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La Settimana Santa negli anni ’60

Il lunedì, dopo la Domenica delle Palme, per la Chiesa Cattolica, inizia la Settimana Santa che si conclude con la Pasquetta, festività del tutto civile.

La Settimana Santa


Alcuni giorni prima della Pasqua, molte devote, in dei recipienti aperti di terracotta o di metallo smaltato, come quei grandi piatti del tempo antico, vi deponevano della bambagia e vi seminavano molti chicchi di grano. Il recipiente veniva messo, la sera, nel “focalire”, vicino al fuoco, una volta bagnata la bambagia, in modo da consentire che il grano germogliasse . L’umidità e il tepore del fuoco compivano il miracolo; il grano, dopo pochissimi giorni, germogliava, la bambagia doveva essere bagnata spesso, altrimenti il germoglio non si sviluppava. Questa tradizione che, ancor oggi persiste, serviva per preparare gli addobbi del “sabburcu” e cioè la tomba di Gesù che si allestiva la mattina del Venerdì Santo.


Il lunedì santo non v’erano molte manifestazioni esteriori evidenti, ma si cominciava a respirare e a captare un’atmosfera di tristezza e di malinconia che perdurava sino al mercoledì.
Il Giovedì Santo si celebra l’Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli.
I preparativi cominciavano il mercoledì Santo. Intanto qualcuno doveva provvedere a cuocere il pane, almeno 12 “piezzi”, uno per ogni apostolo, rappresentato, di solito da dodici componenti una delle Confraternite esistenti in ogni Parrocchia. Poi bisognava provvedere al vino ed anche a qualche pianta di lattuga che si allestivano su di una tavola, di solito, nelle vicinanze dell’Altare Maggiore.
L’allestimento avveniva alcune ore prima del rito dell’Ultima Cena.
All’ora stabilita cominciava il rito. I dodici Apostoli erano seduti ad emiciclo intorno all’altare dove il celebrante presiedeva il rito. La Messa dell’ Ultima Cena si diceva “scirrata”, da “scemare”,cioè non armoniosamente impostata come tutte le altre Messe, era una Messa breve e senza la solennità usuale, perchè dopo il rito, ci si preparava alla morte di Gesù in croce.
L’altare era letteralmente spoglio degli arredi sacri, il celebrante, dopo aver proclamato il Vangelo, si accingeva alla lavanda dei piedi degli Apostoli. Il celebrante, aiutato dal sagrestano che sorreggeva un catino, si appressava all’Apostolo che intanto si era tolta la scarpa e il calzino , e gli versava un po’ d’acqua con una caraffa e poi gliel’asciugava.
Dopo la lavanda, seguivano una serie di preghiere e di litanie, durante le quali, il celebrante prelevava il calice con le ostie dal tabernacolo e lo recava, di solito, in sagrestia, dove era tenuto nascosto sino al Sabato Santo; il tabernacolo rimaneva vuoto e aperto, Gesù era andato a morire!
La cerimonia dell’Ultima Cena si concludeva con la benedizione e con la distribuzione di un “piezzu” di pane ad ogni Apostolo, insieme ad una bottiglia di vino. Di solito l’insalata rimaneva sulla tavola, dopo la utilizzava il prete stesso.
Dopo il rito, tutte le croci presenti nella chiesa madre e in tutte le altre chiese o cappelle dovevano essere nascoste con un panno viola che simboleggia, per la Chiesa, la sofferenza di Gesù.
La mattina del Venerdì Santo si allestivano i “sabburchi”, per la verità si cominciava nel pomeriggio del giovedì, per poi definire il tutto il Venerdì mattina. Il “sabburcu”, spesso, veniva allestito sui gradini degli altari che venivano addobbati con tappeti, con panneggi vari ai lati e poi con il grano germogliato ed anche con vasi di fiori invernali. In alto, al centro dell’altare, si posizionava una croce, simbolo di Gesù morto.
Naturalmente le campane delle chiese rimanevano mute. L’atmosfera si faceva pesante, anche noi bambini non potevamo gridare, durante i nostri giochi, qualcuno ci riprendeva dicendoci: Citti ca è mortu Gesù Cristu”. Dalla mattina del Venerdì iniziava da parte dei fedeli la visita ai “sabburchi”. Si andava prima nella chiesa parrocchiale a pregare ed anche a visionare il “sabburcu” più ricco, poi si passava nelle altre chiese e cappelle. Poi le donne che si riunivano ai crocicchi delle strade commentavano gli addobbi dei vari “sabburchi”.
Nella mattinata del Venerdì poi, i forni esistenti nel paese, erano in piena attività per la cottura del pane, anche del pane con le olive, ma l’attesa più spasmodica, era, almeno per noi ragazzi, “a cuddhrura cull’ove”, cioè il pane intrecciato, nel quale si collocavano uno o due uova. Naturalmente ad ogni bambino toccava una “cuddhrura”, la differenza era solo se con uno o due uova. Le famiglie che avevano più galline potevano far cuocere “cuddhrure” con due, a volte tre uova, quelle che ne possedevano di meno, dovevano accontentarsi di un solo uovo.
L’attesa era ansiosa perché il Venerdi bisognava osservare rigidamente il digiuno e l’astinenza dalle carni e noi bambini avevamo fame e la “cuddhrura” ci sfamava un po’. A volte queste non venivano ben cotte e la pasta era quasi immangiabile e allora mangiavamo l’uovo o le uova con qualche morso a quel pane dolciastro.
A mezzogiorno bisognava accontentarsi con un po’ di pane scondito o con po’ di pane con le olive.
Subito dopo pranzo si verificava un’altra bella tradizione. Un addetto del sacerdote prelevava dalla chiesa la “raganella” grande; era una tavola con l’impugnatura e fissati dei ferri mobili che, manovrata dal conduttore produceva un suono sordo, lento lagnante e girava per le strade del paese per radunare tutti i bambini che dotati di “trozzàla” si aggregavano e si dirigevano verso la chiesa madre, altri bambini più ricchi potevano permettersi “trancascia”, era una vera cassa all’interno della quale vi erano delle trozzèle che venivano manovrate dall’esterno facendo fare un giro alla manovella. Una frotta di bambini percorrevano tutte le strade del paese e si radunavano vicino alla chiesa in attesa della processione.
Prima della processione il sacerdote leggeva la lunghissima Passione.
All’ora stabilita, si snodava la processione. Era tradizione che venissero portati in processione la statua della Madonna Addolorata che seguiva il sarcofago di Gesù morto. I confratelli che trasportavano le statue assumevano una vestizione strana; non dovevano indossare la mantellina azzurra, ma solo il camice bianco e il copricapo bianco, ma lo stesso veniva calato sul viso, con i soli due fori degli occhi, in segno di lutto. Alle preghiere e alle litanie del sacerdote, seguiva un “pezzo” suonato dalla raganella, dalle trancasce e dalle trozzèle. La processione durava molto più a lungo delle altre, perché quando si passava nei pressi di ogni chiesa o cappella, dove c’era un “sabburcu”, bisognava fermarsi e fare l’adorazione della croce. Si concludeva cosi il Venerdi Santo. Noi bambini tornavamo a casa, continuando a girare “a strozzala” o “a trancascia”.
Il Sabato Santo non c’erano cerimonie particolari; c’era sempre un clima di attesa,di afflizione, di mestizia, in attesa della notte quando sarebbe risorto Gesù.
Passata la giornata del sabato, la sera, di solito alle ore 22.30, iniziava il rito della Pasqua.
Durava circa due ore: c’era, durante il rito, la benedizione dell’acqua che diventava Santa. La Messa continuava, il momento culminante era quando il celebrante intonava il “Gloria in excelcis Deo…”, il panno che nascondeva la statuina di Gesù Risorto veniva giù, le campane suonavano a stormo, a festa, i fedeli battevano le mani, facevano rumore con qualsiasi mezzo, con bastoni, battendo le sedie per terra, fuori facevano rumore battendo le zappe con un martello, si sparavano i “trunetti”; era un vero pandemonio!!! Finiva la Messa…si andava tutti a dormire!
Il giorno di Pasqua ci i scambiava gli auguri, d’altronde la consuetudine è rimasta. I ragazzi andavano a trovare i nonni per porgere gli auguri e si guadagnavano “u paniri”, un regalo, in genere caramelle, cioccolatini, solo dopo anche soldi.

