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Il Risorgimento del Sud

Morti fucilati istantaneamente: 1.841; morti fucilati dopo poche ore: 7.127; feriti: 10.604; prigionieri: 6.112; sacerdoti fucilati: 54; frati fucilati: 22; case incendiate: 918; paesi incendiati: 5; famiglie perquisite: 2903; chiese saccheggiate: 12; ragazzi uccisi: 60; donne uccise: 48; individui arrestati 13.629; comuni insorti 1428. Questa è la statistica riportata sul Contemporaneo di Firenze del 14 agosto 1861, a pochi mesi dalla “liberazione” del sud dall’oppressore, e l’annessione al regno Sabaudo.

Liberazione, un termine usato a lungo, quasi istintivamente nel descrivere il risorgimento del Meridione, una smisurata sequela di istantanee sporche del sangue di un esercito fedele al proprio re, di una popolazione legata alle proprie radici, di un popolo fiero e incosciente, di una nazione conquistata.

Un sud, quello del Regno delle due Sicilie, che vantava una delle migliori scuole di medicina in Europa, le prime cattedre di astronomia (in italia) ed economia (al mondo), il primo teatro al mondo, il primo osservatorio astronomico, la prima ferrovia ed il primo telegrafo elettrico in Italia, il terzo posto nella classifica delle nazioni più industrializzate d’Europa ed una serie di altri primati degni dei paesi più sviluppati. Di contro, l’organizzazione statale non è omogenea in tutto il regno, soprattutto nelle regioni più periferiche spesso sprovviste di strade e con condizioni igieniche precarie. C’era tanta povertà, ma nessuno aveva mai sentito il bisogno di dover lasciare la propria terra. Difficile dire che siano state queste ultime le motivazioni che hanno spinto Cavour, che masticava più di francese che di Italiano, a mobilitare una macchina di doppi giochi, inganni, pedine spostate alla bisogna ed alcuni salentini, Liborio Romano di Patù, Giuseppe Pisanelli di Tricase e Antonietta de Pace di Gallipoli (tra i più noti), esponenti di spicco del neo governo unitario i primi, e crocerossina e rivoluziona la seconda, che con il loro agire hanno spianato la strada a Garibaldi nella consapevolezza (o nella speranza) di poter migliorare ancora di più la condizione del sud. Non potevano sapere però, che i piemontesi non erano interessati a migliorare le condizioni di vita dei meridionali, paragonati alla stregue di bestie luride e primitive, bensì a mettere le mani sul patrimonio duo siciliano, che al momento dell’annessione constava di 445,2 milioni di lire in oro (oltre due terzi del patrimonio dell’intero stato italiano post unitario).

Regno delle due Sicilie

Ma quando Liborio Romano aprì le porte di Napoli e le sue braccia a Garibaldi, dopo aver indotto Francesco II di Borbone a lasciare la città, il sangue dei “terroni” era già stato versato. Famose le parole del generale Nino Brixio a Bronte, in Sicilia, che dopo aver fucilato 25 contadini rei di aver chiesto la terra che era stata promessa loro in cambio della rivoluzione contro il governo borbonico, disse: “Con noi poche parole, o voi restate tranquilli o noi, in nome delle giustizia, e della patria nostra, vi distruggeremo come nemici dell’umanità”. Un’imposizione che il meridionale non accettò di buon grado e che esplose ben presto in una vera e propria guerra civile caratterizzata da numerosi stadi di assedio.

Eh già, perché il sabaudo era convinto di poter schierare dalla propria parte tutti i soldati dell’ex esercito borbonico fino alla naturale fine del proprio mandato, oltre che di poter tassare e depredare le terre dei meridionali come se nulla fosse, decentralizzare il mercato delle grandi industrie del sud in favore di quelle del nord, cancellare la cultura locale in favore di quella piemontese.

Una situazione che non poteva perdurare e che si trasformò rapidamente in un movimento, un fenomeno conosciuto presto in tutta Europa, e non solo, come Brigantaggio! Tutti i militari “sbandati”, coloro che si rifiutarono di prestare servizio presso l’esercito sabaudo giurando fedeltà all’unico e solo vero re che ritenevano tale (Francesco II), dopo essere stati arrestati e in parte successivamente evasi, si diedero alla macchia nei boschi, nelle grotte, sulle montagne, acquisendo proseliti e formando in alcuni casi veri e propri eserciti organizzati, con l’aiuto e la protezione dei familiari e degli interi villaggi.

