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Dolmen e Menhir

Una stele di pietra infissa verticalmente nel terreno, un cartello turistico che indica la presenza di un “attrazione” per il visitatore, un pannello illustrativo che descrive cosa si sta osservando. Sono tutti indizi che indicano la presenza di un menhir, un “monumento” litico dalle origini ancora non propriamente definite che spesso, nei libri di storia, si trova in compagnia del dolmen, una struttura decisamente più complessa e dalle molteplici funzioni. Cosa rappresentino in realtà e da chi siano stati eretti nessuno può dirlo con certezza ma vi sono numerose teorie in proposito.

La parola menhir deriva dal bretone men e hir e significa pietra lunga. Sono monoliti squadrati o dalle forme irregolari ma levigate, più ampie alla base per poi restringersi verso l’alto. Sono stati eretti nel Neolitico e sono diffusi in tutti i continenti del vecchio mondo anche se con maggior concentrazione nell’Europa Settentrionale dove alcuni esemplari possono superare anche i 20 m di altezza.

In Italia sono stati identificati dei menhir in Liguria, Piemonte, Sardegna e Puglia. In quest’ultima regione sono particolarmente distribuiti su tutto il territorio salentino, con un’incidenza maggiore nel piccolo borgo di Giurdignano, dove la più alta concentrazione di megaliti italiana lo ha insignito del titolo di Giardino Megalitico d’Italia. Un altro primato spetta al comune di Martano, con il menhir (del Teofilo) più alto d’Italia.

Menhir San Vincenzo – Giurdignano

I nostri menhir hanno un’altezza variabile tra gli 80 cm e i 5 metri  circa e sono localizzabili nella stessa misura sia nei centri cittadini che nel territorio rupestre. L’ignoranza e l’incuria dell’uomo nel corso dei secoli ha messo in serio pericolo la sopravvivenza di queste strutture, tanto da abbatterne e/o distruggerne alcune. Si riteneva che potessero essere dei segnali per indicare la presenza di un tesoro, ovviamente mai rinvenuto. Altri invece, disposti lungo assi viari, sono stati reimpiegati come isole spartitraffico.

All’interno dei centri abitati non è raro trovare dei menhir nei pressi di strutture religiose come chiese e cripte, edificate per agevolare la cristianizzazione di quello che poteva rappresentare il simbolo di credi e culti pagani, forme devozionali alle divinità solari e delle fecondità per le quali i menhir potevano rappresentare un adeguato richiamo. Per lo stesso motivo su tutti i menhir sono state incise delle croci greche o latine e in alcuni casi sono state realizzate sulle loro superfici delle vere e proprie opere d’arte dai pennelli dei monaci bizantini che affrescarono immagini di santi o madonne.

Se si esclude la componente devozionale la funzione dei menhir resta ancora incerta: molti studiosi ritengono che si possa trattare di antichi e grossolani gnomoni, utilizzati per studiare il movimento apparente del sole nella volta celeste e l’identificazione dei cicli stagionali. Per questo motivo potremmo definirli come antichi strumenti astronomici.

Alcuni vogliono che l’origine dei menhir sia da attribuirsi ad epoche più recenti, a quelle dei Romani per esempio, i quali li utilizzavano come segnali da predisporre lungo i principali assi viari dove ancora oggi si trovano. Ulteriori studi invece li vedrebbero come figli del Medioevo, teoria alimentata dall’irreperibilità nei pressi dei menhir di reperti che attesterebbero la presenza dell’uomo dell’età della pietra nei luoghi limitrofi.

I dolmen hanno avuto la stessa diffusione dei Menhir, anche se in Italia gli unici esemplari sono stati rinvenuti nelle due isole maggiori e in Puglia. Nel Salento sono presenti numerosi esemplari, molti dei quali in pessimo stato di conservazione. Taolmen, ossia tavola e pietra sarebbero i termini, anche in questo caso di origine bretone, che battezzano queste strutture sacrificali funerarie edificate tra il V ed il III millennio a.C.

