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SS275: in pericolo il patrimonio archeologico e arboreo del Salento!

Una grande armata sarà sempre sconfitta, un grande albero sarà sempre abbattuto” recita un noto proverbio cinese. Una valutazione decisamente al passo con i tempi, che risuona quasi come un epitaffio per le centinaia di alberi già estirpati dalla rossa terra del Salento nella quale hanno vissuto per secoli per lasciare il passo a tonnellate di asfalto, di catrame, un’unica e monotona pennellata di nero in sostituzione dell’eterno e irrefrenabile impulso alla vita.

Quando piantiamo un albero, stiamo facendo ciò che possiamo per rendere il nostro pianeta un luogo più salutare e vivibile per quelli che verranno dopo di noi, se non per noi stessi” sosteneva Oliver Wendell Holmes Jr. Con questa filosofia l’uomo ha fatto della natura una sua alleata, uno strumento dal quale trarne profitto rispettosamente. Per questo, secoli orsono, importò dai balcani la quercia Vallonea (inserita nella lista rossa delle specie arboree da proteggere), probabilmente grazie all’aiuto degli arabi. La fece proliferare e diffondere in lungo e in largo fino a formare vaste foreste. Dalle sue ghiande e dalla sua corteccia si ricavava il tannino, utilizzato per la concia delle pelli, una fiorente attività attestata già nel XIV secolo in vari comuni salentini, di cui Tricase divenne ben presto capofila.

Una Vallonea sul tracciato della nuova 275

Un progetto, realizzato con un intervento co-finanziato dal POR Puglia 2000-2006 Mis. 1.6 (Unione Europea – Regione Puglia e comune di Tricase), ha consentito di effettuare un censimento e la classificazione delle piante di Quercia Vallonea adulte ancora presenti sul territorio, arrivando a  contare 6224 esemplari sparsi tra le contrade tricasine (per un estensione totale di 4260 ettari) con una concentrazione maggiore nell’area compresa tra la Serra del Mito, Tricase Porto e Marina Serra. Probabilmente qualcuna è sfuggita al conteggio, come un folto gruppo di querce vallonee secolari in località Santamaria, nel rione di Santa Eufemia di Tricase. Una svista che sa di ironico dato che la zona in questione è interessata nella realizzazione del tracciato della nuova 275. Un piccolo biotopo composto da querce Vallonee e spinose di diverse età e dimensione, una panacea per i mali del tran tran quotidiano tra auto, smog e uffici. Una dimensione a se stante assemblata dalle mani del contadino che impilando sassi grossi e appiattiti ha realizzato centinaia di metri di muretti a secco, rare pajare provviste di anticamera, palmenti e masserie. Uomo che in un lontano passato pose qui la sua ultima dimora, all’interno di resti di tombe basso-medioevali, a ridosso della Masseria Resci, già intaccate in antico da un fronte di cava. Un’area di interesse naturalistico che rischia di divenire ben altro tipo di cimitero, in un Salento che tutti ci invidiano (ancora per poco), e che evoca spontaneamente mondi fiabeschi. Fiabe dove i “c’era una volta” si trasformano in ricordi sbiaditi di ciò che era e ora non lo è più. Scenari corredati da numerosi ripari in pietra a secco e, a ridosso dell’antica strada “Delle Zicche”, si intravede una cavità scavata artificialmente in un banco di argilla, molto probabilmente sorta come cava di estrazione in età moderna.

Un giorno dovremo trovare il coraggio per dire, c’era una volta Masseria Mustazza, un’antica struttura produttiva rurale, la cui esistenza – e il relativo toponimo – si evince da alcuni documenti datati alla metà dell’800. Comprendeva orti (cisure) e un piccolo bosco, denominato “Martella” e all’interno strutture in pietra a secco dei primi decenni del XX secolo. Si tratta di una struttura ricettiva probabilmente già utilizzata in età romana e caratterizzata da una disposizione degli ambienti a staffa di cavallo. Sulle pareti dell’edificio sono state incise numerose croci come forma di devozione dei Pellegrini diretti a Leuca che qui si fermavano in cerca di riposo, di ristoro, di preghiera. Le pietre semicircolari forate sulla facciata venivano utilizzate per legare i cavalli durante la sosta. E proprio dell’età romana sono stati riesumati alcuni pezzi di un antico passato: frammenti di ceramiche prodotte oltre 1700 anni fa in Nord Africa (sigillata africana) e di ceramica comune da mensa, nonché a minuti pezzi di anfore, sempre provenienti dalle coste africane del Mediterraneo.

