Gli ebrei della Shoah, dai campi di concentramento ai DPC del Salento | Salogentis
Home » Aneddoti e Curiosità » Gli ebrei della Shoah, dai campi di concentramento ai DPC del Salento

Gli ebrei della Shoah, dai campi di concentramento ai DPC del Salento

Sabato 16 ottobre, alle 5.30 del mattino e sotto una pioggia scrosciante, 370 uomini delle SS, coadiuvati per compiti marginali da militi fascisti, circondarono il ghetto e cominciarono i rallestramenti casa per casa. Chi dormiva, chi era malato, chi allattava un bambino, chi si stava preparando a celebrare lo shabbat: con violenza i soldati radunarono tutti in strada, colpendo con il calcio dei mitra chi si attardava, urlando quella parole tedesche che tutti, anche i bambini, avevano ormai imparato […].  I camion erano stati allineati nello slargo, con il muso già in direzione del Tevere per agevolare la partenza. […]

[…] Alcune decine di non ebrei riuscirono a farsi rilasciare. Una donna in cinta, colta dalle doglie, venne trascinata in cortile a partorire. Subito, anche il neonato fu dichiarato in arresto.[…]

[…] Nella notte fra domenica 17 e lunedì 18 i prigionieri vennero incolonnati e portati alla stazione triburtina per essere caricati su carri bestiame che, una volta pieni, venivano piombati. Ci volle una settimana di viaggio in condizioni di disumano degrado e patimento per raggiungere la destinazione finale, il campo di sterminio di Auschwitz.

Corrado Augias – I segreti del Vaticano (Mondadori)

Era il 16 Ottobre del 1943, Roma. Gli ebrei, i cui nomi dei capifamiglia erano elencati su di un foglio di carta, vennero arrestati e di lì a breve deportati nei campi di concentramento. Il mondo si chiederà negli anni che seguiranno, e continua ancora farlo tra tesi contrastati e argomentazioni opinabili, il perché Papa Pio XII non si sia opposto con fermezza a questo crimine contro l’umanità.

L’inizio della fine, per molti punti di vista. La fine di ogni forma di libertà e di una speranza per il futuro, ma anche la fine di un conflitto mondiale che, nonostante le prime speranze  profuse negli italiani dall’armistizio firmato poco più di un mese prima (8 Settembre 1943), tardava ad arrivare. Le truppe tedesche abbandonarono il Salento senza rappresaglie per lasciare il passo agli alleati anglo-americani che in differenti comuni allestirono delle basi militari e rest-camps per i soldati impegnati in prima linea sul fronte.

La requisizione di ville signorili nelle principali località balneari di Tricase Porto, Santa Cesarea Terme, Santa Maria di Leuca, Santa Maria al bagno e Santa Caterina permise l’organizzazione e l’allestimento  dei Displacement Person Camps, sotto la diretta gestione dell’UNRAA costituita a Washington nel novembre del ’43, dove vennero inizialmente accolti profughi serbi, croati, slavi e dal 1945 anche ebrei.

Scacciati come appestati dalla loro casa e da ogni altra terra nella quale aveva scelto di stanziarsi, braccati come le peggiori bestie dei film di fantascienza, accusati di deicidio da oltre 2000 anni, temuti come se rappresentassero chissà quale oscura presenza. Il popolo ebraico, fin dai tempi di Abramo non ha avuto vita facile. Allontanato dalla sua terra d’origine e disperso nel mondo sin dall’VIII-VI secolo a.C. in quel capitolo della storia che parla di Diaspora ebraica. Una persecuzione che sembra non abbia mai abbandonato questo popolo indipendentemente dai secoli, dal contesto politico ed economico dei paesi in cui decidevano di stanziarsi.  Hanno sempre dovuto fare i conti con la “tipica” paura di chi non ti conosce o riconosce come suo simile.

Una storia che ha quasi l’aria di un déjà-vu. In passato gli ebrei erano già arrivati nel Salento, principalmente ad Alessano, dove formarono una comunità sufficientemente numerosa da richiedere e ottenere la costruzione di una sinagoga. Inizialmente accettati e fatti inserire senza problemi nella comunità, in nome delle radici religiose che accomunano entrambe le culture, per poi essere “temuti” quando  cominciarono ad occupare cariche di maggior prestigio. Il livello di intolleranza si spinse fino agli alti vertici e, nel 1539, il re Carlo V, contrariamente a quanto avevano fatto i suoi predecessori che offrirono protezione incondizionata al popolo emarginato, decise di scacciarli dal regno. Quarant’anni più tardi però, Filippo II cercò di ristabilire il clima di pace e tolleranza instauratosi con il popolo ebraico a patto che fosse relegato ai confini dei centri abitati, nei ghetti. Una convivenza che durò fino al 1749, quando vennero definitamente espulsi, lasciando in eredità agli alessanesi il soprannome di sciudei (giudei).

