Home » Tradizioni e Folklore del Salento » I riti della Settimana Santa nel Salento

I riti della Settimana Santa nel Salento

La settimana Santa, sentita in tutta la Cristianità in quanto ricorda e celebra gli episodi degli ultimi giorni di vita terrena di Gesù, prima di essere crocifisso in attesa delle resurrezione, momento in cui festeggiamo la nostra Pasqua.

In diversa misura tutti i comuni italiani celebrano questo evento così importante per la nostra religione. Nel Salento molte di quelle che erano tipiche manifestazioni del periodo pasquale sono andate via via a sbiadirsi con il tempo. Tutti vanno di fretta, la curiosità si spegne e molte delle cose che usiamo fare sono solo frutto di abitudini trasmesse magari dai nostri nonni. Ma cos’era davvero la settimana Santa per i salentini? Riviviamola insieme riportando di pari passo una composizione di Giuseppe Pisanelli, pubblicata in Divagazioni nel 1986.

PREMESSA

Cu pozzi cuntare de Pasca,

tocch’eggi primu cristianu,

ci tale nnu sinti,

e meiu cu cunti de menu.

faci chiù bedda figura

se l’odiu ca teni ntru core

lu sfoghi su mammata e sirda

oppuru su fravata e sorda.

Ci poi lu tata e la mamma,

le soru e lu frate nnu tteni,

la poti piare cu ciunca

t’ha fattu chiui vestia cca ommu.

Le vestie soltantu, se sape,

su pronte cu mminene croci

alli stessi patruni ca vannu

cu portene a idde manciare.

Nella Premessa si mette in luce come l’aspetto della Pasqua debba essere vissuto intensamente con il proprio spirito per poterne godere a pieno il significato mentre, nella seconda parte, i Consigli, si mette in luce  come sia facile scrivere sommarie informazioni su culti e tradizioni pasquali tramite il semplice “ho sentito dire…“. Non si possono conoscere a fondo delle tradizioni se prima non le si è vissute veramente.

CONSIGLI

Ci va scrivennu pè sentitu dire,

sbaja doi fiate, senza se ne’ncorge:

prima percè nnu se lu ddumannatu

dice veramente cose giuste;

poi, pò darsi ca cu ll’acu tou

vole sse caccia ffarche spina sua,

e, tie, comu nnu minchia vai scrivennu

contru li previti e contru u Patreternu.

Ammenu sessantanni tocca teni

cu pozzi ricurdare certe usanze;

ci scrive ste parole ormai li tene

e bene o male tocca cu llu senti.

Usanza molto radicata ed ancora in uso è quella di realizzare dei panarreddi, ossia una piccola treccia, ottenuta con foglie di palme,  contenente dolci, cioccolatini, caramelle e così via. Si preparavano in attesa della domenica delle palme, giorno in cui i panareddi sarebbero stati benedetti dal parroco e consegnati a chiunque ne avesse fatto richiesta tra la folla previa una piccola offerta. Alcuni si accontentavano di realizzare delle piccole croci, sempre con le foglie delle palme, in modo da offrire una sorta di compagnia, soprattutto per le persone più anziane, durante i momenti di preghiera. Oggi questa tradizione artigianale spetta ai bambini, che realizzano queste treccie di dolci in modo da ricavare qualche spicciolo il giorno della domenica che precede la Pasqua. Altri invece vengono regalati dai nonni ai nipoti, dai fidanzati alle fidanzate, e sembra quasi che tutti si sfidino per realizzare quello più bello: aggiungendo nastri colorati, fiocchi e quant’altro risulti necessario per vincere l’ipotetica partita.

I PANAREDDI

Lu sabbutu de’ parme all’imbrunire

era nnu viavai a chhiù no ddire:

poveri, ricchi, furesi e artieri,

ci cchiù e ci menu ccattavane cacai

oppure giucculate o zuccareddi

pè fare cu lle parme i panareddi.

