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  • Ricordi della festa di Sant’Ippazio, patrono di Tiggiano

    Pubblicato da: Rocco Margiotta | 16 gen 2011 | pubblicato in: Aneddoti e Curiosità, Tiggiano, Tradizioni e Folklore | 1.115 visite |

    “Santu Pati o chiuviti o nivacati”!

    “De Pasca bbufanìa tutte le feste vannu via, ma mo rispunne Santu Pati e mie acci me llassati, poi rispunne a Cannalora, nci su ieu e lu Biasi ncora”.

    La festività del santo protettore di Tiggiano, S. Ippazio Vescovo e martire, ricorre il 19 gennaio. Vissuto nel IV sec. d.C., partecipò al Concilio di Nicea del 325 d.C., convocato dall’imperatore Costantino per dirimere l’eresia di Ario, l’eresia ariana. ll Vescovo di Gangra, sostenne teologicamnte che Gesù era una persona ma anche Dio, Ario esagitato gli sferrò un calcio nel basso ventre. I seguaci ariani e i donatiani, tesero poi un agguato al Vescovo che si recava, a piedi, a visitare le comunità. In una gola della Turchia settentrionale attuale, nella provincia romana della Paflagonia, alcuni nascosti lo lapidarono, ma fu una donna malvagia a dargli il colpo mortale, lanciandogli un grosso masso che lo colpì in testa. Il Vescovo, dopo un’agonia tormentata morì.

    Santu Pati (San Ippazio)

    Siccome Ario lo colpì nel basso ventre, i tiggianesi hanno associato quel gesto, al fatto che il Santo sia il Protettore dell’ernia. Sino a qualche anno fa, molte mamme coi loro neonati, venivano nella chiesa di Tiggiano, per pregare il Santo affinchè il male non colpisse i loro piccoli. Li collocavano sull’altare a lui dedicato mentre pregavano. Quando si riteneva che un bimbo fosse stato “miracolato”, la famiglia dello stesso, per ringraziare il Santo, doveva offrire le “pagnotte“, naturalmente, prima benedette, ed offerte ai fedeli che frequantavano la messa la vigilia, cioè il 18 gennaio.

    Nell’ultimo decennio si è affermata la “Sagra della pestanaca“, una carota dal gusto più pregnante, alla quale è assimilato il fallo del Santo, dolorante dopo il calcio subito da Ario. Si premia per questo il produttore della “pestanaca” più grossa, più armoniosa, più lunga..più…

    Mi porto allora con la memoria a circa cinquantacinque fa, quando avevo 9-10 anni, per poter raccontare come si svolgeva la festa, molto differente da come si svolge in questi ultimi anni.

    A noi, ragazzi di quel tempo, la festa appariva un  unico, eccezionale, accadeva solo una volta all’anno, il 19 di gennaio. Ricordo i giochi che facevamo, come se volessimo preconizzare l’evento.

    Alcuni giorni prima giocavamo “alli lapuni” era un gioco semplice ma che appassionava perché, nell’imminenza della festa, puntavamo qualche lira ed ognuno sperava di vincere per potersi comprare qualcosa durante la fiera. Per giocare bisognava fare nove buche per terra, non c’era ancora l’asfalto, le strade erano sbrecciate, nei vicinanze dei muri nemmeno quella, solo terra di calpestìo. Con qualche attrezzo di circostanza; un cacciavite, uno scalpello, un coltello… si svuotavano della terra nove buche;c’erano coloro che si specializzavano nel farlo.

    Ricordo un particolare. Alla stazione ferroviaria di Tiggiano, c’era una famiglia tiggianese e, come tutte le famiglie di quel tempo,aveva molti figli, uno di questi era un mio coetaneo. Questi per poter giocare nella stessa stazione, perché era abbastanza lontano dal paese, scavò le nove buche per i “lapuni” sui blocchi, i basoli o basolati, che costituivano il marciapiede. Si costruì le nove buche e alcuni di noi ragazzi andavamo a giocare con lui alla stazione.