Ora gli ebrei ritornano con i segni indelebili della guerra, le cicatrici della Shoah, privati di ogni forma di dignità e dell’affetto dei propri cari. I loro racconti fungono da legante con la popolazione locale che dopo un primo e breve periodo di diffidenza concede agli ebrei la possibilità di integrarsi. Tutti i testimoni dell’epoca ricordano gli ebrei come brave persone, anche se non mancarono piccoli e circoscritti episodi di incomprensione e scontri. Il clima teso e rigido della guerra non rendeva  semplice la vita a nessuno: impossibilità ad andare a pesca in mare,  viveri razionati e  scarsa reperibilità del grano per il pane, spesso allungato con la terra. Il pane degli ebrei invece era bianco e tenero. E spesso era proprio questo bene dall’inestimabile valore a divenire fonte di baratto con favori e prodotti per altre necessità, da parte dei salentini.

Prigionieri in un campo di concentramento (Fonte: Wikipedia)

Agli ebrei non mancava nulla. Gli americani offrivano loro cibo, vestiario e protezione, ma questo non fermò il loro desiderio di migliorare le cose. Organizzavano spesso dei mercati durante i quali vendevano i viveri e gli indumenti forniti dagli alleati per racimolare qualche soldo. E’ questa l’immagine che di più tra tutte è rimasta tra i salentini. Gli ebrei sembravano infaticabili, piantagrane a volte, ma erano così diversi che non potevano suscitare curiosità e una certa forma di “attrazione”: il loro modo di pregare, di sposarsi, di battezzare i propri figli, era così lontano e avulso dalla realtà di quelle comunità del sud ormai isolato dal resto del mondo dalla storia, dalla politica e dalla guerra.

La  naturale predisposizione alla convivenza rispettosa da parte della popolazione non era condivisa, spesso, da parte delle autorità. Queste descrivevano gli ebrei come  disturbatori della quiete pubblica, colpevoli di contrabbando e dediti al mercato nero. Tutto questo sfociò in una campagna stampa, nel ’46, dai caratteri tipicamente antisemiti, provocando  la reazione degli ebrei nel Campo di Santa Cesarea Terme che si lasciarono andare ad atti di vandalismo. A Nardò, invece, i proprietari delle ville requisite organizzarono una protesta per chiederne la derequisizione  e il risarcimento per i danni subiti. Tutte le ville nelle quali alloggiavano gli ebrei furono, infatti,  “ripulite” da tutto ciò che contenevano:  mobili, quadri, suppellettili, porte ed infissi, venduti dagli ebrei al mercato.

Questi avvenimenti spinsero  il prefetto a premere ancora più verso le autorità romane per ottenere la smobilitazione dei campi,  definitivamente chiusi nel 1947. Di quella esperienza la testimonianza materiale più significativa è rimasta in una casa a Santa Maria al Bagno: tre murales che sintetizzano le attese e le speranza di un popolo che aveva subito la Shoah che sperava il ritorno alla terra promessa. A Tricase invece sono rimasti solo alcuni graffiti sui muri con simboli e scritte in ebraico. Tutti gli altri sono stati lavati via da un mano di vernice. Tutto è ritornato bianco. E’ ritornata la pace.

L’accoglienza che ebbero gli ebrei a Nardò ha determinato nel 2005 la concessione alla città, in rappresentanza di tutte le altre, della medaglia d’oro al valore civile.

Marco Piccinni

BILBIOGRAFIA:

I Segreti del Vaticano, Corrado Augias . Mondadori (2010)

Ebrei a Tricase Porto, Ercole Morciano – Edizioni del Grifo (2009)

– Agenda di Babbarabbà 1997. Soprannomi paesani nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto tra storia e fantasia – supplemento del “Quotidiano” dicembre 1996 (Arti grafiche Mondadori) a cura di Antonio Maglio


2 commenti su “Gli ebrei della Shoah, dai campi di concentramento ai DPC del Salento

  1. FRANCESCO LOPEZ Y ROYO ha detto:

    A SANTA CESAREA C’ANCORA UNA EBRAICA AL PALAZZO GARIELI IN VIA ROMA, FACILMENTE VEDIBILE .

  2. Giuseppe Marciante ha detto:

    Testimonianza della tradizionale immutata immutabile ospitalità Salentina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *