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“Thè”, racconto di Natale (basato su una storia vera)

Natale si avvicinava a grandi passi, le montagne attorno a Zurigo erano tutte bianche e la gente spalava la neve dalle strade e liberava l’entrata delle case da cui uscivano le nenie della festa più bella e attesa di tutte.

Dal cuore umido della baracca alla periferia ovest della città, condivisa con altri emigranti mentre sulla stufa a legna cuoceva una misera minestra comprata al Migros del quartiere si lavava le mutande in un catino di zinco, Salvatore pensava alla sua casa lontana, alla moglie, ai 7 figli.

Chissà che stavano facendo? Forse anche nella sua casa accanto alla ferrovia, a Acquarica, all’altro mondo, la Concetta (così si chiamava la compagna della sua vita) stava cucinando un boccone caldo e i bambini facevano i compiti. Chiuse gli occhi e quasi assaporò il tepore della sua vecchia casa dalla volta a stella e le muraglie spesse.

Con lo stomaco finalmente caldo e mentre i calabresi, i siciliani, gli spagnoli, gli slavi, i portoghesi armeggiavano anche loro con la biancheria e l’Olà e la baracca era impregnata dell’odore buono della minestre che cuocevano sulle stufe di ghisa, l’emigrante si appartò, prese un foglio di carta e l’àbbisi (matita) e intingendolo ogni tanto sulla punta della lingua, con la calligrafia incerta di chi ha dovuto lasciare la scuola alla seconda elementare per andare alla zappa, scrisse questa lettera:

“Cara moglie, aqquì stamo tutti bene, grazzie a Ddio e le cose vanno bene; se Dio vuole, a Natale il padrone, che mi porta a parmu di manu, mi da le ferie e accosi posso venire a là a vedere li fili mei cari cari e la compagna de la vita mia. Fammi sapere come astate tutti voi, il mio padre che ormai si e fattu ranne e sta sempre malatu e che voi che ti porto dalla Squizzara mò che parto. E a tutti voi saluti e ci vediamo a Natale se tutto vabbene”.

Alla fine, stanco, si asciugò il sudore con la grande mano nera, poi armeggiò con la busta per far entrare il foglio di carta piegato in quattro, scrisse l’indirizzo, sempre a matita, leccò e incollò il francobollo e uscì nella sera gelida e imbucò alla buca delle lettere all’angolo.

Tornò e si addormentò subito sognando il Natale della sua infanzia, il profumo dei cavoli enormi che coltivava il padre Patintoni e che cuocevano spandendo nell’aria un odore di dolce e di buono e alle pìttele (frittelle natalizie) che friggevano nell’olio sul fuoco. Per un attimo tornò bambino e masticò lentamente l’enorme pìttala croccante.

La risposta di Concetta non si fece attendere, ecco cosa scrisse con la scrittura claudicante di chi ha dovuto lasciare gli studi alla terza per andare a sarchiare il grano e il tabacco degli Arditi:

“Caru maritu meu, puru aqqua stiamo bene per grazzia del Signore e della Madonna Maculata che simu tantu devoti. Tuo padre stà meju tanto che stannu a ccotu puru le vulie ma mo è la mamma tua, vecchiona, che ha la diabbete e la sclerosi e la zotemia e li griciridi erti e altre malatie che non li manca nenti. Pure i vagnoni stannu boni pe grazia de Santu Ndrea e vannu boni alla sqola. Caru maritu meu, dici che vojo che mi porti dalla Squizzera? Io non vojo nenti, stassicuru, io vojo solo te. Tua moglie Concetta”.

La mattina della vigilia, i bambini sbucciavano le enormi arance dell’albero del giardino quando si sentì una macchina fermarsi: uscirono, era una Milleccento nera, di quelle che vanno a prendere gli emigranti alla stazione di Lecce. Salvatore scaricò due enormi valige verdi, scorticate, legate con una corda di plastica bianca. Una la posò sulla mattrabbànca (madia), i bambini armeggiando riuscirono ad aprirla e… sorpresa! Era piena di scatole di buon te. Poi uscirono in cortile a giocare con le pigne.

Da allora è passato molto tempo. Un secolo, un anno-luce, chissà… Molte volte è venuto ed è passato Natale, ci mettemmo a contarle ma perdemmo il conto per noia, quasi c’addormentammo, e perciò lasciammo stare. L’emigrante ha raggiunto suo padre e dove sono andati a stare adesso coltivano finalmente un uliveto tutto loro, non più quello del Barone, e sono contenti così.

La Concetta, santa donna, si è fatta ranne (vecchia), ha il passo delle femmine della sua età, ci vede poco e sente di meno, ma ancora prepara la pasta col lavàtu (lievito) che tiene calda con la coperta pazzùddhi (millepezze) e frigge pìttele al fuoco col cavolo e col peperone e scaccia i bisnipoti che allungano le mani sul grande piatto anche se è la prima a dire che bisogna mangiarle calde calde, appena uscite dall’olio.
Noialtri discendenti, che ormai pure abbiamo una certa età, parliamo del Natale di una volta quando non esistevano i regali e acconciavamo il presepe col muschio umido e i pastori fatti da noi stessi con l’argilla e beviamo ancora quel te delizioso e ne avanzerà ancora per chi verrà dopo di noi nel tempo che la sorte e gli dèi vorranno concederci.

E berremo per tutto il tempo che verrà il dolcissimo te che Salvatore portò dalla Svizzera dove lavorava sul cantiere “pala e picu e lu chiù fessa alla cariòla” (pala, piccone e il più debole alla carriola). E forse le trombe suonate dagli Arcangeli ai quattro venti il terribile giorno del Giudizio Universale tanto temuto dagli stolti e le facce lavate (ipocriti), ci troveranno ancora a bere quel dolcissimo, delizioso te che un Natale ormai lontano Salvatore portò a sua moglie Concetta in una valigia di cartone scorticato legata con una cordicella di plastica bianca.

Racconto di Francesco Greco. Tratto da una storia vera


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