Pasquetta

Il giorno di Pasquetta il pater familias aveva già organizzato la giornata, visto che tutti i figli stavano a casa. Le mamme preparavano gli alimenti, in genere il rimasto del giorno precedente, in più si portava formaggio, uova lesse, verdure cotte, ecc.

Prima però dovevamo lavorare la terra: si “ccofanavene e padate”, cioè si doveva tagliare l’erba infestante e poi accumulare della terra sotto la pianta per impedire che qualche patate vedesse la luce del sole, essendo un tubero sotterraneo, altrimenti rinverdiva e non erano né commerciabili, né commestibili. Oppure un altro lavoro consueto era sarchiare “a mascisa”, cioè le piantine di cocomeri, di meloni, di angurie, ecc.
A mezzogiorno c’era la pausa e si mangiava all’aperto, vicino ad una “pajara” e si consumava quello che ci si era portato da casa. Dopo un pò di riposo si riprendeva a lavorare. Molto prima dell’imbrunire si tornava a casa.
Verso gli anni settanta, a noi un po’ più grandicelli, era consentito portarci alla marina o in qualche altro posto, con le bici o con qualche motorino…poi lì si poteva stare un po’ in compagnia delle “amiche” e ci divertivamo a giocare col pallone sull’erba, poi si poteva guadagnare anche qualche bacetto clandestino con la “lei” con la qual c’era già un’intesa. Poi facevamo le foto di gruppo…e la sera si tornava a casa felici e contenti.

La Benedizione delle Case

Il martedì successivo il parroco usciva con tanti assistenti chierichetti a benedire le case (oggi si dice (“benedire le famiglie”); un chierichetto conduceva il secchiello dell’Acqua Santa benedetta la notte di Pasqua che, serviva peraltro per l’intero anno per i battesimi, un altro invece raccoglieva le uova in un paniere che, di solito, le famiglie donavano al sacerdote, il quale farfugliava una preghiera lanciava un po’ di acqua con l’aspersorio e si congedava dalla casa.

Oggi il denaro ha sostituito le uova. Bisogna preparare la busta con il denaro e la si consegna ad uno degli assistenti che vanno in giro col parroco.
Le persone di un quartiere erano attente per sapere quando il parroco stesse per arrivare e fra loro dicevano: “aci rria l’acqua santa”, oppure: “ nu sapimu quannu rria l’acqua santa”? , oppure: “ieu l’aggiu vista a ccravia”, e via di questo modo.

Rocco Margiotta


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