Dovremo dolorosamente continuare con un c’era una volta un ospizio dei Pellegrini, in località Sciarnineddhi, anch’esso caratterizzato da croci e pietre forata alle quali legare i cavalli, un’ambita meta raggiungibile percorrendo una cinquantina di metri di tratturo in cui si delinea una carrareccia. Alle spalle un passaggio delimitato da muri “paralupi”, con un pozzo profondo circa 6 metri, che immette in un giardino di circa 400 mq, caratterizzato dalla presenza di un forno e una pajara troncopiramidale in pietra a secco. Giovanni Uggeri, autore dello studio più completo a disposizione relativo alla viabilità romana del Salento, ipotizza il passaggio del tracciato della via “Sallentina”, proprio nell’area in questione. Lo studioso, relativamente al tratto in oggetto, scrive che la strada, a partire da Alessano, attraversava la S.S. 275 all’altezza del chilometro 1009. Per un tratto la strada campestre fungeva da confine comunale, quindi perveniva alla Madonna del Gonfalone e, seguendo l’attuale tracciato viario, proseguiva per Tutino.

Poco distante dalla “Casa dei Pellegrini” si apre una cavità, a circa 2 metri di profondità nel banco roccioso, ben nascosta dalla vegetazione. La grotticella è caratterizzata da un ingresso rivolto ad est, un corridoio di circa 3 metri e largo 50 cm che introduce ad un atrio, dotato di abbeveratoi per animali, tramite cui accedere a due camere contrapposte e speculari, anch’esse dotate di nicchie, sedili in pietra e incavi. In origine le due cavità (e probabilmente anche il corridoio) erano chiuse da porte di legno. La realizzazione del complesso è da riferire alla frequentazione dell’area in età moderna da parte di contadini e pastori, anche se il considerevole numero di croci incise e la sua posizione lungo il tratto di via di pellegrinaggio in direzione sia Alessano (Cappella del Crocifisso e Madonna della Scala) che Montesardo (Macurano) potrebbero indurre ad ipotizzare un suo utilizzo come rifugio per i viandanti.

Questa fiaba, dai protagonisti inermi e indifesi minacciati da una “strega cattiva” insensibile e crudele, potrebbe non avere un lieto fine. E potrebbe non avere nemmeno una morale, se non quella di un mero disprezzo ambientale da parte di una società globalizzata che si aggrappa ad effimeri stracci culturali ignorando e denigrando gli effetti contenitori di ricchezza, rispetto e intelligenza. I protagonisti dei vari c’era una volta sono ancora lì, ormai condannati a diventare delle vecchie foto di un Salento che fu.

Marco Cavalera, Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA

 

Cavalera M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase 2009.

Cavalera M., Martella R, ”Cave di estrazione dell’argilla nel territorio di Lucugnano (Tricase)“, in Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano, 12, Galatina 2009, pp. 59-77.

Dell’Anna L., Fiore S., Lamaddalena M., Laviano R., Le argille di Terra d’Otranto (Puglia, Italia): caratteristiche mineralogiche, geochimiche e possibile utilizzazione industriale, in Geologia applicata e Idrogeologia, vol. XXIV, Bari 1989, pp. 97-99.

Martinis F., Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1.100.000, Foglio 223, Capo Santa Maria di Leuca, in Serv.Geo.d’Italia, Ercolano (Na) 1970, pp. 26-29.

Uggeri G., Viabilità romana nel Salento, Mesagne (Br), 1983.

 


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