    L’altro elemento che serviva per giocare era un arancio, l’altro ancora le poche lire che potevamo possedere. Il gioco consisteva nel fare la puntata, per esempio di cinque lire che si depositavano nella buca centrale delle nove. Si toccava a sorte. Il primo che doveva lanciare l’arancio si allontanava di circa tre-quattro metri. Da un punto convenuto, segnato da una pietra. Il primo lanciava il frutto, dopo averlo palpato, ristretto ai due lati opposti, tra cui il  peduncolo, in modo di dare allo stesso la forma più adeguata per vincere l’attrito che era rilevante, visto che si giocava su siti non lisci, non asfaltati, ma costituti di terra e di qualche pietruzza che comunque veniva eliminata lungo il tragitto che doveva compiere l’arancio per cercare di farlo entrare in una delle nove buche. Il giocatore dal punto di lancio, si curvava e prendeva la mira e con la mano destra, o con la sinistra per i mancini, lanciava per terra l’arancio calibrando la spinta e puntando nella giusta direzione.

    Se l’arancio entrava in una buca, allora il giocatore  aveva diritto a prelevare la sua posta, cioè le cinque lire, così il secondo, finche non si completasse il turno. Poteva capitare, a volte che l’arancio si depositasse sugli intervalli tra una buca e l’altra e si diceva “a fattu tiddhra”, quindi il giocatore imprecava, bestemmiava perché l’avversa fortuna non gli aveva consentito di riscuotere almeno la sua posta. Poteva capitare anche, specialmente ai più bravi, ai più precisi, quelli che avevano un mano allenata al gioco, di prelevare tutte le poste poichè erano riusciti a far cadere l’arancio nella buca centrale,  aveva “fattu menzu”.

    Era un modo, in cui tutti speravamo di poter aumentare il bottino per comprare qualcosa in più durante la fiera.

    Si arrivava dunque alla vigilia della festa. Noi ragazzi eravamo “febbricitanti”, tanta era l’attesa, l’ansia, la curiosità di poter vedere, tanti “vinnitili”, commercianti ambulanti, recare, esporre e cercare di vendere la propria merce. Questi arrivavano con il traino che trasportava la merce anche il pomeriggio del 18 gennaio, in modo da poter cominciare a vendere fin dalla prima mattina del giorno successivo e prendere il proprio posto, prenotato in precedenza e assegnato dal vigile dell’A.C.

    Di solito i commercianti avevano una famiglia presso la quale venivano ospitati, sia per l’alloggio, sia per il vitto; chi non aveva una famiglia ospitante, doveva arrangiarsi  e dormire al bene e meglio, staccato il cavallo che, anche lui doveva essere rifocillato con la biada che si portavano appresso.

    All’alba del 19, si verificava un trambusto, un tramestìo: i commercianti scaricavano la loro merce dai carri e la esponevano lungo le strade e le gli spazi del centro storico, intorno alla chiesa dedicata al Santo. I commercianti di abbigliamento che arrivavano dalla provincia di Taranto, dalla provincia di Brindisi ed alcuni dalla provincia di Bari, giungevano qui con gli antichi autocarri che, per avviare il motore, dovevano farlo con una manovella, che si infilava in un apposito foro nella parte anteriore del carro.

    La banda passava la mattina per le strade del paese e suonava accompagnata dai continui botti di carcasse. Il tutto cominciava con le prime campane, già alle 6 del mattino, in contemporanea con l’esplosione di cinque carcasse. A quell’ora i commercianti avevano esposto quasi tutti le loro mercanzie.

    Ora toccava a noi ragazzi “vivere” la fiera. La notte, di solito, si passava quasi insonne, all’alba eravamo in piedi, contro le “parole”, i rimbrotti dei genitori che in genere dicevano: “arà scire a stura, è mprimu ncora, va ccurchete ttorna” (dove vai a quest’ora? E ancora presto, torna a dormire), ma noi imperterriti non lo facevamo, d’altronde i grandi, erano svegli anche loro. Facevamo la colazione che, consisteva o nel mangiare, “a paparotta, oppure la zuppa, ma non di latte, “u seru”, il siero, ciò che rimaneva dopo la scrematura della ricotta, si verificava un lotta, fra noi più piccoli a chi dovesse toccare “a manora”.

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    1 Commento su “Ricordi della festa di Sant’Ippazio, patrono di Tiggiano”

    1. Bellissima festa del Patrono…descritta in modo superlativo lasciando immaginare … ogni minuziosa descrizione il folclore…la gioia dei bimbi e della gente del luogo……

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