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Grotte funerarie nel Salento meridionale

Non ci sono auto, né case, né tantomeno il fatidico problema del buco dell’ozono. Siamo nel Neolitico finale, IV millennio a.C. e per la prima volta nella storia si assiste ad un cambiamento epocale, non da intendersi come una svolta netta, ma l’inizio di un lento e graduale processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumeranno via via la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia. Iniziano a svilupparsi le prime comunità “evolute” che si organizzeranno in forme e modi sempre più articolati.

Ma da quando esiste la vita ogni creatura ha sempre dovuto fare i conti anche con la sua conclusione: la morte. La cessazione di ogni attività metabolica, inspiegabile all’uomo primitivo, ha posto di fronte i nostri atavici progenitori ad un interrogativo che ancora oggi forse non trova risposta: cos’è la morte? Ma probabilmente ancora più importante sarebbe sapere: cosa c’è dopo la morte?

Nasce quindi una prima forma rudimentale di “aldilà” che veniva pian piano a popolarsi di esseri superiori, divinità, le cui manifestazioni avvenivano quotidianamente attraverso fenomeni assai bizzarri che ricadono in un ampio campionario di eventi naturali. Ci si convinse che anche l’uomo poteva raggiungere quell’aldilà, ma come?

Anche la risposta a questa domanda si presta ad una trattativa senza fine. I vari popoli e culture che si sono succeduti hanno provato diversi approcci ai quali, passando con il rasoio di Occam, “sopravvive” una sola componente: la sepoltura.

Si inizia ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità strutturale (del tipo “a grotticella”), costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Il sito archeologico di Cardigliano, nel territorio di Specchia, ha restituito dall’oblio degli eoni del tempo, inseguito ad uno scavo condotto nel 1989 dalla sovraintendenza Archeologica della Puglia, un’importante testimonianza di una grotticella sepolcrale, scavata sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. Al suo interno alcuni vasi ad impasto frammentari, un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3] risalenti all’età del Bronzo.

Grotta funeraria di Cardigliano

La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani.

Nel 2012 i riflettori si spostano su un ulteriore, probabile, tomba a grotticella nel territorio di Montesardo, sulla parete occidentale di un grande sbancamento antistante la clinica San Raffaele colmato da terra rossa e bassa vegetazione spontanea. Si tratta di una cavità orientata in direzione nord-est, con un’apertura sul lato orientale costituita da un breve dromos di accesso che immette in un ambiente di forma ellittica. La volta si caratterizza per la presenza di un foro di aerazione, mentre le pareti laterali presentano numerose nicchie, una sovrapposta all’altra, dall’enigmatica funzione e incerta datazione[4]. L’ambiente era già noto ai soliti vandali e incivili che hanno saputo reimpiegare come “sito di discarica”, ovviamente abusivo.

Grotta funerario di Montesardo – ingresso

Grotta funeraria di Montesardo – nicchie all’interno

Piccole tracce di un culto, quello dei morti, decisamente degne di note anche se impallidiscono al confronto con un caso ben più rilevante rappresentato dalla Grotta Cappuccini, nei pressi di Galatone, una piccola cavità naturale scavata negli anni ’80 del secolo scorso ma la cui frequentazione, a scopo funerario, è da riferire ad una fase di transizione fra Eneolitico ed età del Bronzo (4.500 – 4.300 anni fa). Al suo interno è stato rinvenuto un vero e proprio “deposito”che conta i resti di circa 310 individui, accompagnati da un corredo funerario variegato costituito da ceramica (soprattutto bicchieri e boccali), alcuni manufatti in osso (un bottone e dei pendagli), in rame (uno spillone, alcuni pugnali e una lametta) e in pietra. Un’asta in arenaria, rinvenuta nella grotta, è stata interpretata come un bastone di comando, da mettere in relazione con un personaggio di elevato rango sociale[5].

Altre piccole grotte site in territorio neretino completano la “costellazione” funeraria. Serra Cicora e Grotta del Fico, furono utilizzate come luogo di deposizioni multiple nella stessa fase di quella di Galatone, molto probabilmente riflesso di comunità umane strutturate su base familiare e tra loro inquadrate da rapporti paritari[6].

Una migliaia di anni più tardi l’attenzione dell’uomo si sposterà verso una nuova struttura, bretone di adozione, il dolmen, la “tavola di pietra”, il cui uso, probabilmente funerario, avrebbe sostituito le ormai “obsolete” sepolture in grotta, denotando un’evoluzione nell’assetto socio-culturale delle comunità che li realizzarono. Ma questa è tutta un’altra storia!

 

Marco Cavalera, Marco Piccinni

 

Bibliografia:

 

Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase (Le), 2009.

Ciongoli P., Specchia (Lecce). Cardigliano, in Taras, Rivista di Archeologia, IX, Martina Franca (Ta), 1989, p. 159.

Febbraro N., Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione, Tricase (Le), 2011, pp. 157-164.

Ingravallo E. (a cura di) Il Museo racconta. Il Salento e la Preistoria, Cavallino (Le), 2004, p. 48.

Orlando M.A., Presenze necropoliche e strutture funerarie nel Salento dal XVI al X sec. a.C. Un tentativo di classificazione della documentazione esistente in Studi di Antichità 8,2, Galatina (Le), 1995, pp. 19-38.

Orlando M.A., Cardigliano (Specchia), in Ingravallo E. (a cura di) La passione dell’origine, Galatina (Le), 1997, pp. 290-303.

Orlando M.A., L’uomo e la pietra nel Salento preistorico. Guida alla comprensione e alle escursioni del territorio, Lecce, 2007.



[1] Orlando 2007, pp. 17 – 22.

[2] La tomba a camera ipogeica rientra nel c.d. gruppo A, tipo 3 della classificazione delle strutture funerarie nel Salento effettuata dalla dott.ssa Orlando (Orlando 1995, pp. 25-26).

[3] Ciongoli 1989, p. 159.

[4] Sopralluogo effettuato il 17 gennaio 2012 a seguito di una segnalazione di Francesco Greco. La cavità si caratterizzava per la presenza, sia sulla rampa d’ingresso che nel vano interno, di fitta vegetazione spontanea e rifiuti di vario genere, che hanno reso difficoltosi l’accesso e il rilievo. Lo stesso piano di calpestio era riempito da detriti, pietre e spazzatura.

[5]  Febbraro 2011, p. 128.

[6] Ingravallo 2004, p. 49.


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