Cu ddoi, cu trei, cu cinque e finu a sette

ntra le parme ncacchiavane ste cose,

ma c’era puru ci se ccuntavava

de nna semplice croce mpisa a mpettu.

 

Il Vangelo racconta che la domenica delle palme simboleggia il trionfale ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, ricorrenza osservata oltre che dai Cattolici anche da Ortodossi e Protestanti. La gente lo salutava sventolando rami di palma e di ulivo, la stessa cosa che avviene ancora oggi in questo giorno: tutti i contadini portano presso il cortile della chiesa scelta in ogni paese per la celebrazione della benedizione delle palme un cospicuo numero di rami d’ulivo. La scelta viene effettuta con molta cura poichè sarà poi motivo di vanto tra i vari partecipanti: invece di badare alle parole del prete, infatti, la maggiorparte dei contadini scruterà le “palme” degli altri magari pensando: “come sono poco curati quei rami, si vede che il mio lavoro è migliore!”, e puntualmente distogliendo lo sguardo laddove avesse visto un risultato migliore del suo.

Subito dopo la celebrazione della benedizione, i vari ramoscelli di ulivo vengono distribuiti ai vari componenti della famiglia in modo che ce ne possa essere almeno uno per ogni casa. Il ramo deve essere conservato fino all’anno successivo, tempo in cui verrà bruciato per essere rimpiazzato da un nuovo ramoscello benedetto. Era molto importante conservare l’ulivo benedetto se si voleva che la protezione del Signore potesse raggiungere ogni abitazione ed i relativi occupanti.

La cerimonia della benedizione, che viene condotta inseguito anche nelle case, ricorda un rituale di purificazione pagana, durante la quale, ad esempio, ogni fedele prima di accedere ad un tempio doveva passare prima dal purgatorium dove avrebbe lavato le proprie impurità con l’acqua: ciò che facciamo ancora oggi quando entriamo in chiesa, ossia il segno della croce bagnando leggermente le dita nell’acqua benedetta.

La domenica delle palme ha un significato importante anche per i comuni che fanno parte delle Grecìa Salentina, dove dei cantori cominciano a cantare gli eventi che hanno caratterizzato l’ultima settimana del Signore sulla terra con litanie in lingua grika. Il canto si ripeteva per tutta la settimana nei crocevia dei vari comuni. I cantori si muovevano in gruppi di tre, mentre uno suonava l’organetto gli altri due si alternavano nell’esposizione degli eventi della settimana della passione lasciandosi coinvolgere a tal punto da dar vita alle parole, associandole ad atti e scene mimate. Inoltre portavano con se dei ramoscelli di ulivo benedetti, immagini sacre, delle arance (antico simbolo di fecondità) e delle zagareddhe, dei nastri colorati spesso legati a diverse figure religiose in base a diverse associazioni. Ad esempio i nastri gialli erano associati ai Santi ai quali si chiedeva l’intercessione per guarire da malattie epatiche. I cantori oggi sono quasi scomparsi.

Un’usanza molto simile ed ancora viva è quella de “la serenata tu Lazzarenu“, che si tiene ad Alezio in occasione della vigilia della domenica delle palme: un gruppo di individui con vari strumenti musicali girano per il paese cantando la storia della passione di Gesù chiedendo in cambio delle uova fresche.

A Lecce invece, la domenica della palme un ramo di olivo benedetto veniva portato processionalmente all’Osanna nei pressi della chiesa di San Lazzaro. Il ramo di ulivo veniva sbattuto contro la colonna in segno catartico e scacciare via i demoni e le streghe che vi si potevano essere annidati. Dopo potevano essere portati per le case e le campagne ed essere affissi come segno di pace. Questa tradizione è legata ad un leggenda secondo la quale Maria, inseguita da Erode, abbia trovato una via di fuga all’interno di un albero di ulivo, che decise di aprire il suo tronco in modo da consentire alla donna di trovarvi riparo. Maria in segno di ringraziamento benedisse la pianta.