Sono realizzati con lastroni di pietra, disposti verticalmente e orizzontalmente al fine di costituire una piccola camera, con un ingresso rivolto verso est, dove sarebbero stati poi  inumati i cadaveri di alcuni esponenti importanti di un clan o di una tribù. Erano delle vere e proprie fosse comuni a cielo aperto, riutilizzate più e più volte nel corso dei secoli ospitando potenzialmente migliaia di individui. Il processo di decomposizione alimentato dall’azione di fenomi aerobici non ha risparmiato sfortunatamente nessun resto di queste sepolture. Spesso, dopo la costruzione, potevano essere interrati fino a formare dei tumuli, che svolgevano sia una funzione di protezione che di sostentamento, erosi poi dall’azione dei fenomeni atmosferici

Dolmen li scusi – Minervino

Molti dei dolmen presenti nel salento potrebbero essere stati utilizzati a fini sacrificali, come degli altari sui quali immolare piccoli tributi alle divinità. Ne sono due validi esempi il dolmen Stabile di Giuggianello e il dolmen li Scusi di Minervino. Il primo presenta sulla lastra di copertura orizzontale dei piccoli canali incisi, utilizzati per far defluire il sangue della vittima sacrificale, mai umana, che veniva fatto convogliare in alcune piccole fossette poste alla base del dolmen. Il secondo, invece, presenta, sempre sulla lastra orizzontale, un foro centrale nel quale veniva fatta precipitare il capo mozzo dell’animale sacrificato, raccolto in una piccola fossa posta ortogonalmente alla direzione di caduta all’interno della camera. Per questa sua caratteristica molti hanno attribuito a questo dolmen anche una funzione astronomica, ipotizzando che i raggi del sole potessero penetrare perpendicolarmente attraverso il foro nel giorno del solstizio d’estate.

A queste due funzionalità di stampo rituale-religioso se ne associa una terza, di carattere puramente ideologico, secondo la quale la costruzione dei dolmen, e in parte anche quella dei menhir, sia attribuibile alle varie popolazioni di passaggio nella terra del Salento, nei secoli che precedettero la diffusione del Cristianesimo, i quali volevano rivendicare con un vistoso simbolo una sorta di “proprietà del territorio”, un gesto esattamente simile a quello di piantare la bandiera di uno stato in un territorio che un suo rappresentante ha scoperto o colonizzato per la prima volta. Per questo motivo sarebbero stati edificati in zone bene in vista, lungo importanti tratti viari.

Marco Piccinni, Marco Cavalera


3 commenti su “Dolmen e Menhir

  1. HIP ha detto:

    scusa, ma definire la Puglia e in particolare il paese di Giurdignano come la zona d’ Italia con la la più alta concentrazione di megaliti d’ Italia è tecnicamente falso.
    La sola regione italiana in cui sono presenti in gran numero strutture megalitiche è la Sardegna. E nel comune di Goni in provincia di Oristano i Menhir sono circa 120. Un numero che supera di gran lunga tutti gli altri menhir presenti nel resto d’ Italia.

    • Marco Piccinni ha detto:

      Ciao Hip,
      nell’articolo si fa riferimento principalmente alla Puglia dato che il portale parla esclusivamente di Salento. Inoltre il termine “concetrazione” indica il rapporto tra distribuzione dei menhir ed estensione del territorio di pertinenza del comune. Non dice che è il comune dove c’è ne sono di più. Nessuno vuole togliere nulla alla Sardegna conosciuta in tutto il mondo per i suoi megaliti ma per quanto detto prima non rientra nel nostro target informativo. grazie comunque per l’intervento e per le informazioni fornite.

    • Alessandro Romano ha detto:

      Per amore di questo argomento vorrei sottolineare a Hip la sostanziale differenza fra la civiltà megalitica della Sardegna e quella del Salento. La prima ha lasciato grosse tracce di insediamenti, monumenti più complessi e grandi concentrazioni in singoli siti. Per la seconda la diffusione di dolmen e menhir è più capillare lungo l’intera provincia di Lecce (senza contare le due confinanti di Brindisi e Taranto): si contano un centinaio di megaliti, ancora riscontrabili, altri 65 sono oggi scomparsi (però ne restano tracce, fonti e fotografie), e diversi altri esemplari ancora non censiti. Il comune di Goni (risulta a me) ne conta una sessantina, ma quasi tutti concentrati in un unico sito. Il fenomeno nel Salento è una cosa a parte. Si incontrano menhir apparentemente isolati da tutto, in luoghi selvaggi, sulla costa come nell’interno, lungo tutto il territorio. Questo rende il Salento una cultura a sé stante. Come la Sardegna o la Gran Bretagna.

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