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La fontana Greca di Gallipoli

La fontana dello scandalo! con questa espressione ci si riferisce spesso a quello splendido capolavoro scultoreo che rende orgogliosa Gallipoli da tempo immemore. Una datazione che non è possibile definire con certezza dato che in molti si dibattono ancora sulla data della sua realizzazione. Stiamo parlando della fontana greca di Gallipoli.

I più romantici e campanilistici la vorrebbero edificata nel III secolo a.C., attribuendole di fatto il titolo di fontana più antica d’Italia. I più razionali e cauti invece la datano al rinascimento, con un ritrovato stile e contenuti a carattere ellenico-romano.

Qui sono rappresentate alcune delle scene più “calde” della mitologia greco-romana, un erotismo spesso nascosto e celato dai pregiudizi del razionalismo ecclesiastico che ha quasi eclissato le debolezze di quelle divinità che, in fondo, erano così simili agli umani più di quanto non volessero darlo a vedere. Le debolezze di Dirce, Dalmace e Biblide sono ora raccontate agli uomini tramite questa fontana, che custodisce una parte di tutto quell’amore che ne ha consunto il corpo e consegnate all’eternità. Amori diversi, opinabili, teneri, raccontanti egregiamente da Kalefati in un articolo pubblicato sulla rivista  Fede, quindicinale d’Arte e di Cultura ( a. III, n. 10)  del 5 Luglio 1925. Ne riportiamo fedelmente il contenuto.

L’idruntina contrada, perchè di tutta Italia più vicina alla Grecia (la quale in fatto di arti e civile sapere su tutte primeggiò), raccogliendo greche colonie, del maestoso ed elegante bello artistico di quella non fu pigra emulatrice. Un capolavoro di pura architettura e di grandiosa scultura è appunto la fontana il cui prospetto qui rechiamo in disegno, vicinissima alla città di Gallipoli. Gli scrittori delle cose gallipolitane si perdono in congettare intorno al tempo in cui fu edificata ma noi, senza entrare in minute ricerche, diremo solo essere opera de’ Greci, allorchè, stanziati nella Japigia, e trovato per essi molto acconcio questo ridente suolo d’Italia col suo piacevole aere, gli abitati di monumenti abbellirono. Di questa nostra idea molto ci rassicura il disegno del prospetto di essa, i suoi bassorilievi, le allegorie de’ medesimi, la nudità e giacitura delle statue, che son tutte cose, direi, per fermo caratteristiche dei monumenti dei primi Greci, che queste nostre contrade abitarono o decorarono.

Prima di prendere il lungo ponte, mercè il quale l’isola, o, per meglio dire, lo scoglio sopra cui siede la città di Gallipoli spiegandosi a’ riguardanti in bellissima e maestosa mostra, si congiunge alla terraferma, a manca evvi la nostra fontana. In epoca di più secoli addietro il ponte e la porta, che davano ingresso alla città, restavano più verso scirocco, ed è perciò che l’aspetto della fontana guarda verso quel punto. Ma, siccome le opere umane non possono a lungo perdurare, ed in ispecie quando a contrasto son messe coll’infido elemento le mille volte men durature divengono, perciò fu mestieri di un nuovo ponte, che alla diritta dell’antico fu costruito. E acciò che la fontana dalla sua parte postica non offrisse, sul bell’entrare il nuovo ponte, rozzo e disadorno muro, si pose mente e mano nel 1765 (Sindacato di Doxistracca, a dare a quel masso un gradevole aspetto divergendo a questa parte il getto delle acque versantisi per tre cannelle di bronzo in una gran vasca. Di questa recente facciata nulla diremo, perchè nulla ha di notevole: si bene per quello che alla qualità e al pregio delle acque si appartiene, potremo simigliarle a quelle di Valchiusa, lodandole col Petrarca siccome chiare, fresche e dolci.

Traggono loro origine nell’ultimo giogo dell’Appennino, alla distanza di circa un miglio da Gallipoli; ivi furono cavati sei o sette pozzi in una perenne scaturigine, i quali, par via di ben ordinati sotterranei comunicantisi tra loro, le acque rigurgitano in un vastissimo serbatoio depuratorio; donde poi, mercè altro acquedotto, vanno alla nostra fontana in tanta abbondanza, che non fecero mai provare a Gallipolitani il duro flagello delle sete. Noto è ormai come leggiadro e vago paresse ai Greci lo stile corintio, di che usavano nelle architetture fatte per decorare piccoli e svelti monumenti addetti al loro lusso; e fu veramente maestra quella mano che qui seppe condurre sì bella opera, conciliando alla minutezza dal lavoro una squisitissima eleganza. L’altezza della fontana è di palmi napolitani sedici, e di ventiquattro la larghezza. Su quattro basi levansi quattro piedistalli, sorreggenti altrettanti mezzi busti, sui quali posano graziosi capitelli corinti, che tutti formano quattro bizzarri pilastri sostenenti l’arcotrave, il fregio e la cornice della fontana.