DOMENICA DELLE PALME

Duminica alle deci nnanzio a Chiesia

vecchi e carusi tutti radunati,

purtavane le palme de vulia

simbulu de pace e veru amore.

De paramenti sacri tutti adornu

da porta ranne l’arciprevete sssia

cu ggenzu, acqua santa e nu librrone

pè dare a tutti a benedione.

VANGELO

A Gerusalemme misu su nnu ciucciu

trasia Gesù Cristo festeggiatu,

puru sapennu ca tre giurni dopu

lu Giuda lu vannia pe’ trenta sordi.

Li Giuda de sti giurni, sapimu tutti,

se vinnene lu Cristu e la Madonna

pe’ mutu menu de trenta lire

de chiru ca mpicatu poi spiccio’.

La festa de le parme, beddu meu!

ricorda kiru c’aggiu dittu jeu

e nnu cuntare cchiui de minchialire

puru se a Cristu tie nu bboi cridire.

RIFLESSIONE

Cu ccati nnu giurnale mille lire

e cu nci trovi scritte fesserie

ma pare propriu ca nu pote scire

nè scinne drittu intra u cannalire.

Ha così inizio la settimana della Passione, il cui culmine si manifesta il giovedì sera, in occasione della cattura e relativa condanna di Gesù alla crocefissione dopo aver consumato l’ultima cena. Nella messa serale che ricorda quell’evento si ripete il rituale della lavanda dei piedi, lo stesso compiuto da Gesù, mentre i vescovi consacrano gli Olii Santi che verranno poi utilizzati nel corso dell’anno liturgico.

In ogni chiesa vengono realizzati i cosiddetti “sabburchi“, i sepolcri, ottenuti dalla decorazione di uno degli altari laterali con drappi rossi, candele, croci, fiori bianchi ed il tipico grano bianco. Il grano bianco si ottiene forzando la pianta a germogliare in assenza di luce. Di solito questo è compito che spetta alle donne che settimane prima, chiudono all’interno di armadi e ripostigli degli ampi vasi con all’interno del grano, attendo che poi germogli e rimanga privo di pigmentazione data l’assenza del sole. Alcuni ritengono che questa usanza possa essere di stampo bizantino, altri invece le confersicono uno stampo puramente pagano, legato ad un usanza secondo la quale alle vergini dalla pelle chiara, quelle predilette dalla popolazione maschile in cerca di una donna da sposare, venisse legato al polso un nastro colorato, regalato dalle relative madri in primavera, in modo da preservarla dai raggi del sole, proprio come avviene con il “grano bianco”. Altri ancora  invece ritengono che questa usanza sia un’alterazione della tradizione romana secondo la quale delle giovinette portavano le primizie del grano in dono a Cesare.

Il sepolcro delle chiesa delle anime a Parabita (2010)

Il sepolcro delle Chiesa delle Anime a Parabita (2010)

I fedeli allora si riversano per le strade e dalla sera del giovedì fino alla mattina del venersì si recano a visitare tutti i sepolcri delle chiese lasciando un’offerta. Tutti i sepolcri sono diversi e questo stimola in qualche modo la curiosità dei fedeli.

La processione dei fedeli veniva accompagnata dal suono della trozzula, uno strumento di origine inca utilizzato per auspicare la resurrezione dei morti. E’ un tipico strumento a raschiamento composto da un asse di legno con due maniglie sulle due facciate che vengono fatte battere ruotando in due sensi lo strumento con la mano.

Il raschiare della trozzula ricordava a tutti della morte di Gesù e che si doveva osservare il dovuto rispetto e silenzio. Anche le campane venivano legate in modo che non potessero essere suonate e al loro posto un uomo avrebbe suonato la tromba per avvisare i fedeli della santa messa. Questo avrebbe comportato la cosiddetta “missa scerrata“, una messa povera, silenziosa, senza ornamenti e canti. Ad assolvere a questo compito, spesso, ci pensavano i bambini che, soprattutto a Galatina, correvano per le strade del paese, quasi come fosse un gioco, inconsapevoli dell’importanza dell’incarico che era stato loro conferito.

