere perché niente sapevo dell’arte di fare fotografie, ero completamente stonato e quindi assolutamente negato alla musica e al canto.

Eppure tutto ciò si è avverato e mi trovo coinvolto in polemiche e critiche.

Tutto questo per colpa dei tanto criticati Decreti Delegati che concessero ai maestri maggiore libertà nel metodo d’insegnamento e nella elaborazione e nello svolgimento del programma scolastico”.

L’ultima precisazione, per non essere lungo e noioso, è riferita alle oltre cento canzoni popolari che Tonio Buffo aveva recuperato, catalogato e ordinato e che, grazie al  gruppo folk de “Gli ultimi”, furono cantante in diverse piazze della provincia di Lecce. Di questi canti popolari riporto solamente “A Tricase“, canzone con la quale si apre il volume dedicato a Tonio e curato da Francesco e Donato Accogli, Edizioni dell’Iride, Dicembre 2003, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa.

A  TRICASE

A Tricase, nel bel mare,

le dolcezze della vita puoi provare.

Ti si fa sereno il ciglio,

anche se il sole non ti fa restare un giglio.

Ci ritorni tutti gli anni

per scordarti delle pene e degli affanni.

Ma se scapolo ci vai,

corri il rischio di partire con i guai.

Di Tricase, la marina,

è la più gioconda d’ogni spiaggia salentina.

Ti si fa piccino il cuore

quando t’accorgi che precipitan le ore.

La saluti da lontano,

mentre l’auto riguadagna l’altopiano.

O Tricase, incantatrice,

chi ti lascia non può vivere felice.*

*Sembra che questo canto sia stato scritto da un militare forestiero di stanza a Tricase durante la II Guerra mondiale.

Francesco Accogli


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