Ben eseguito è il basso rilievo che adorna il fregio, istoriando nel vago intreccio dei fiorami alcune gesta di Ercole, come quelle col Leone Nemeo e coll’Idra Lernea, le quali sculture si veggono ora quasi, direi per miracolo intatte. Tra le quattro basi de’ pilastri, che costituiscono il primo piano in prospettiva, erano tre vasche ordinate a raccogliere le acque fluenti dalle statue superiori, e delle quali sopravanzano che piccole interrotte configurazioni.

Al di sopra di queste tre vasche, nei rettangoli de’ già descritti pilastri, veggonsi a basso rilievo istoriate tre metamorfosi di Dirce, di Salmace e di Biblide. Giace Dirce distesa lateralmente sul vergante acqua da più parti del suo corpo; a lei vicino son due tori,  allusivi al fatto mitologico, e più in su sta Bacco con sugli omeri un terzo toro da cui pende il suo manto. Finge la favola, che inaspriti Zeto e Amfione figliuoli dl Antiope del mal governo alla lor madre usato dalla gelosia di Lince, e venuto loro, il destro di menarne aspra vendetta, legaronla alla coda d’un toro, che, furiosamente trascinandola, la finì. Bacco, commiserando alla sua fedele, la trasformò in una fonte dal suo nome presso Tebe. Sul profilo dell’arcotrave leggesi Zelotipae, e a dinotare le triste conseguenze della gelosia, fu inciso su tal quadro il seguente distico:

Antiopae rabie mea stillant membra furorem;

Zelotipum caveas qui bibis hanc phraenesim.

Notisi pertanto che si questa iscrizione, come  le altre seguenti, sono di recente aggiunte, come sí dirà qui appresso.

Nel rettangolo di mezzo, sta la favola di Salmace ninfa naiade, che, affezionatasi al giovanetto Ermafrodito figliuolo di Venere e Mercurio, scongiurò i numi di formar dei loro corpi un solo, dai quali fluirono anche delle acque. Più sopra è effigiata Venere tenente fra le mani un capo della catena che  lega i due corpi; e i suoi occhi son volti a un piecolo Cupido, che è sul vibrar degli strali amorosi ai due amanti. La scritta è Amoris, e i distici del quadrato i seguenti:

Salmacis optai  concreta est ninfa marito ;

Felix virgo  sihi si scit inesse virum.

At, tu formose juvenis permiste puellae,

Bis Felix unum sì licet esse duos.

Nel terzo bassorilievo alla diritta dell’osservatore è istoriata la favola di Biblide, che, perseguendo suo fratello Cauno fin nei più deserti luoghi ove erasi rifuggito  per sottrarsi alle criminose inchieste di lei, fu tramutata in una fonte, commiserando i numi il suo dirotto pianto per le amare invettive di cui Canno la calmò. Sta Biblide distesa al suolo, con una mano sorreggendo il suo petto donde fluisce l’acqua, e coll’altra tiene strettamente afferrato il lembo del manto di suo fratello, che raccapricciato è per fuggire. Sul davanti dell’arcotrave leggesi Erubescentiae; nel quadretto leggesi il distico seguente :

Biblis amara Vocor,  dulce tu suge mamillam

Pristin’infelix odia Versat amor.

La parte superiore della cornice è di molti secoli più recente, e forse del 156o regnando Filippo IV re di Spagna e di Napoli. Essa forma una ben ornata cornice rampante, avente nel mezzo armi della real casa di Spagna ed a’ lati lo stemma della città.

Tale cuspide è di pietra carparo, tutta gallipolitana, eseguita dalla mano del celebre Milone, come leggesi nella storia del Micetti; e allora forse furono anche aggiunti i sopracitati distici latini. La qualità della pietra della fontana è detta degl’intesi marmorea: essa è capace di perfetto polimento, sotto il quale riesce bianca e lucida assai.

Vuoi ora, o lettore, conoscere lo stato precente di questo bel monumento? Basterà dirti che se avessi di sotto gli occhi questa scultura, alla vista di quelle molte statue mutilate e sozzamente guaste per amore del bello, compreso di acerbo dolore, sciameresti: Oh del tempo irreparabili ruine.

Tuttavolta le forme del belio e dell’elegante ancor si ammirano  in questo avanzo di remota antichità; ed un artista, facendoselo ad osservare, troverebbevi sempre mai di che far tesoro.

A. Kalefati

E’ possibile consultare il documento originale al link: http://www.culturaservizi.it/vrd/files/Fd1925_fontana_Gallipoli.pdf


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