SETTIMANA SANTA

Ncumincia a settimana da Passione,

pareddu Gesù Cristu l’Innocente,

cu tuttuciò ca fice tantu bene,

ggirava gente ci vulia llu scanna.

Se ritirò ntra l’ortu e sudo’ sangu,

susu nnu munte se trasfigurò

e ncuminciò cusi la crucivia

ca susu lu Calvarin lu purto’.

Lu sciuvadia Santu dopu cena

fu catturatu e fu purtatu via,

dopo c’avia creatu u Sacramentu

c’ancora moi se chiama Eucarestia.

‘A cena osci sta’ pe’ ricurardare

st’attu d’amore de lu Nazarenu,

nu sse riduce comu dici tie

a nna buttia de mieru e pane jancu.

Lu prevete face comu fice Cristu

llavò li pedi e dopo li bbuzzò

a tutti chiri ci tania cu Iddu

compresu Giuda ca dopu Lu tradiu.

Pò ddarsi puru ca li vecchiareddi

tenene li pedi mutu sporchi,

i pedi però, no’ la cuscienzia,

ca chira certamente è pulita.

Arriva il venerdì, giorno in cui il corpo del Cristo deposto dalla croce viene portato in processione per il paese, seguito dalla Madonna addolorata per la perdita del suo unico figlio. Questo momento è seguito con particolare fervore soprattuo in alcuni comuni salentini come Maglie, Galatina e Gallipoli. In quest’ultimo un tempo le donne solevano vestire di nero, in segno di lutto e, tutt’ora, durante una sosta della processione nella basilica per poi continuare per le strade e le piazze della città, si può assistere all’esecuzione della Frottola, o dello Strabat Mater, una composizione musicale popolaresca fatti di toni altalenanti e dolci. In passato la processione della Madonna Addolorata si teneva durante la primissima mattinata, in modo da consentire ai contadini di poter assistere al rituale religioso per poi potersi recare a lavorare i campi.


Anche a Maglie la celebrazione della processione de misteri è molto sentita. Insieme alla Madonna sfilano appunto le statue dei misteri, identificanti vari momenti della passione di Gesù: nell’orto, alla Colonna,  tra Pilato ed un Pretoriano, Ecce Homo, in Croce, che incontra la madre, La Pietà.

Le donne vestite di nero accompagnano le statue cantando sedici versi struggenti composti nel 1888 da Luigi Visconti mentre gli “uomini in nero” furono introdotti dal maestro artigiano Giuseppe Panarese primo presidente del Comitato dal 1924 al 1968. La divisa da cerimonia è composta da smoking con petti lucidi, colletto inamidato, gilet bianco, cravattino nero a farfalla, bottone gemello, guanti di pelle bianchi, calze nere e scarpe lucide.

 

VENERDI SANTO

La purgissione de lu Cristu mortu

cu lla Madonna tutta ndulurata,

certu de mmane mprimu se facia

percè la gente cu fatica scia.

E sai cci se manciava a nenzadia

de chiru giurnuddai de vennardia?

Tocca lu dicu jeu ca certamente

ste cose qquai su ssute de ntra gente;

usavene manciare l’aiu verde,

cu pane e acquasae senza oju

e era penitenza certamente

de gente dana, bbona e ossequiente.

Arriva finalmente la domenica, giorno della resurrezione. Il popolo tutto, credente e non, si recava alla mesa in attesa che il telo che copriva la statua del Cristo sull’altare venisse tolto per rivelare il prodigio del ritorno alla vita. Molti ragazzi andavano in chiesa principalmente per poter benedire le proprie cuddhure, pane dolce regalate dai relativi partner. Si diceva infatti che non si poteva mangiare la cuddhura con le uova se prima non fosse stata benedetta dal prete nella messa della Pasqua.