Un pretesto che indusse il neo governo ad innescare un’agguerrita repressione che si tradurrà in migliaia di arresti. A cavallo dell’annessione, su tutto il territorio nazionale si contavano già 1076 carceri giudiziarie dove erano rinchiusi 63.162 detenuti in condizioni disumane e spesso senza conoscere neppure i capi di imputazione. Tutti erano diventati colpevoli solo perché meridionali o non simpatizzanti del nuovo re. “Imporre l’unità alla parte più corrotta più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza; la forza morale e se questa non basta la fisica”. Così si espresse Cavour, e cosi fù. Il lento decorso della legge accusata di essere troppo magnanima nei confronti dei “colpevoli”, indusse il governo a partorire la terribile legge Pica (approvata il 15 Agosto del 1863 e rimasta in vigore fino al 31 Dicembre del 1865) che dava all’esercito pieni poteri nei confronti di chiunque potesse manifestare anche il minimo segno di sospetto. L’esito: oltre 60.000 vittime secondo alcune stime del Gervasi nel 1869. Un lascia-passare che per alcuni versi legittimava alcuni atti scellerati commessi dall’esercito piemontese, già colpevole nel ’62 di aver posto di fronte ad un plotone di esecuzione una bambina di nove anni, Angelina Romano, colpevole solo di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ma essere adulti o bambini, uomini o donne, non faceva alcune differenza. Neanche le donne in cinta venivano risparmiate!

Le scuole vennero chiuse per oltre un decennio, decine di migliaia di meridionali prelevati dalle loro case e deportati in veri e propri campi di concentramento, la fortezza di Fenestrelle quello peggiore. Utilizzata già da Napoleone, la fortezza si presentava come il luogo ideale dove deportare il meridionale per essere “riformato”: uomini nudi, se non coperti da pochi stracci, lasciati a morire di freddo nel rigido inverno delle alpi. I cadaveri venivano sciolti nella calce viva. Ma Fenestrelle non bastava a contenere tutti i meridionali (tra gli arresti anche un ventiquattrenne galatinese, Miggo Salvatore), criminali per forza, dopo che il criminologo Cesare Lombroso ne aveva “dimostrato scientificamente” la natura malvagia sulla base di alcune considerazioni anatomiche. Il governo si adoperò dunque ad allacciare rapporti diplomatici e strategici con altri stati europei e non, come il Portogallo e l’Argentina, per avere in concessione l’utilizzo di isole o luoghi “idonei” alla deportazione del “male”. La ragione dei governi esteri fu più illuminata di quella del governo italiano. Rifiutarono di collaborare.

“La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, ch’ è tanto affine per la sua criminalità, per le origini e pei suoi caratteri antropologici alla prima, dovrebbe essere ugualmente trattata col ferro e col fuoco e dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia ecc…”. Tuonava Alfredo Niceforo, discepolo del Lombroso, anche lui criminologo. Il governo italiano avrebbe dovuto quindi continuare con la sua opera di epurazione.

Al meridionale, umiliato, violentato,tradito,calpestato, non restava altra scelta che lasciare la propria casa. Emigrare. Già nel 1861 oltre 5.525 uomini partirono oltre oceano, cifre in costante aumento, di anno in anno, fino a raggiungere, agli inizi del secolo scorso, il 24% della popolazione italiana.

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. [Giuseppe Garibaldi]

Marco Piccinni

BIBLIGRAFIA:

Fulvio Izzo, I lager dei Savoia, storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali – Edizioni Controcorrente (1999)

Giampiero Carocci, Il Risorgimento, le idee e i protagonisti che 150 anni fa fecero l’Unità d’Italia  – Newton Compton Editori (2010)

Giordano Bruno Guerri, Il sangue del sud, Mondadori (2006)

 


2 commenti su “Il Risorgimento del Sud

  1. francesco lopez y royo ha detto:

    sempre stiamo a rimuginare cose accadute e purtroppo ci hanno cambiato la storia,ora penso che oltre che ricordare alla giovani generazioni sarebbe opportuno che il sud ed i suoi ex regnanti cerchino un modus vivendi riproponendosi in settori economico culturali , commerciali e industriali così facendo potrebbero riscattare il meridione dalla morsa che oggi,attanaglia tutto e tutti.Sarebbe una buona pagina di storia reale guardare il passato e proiettarsi nel futuro.

  2. Paolo Mennuni ha detto:

    RAI Storia parla di tutto meno che del” Risorgimento”.
    Dopo la cacciata dei Savoia è ancora un tabù? Ormai sappiamo tutto dei Romanoff, Della Resistenza e del Fascism., Sappiamo molto poco dei Borbone e del Regno di Napoli

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