In occasione delle festività inoltre, vengono bruciate le caremme, i fantocci di paglia disposti lungo cornicioni e balconi il giorno delle ceneri. Le caremme, o curemme, rappresentano la vedova del Carnevale morto inseguito ai festeggiamenti del Martedi Grassò, e che viene utilizzata per cadenzare i giorni di quaresima rimanenti alla Pasqua.

LA RESURREZIONE

Cantavene i carusi a mmenzu a via:

“Sabbatu Santu

fuscennu fuscennu

sciamu ‘lla Chiesia

tutti ridennu.

Sciamu ‘lla Chiesi

a pregare u Signore

Sabbatu Santu

cuddure cull’ove. ”

‘A chiesia china china de vagnoni

purtati n’brazze da ‘le mmame loru,

tanivene ‘ntri mani la cuddura

lu cadduzzu o l u panareddu.

Cu l’occhiu fissu fissu su l’altare

cu vvidene lu pannnu ca s’apria

cu sentene lu prevete ca dicia:

“Cristu è risortu. è Pasca gloria a Diu”

Le trozzele a linguetta o a marteddi

girate forte facivane rumore,

pe’ ricurdare a tutti li cristiani

de Gesù Cristu la resurrezione.

‘E campane ttaccate u sciuvadia

le scapulava prisciatu u sacrestanu

pansannu già allu giru du paese

de l’acqua santa, comu se facia.

Allu “Gloria” lu pannu se dapria,

la gente corpi inpettu se tarava,

ma c’era puru farche lazzarone

ca mai alla Chiesia scia durante l’annu,

e se nfalava mmenzu i caruseddi

cu spezza pupe, cadduzzi e panareddi.

Allora muta gente se ncazzava

e quindi qualche pugnuru vulava.

Molte di questi riti sono purtroppo scomparsi, e spesso associati a credenze errate come afferma lo stesso Pisanelli nella strofa successiva…

OSSERVAZIONI

Quista è robba tutta d’otri tiempi

ca cuntrastava cu lu credu nosciu

addù dicimu ca è risuscitatu

tre ggiurni dopu mortu, versu l’alba.

Tocca cridimu pura ca i tre giurni

all’alba de duminaca cumpia,

come putia perciò risuscitare

de sabbatu la mane o a menzadia?

Oggi rimane solo la parte prettamente commerciale della festività, acquistare e regalare doni, dolciumi, uova di Pasqua. Tutte cose che si vivono con poca intensità e poco interesse…

PARTECIPAZIONE DEI FEDELI ALLE CELEBRAZIONI SACRE

Nu’ sacciu se si sciutu jeri sira

alla funzione de la Chiesia ranne.

Se t’hai nfacciatu, cridi tie deveru

ca tutta chira gente è gnurante?

Nu crisciu mai ca teni stu curaggiu

e se lu teni sinti dissacratu,

mparu cu kiri ca suntu ‘bbituati

cu ddicene lu jancu nu n’è tale.

CONCLUSIONE

La fede nu se mpara ntra le scole

elementari. medie o superiori,

e, all’università, sapimu tutti,

se voi lu trenta tocca cu castimi,

..e, c cchiù rossa, poi, la sape dire,

ddaventa mprimu mprimu professore…

Bona pasca, paisani, a tutti quanti,

a ci bbene e a ci male ne vole.

Tutti ve saluta cu llu core

pe’ quista Pasca de Resurrezione.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA:

Carlo e Francesco Accogli, Tradizioni popolari a Tricase – Edizioni dell’Iride (2002)

Centro sul Tarantismo e Costumi Salentini , Calendario 2011

Mario Cazzato, Guida della Lecce Fantastica

Vivi Salento.net

Cattedrale Gallipoli.it

Luca Ravagna, La musica Popolare – Acquarica di Lecce.it

Viaggi nel Salento.it

Comune di Maglie


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *