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La concia delle pelli nel Salento

A questa razza d’uomini, da noi oggidì appellati Barbari, dobbiamo il risorgimento delle lettere in Europa; pel corso di più di tre secoli nelle nostre scuole altri nomi non s’udirono; che quei d’Avicenna, d’Averone, d’Alcanzeno, ecc. A questa nazione similmente, che s’annidò nelle nostre regioni, facendovi lunga dimora, e penetrando fin’anche a queste nostre estreme contrade, molto deggiono le arti, ed il commercio […] il Marocchino, il Cardovano, il Bazano, che noi ora corrottamente diciamo Vezano, e per cui denotare gl’italiani in decorso si avvalsero delle voce Montonina, sono nomi di cuoi di animali conci, che non d’altronde ci sono venuti, che dagli Arabi, da’ quali forse ancora ci si sarà trasfusa la maniera attuale di conciarli. [1]

Così Ferdinando Maria Orlandi, nel suo “Dell’arte del Pelancane e della Valonea“, giustifica la presenza dell’antica arte del conciar le pelli in Terra d’Otranto. Un’eredità avuta da un popolo spesso accusato solo di prepotenza e pirateria, ma che allo stesso tempo ha contribuito a salvaguardare e diffondere la cultura e le scienza nel Mediterraneo. A loro si devono probabilmente le migliori tecniche di lavorazione del pellame conosciute nell’estremità del promontorio japigio.

Introdotta tra di noi quest’arte, non si può dire bastantemente quanto vi sia stata benissimo accolta: per pruova ne sia la sola provincia di Terra d’Otranto; dove infra l’altre vi fiorisce con molto profitto in varie di lei popolazioni come di Francavilla, di Casalnuovo, di Mesagne, delle Grottaglie, di Lecce, di Galatina, di Maglie, di Tricase, ecc: singolarizzandosi tutte nella varia maniera di conciare cuoj, chi per Marocchino, chi per Cordovano,  chi per Bazaro, chi per Veneziano, chi per Vitellino, e chi per altre maniere, somministrando in tal guisa una perenne risorta a’ calzolai Leccesi, onde trarre il materiale da esercitare il loro mestiere. [1]

Non si possiedono riferimenti certi sul periodo storico in cui la concia delle pelli divenne una delle attività più fiorenti nel Salento, nonostante se ne possa ipotizzare una già accentuata predominanza durante il regno dello svevo Federico II, il quale introdusse un legge proibitiva sull’indorar le pelli, attività praticabile esclusivamente dalla curia. Il documento più antico che ne certifica la presenza in territorio di Tricase risale al 1487, nel quale si parla dell’improvvisa morte del conciatore Nicolò Cuesi. Più vecchia di circa un secolo invece, la più antica attestazione dell’attività nel comune di Nardò. In un documento angioino del 1376 si fa riferimento alla lavorazione delle pelli per mano di una comunità ebraica: “li giudei, confecteri, et corvisieri, non habbiano da buttare al pubblico, acque potride, et fetide, et altre bruttezze“[2], obblighi imposti anche alle comunità di Soleto, Lecce e Galatina nel corso del ‘400.

Furono proprio i tricasini a distinguersi in tutta la provincia per la maestria con la quale praticavano questa nobile arte. Qui, enormi distese di querce Vallonee, volgarmente dette anche falanida o pizzofao, garantivano la materia prima più importante, che altri comuni erano costretti invece a pagare fino a 18 carlini il tomolo.

La Terra di Tricase dunque ne’ Salentini,l’unica quasi, e sola forse in tutta la Provincia, che vada esente da qualsiasi gravezza feudale, sia reale, sia personale, se si rese un tempo ragguardevole, non tanto per essere stata dominata da’ Serenissimi Principi di Taranto, quanto per essersi dimostrata attaccata alla Casa Regnante d’Aragona, meritando da que’ Principi, e precisamente da Federico II, e Carlo V, amplissimi privilegj, grazie,ed esenzioni, si rende altresì nota anche oggidì non solo per gli marocchini, che quivi meglio, che altrove si preparano, ma ben’anche per aver trovato il modo i suoi concittadini d’introdurre, e far allignare nel di lei territorio, l’albero volgarmente detto Falanida, tanto necessario a Pelacani nella concia delle pelli, e la di cui cultura s’è resa quasi propria de’ Tricasini, sconociuta, o non curata dagli altri.[1]

Una figura, quella del conciatore di pelli, intorno alla quale si avvolgevano rotoli di leggi e giurisdizioni nei governi di tutta Europa e che contribuì alla costituzione di fiorente economia, agevolata dalla presenza di numerosi porti grazie ai quali il prodotto finito poteva essere liberamente commercializzato.

L’attività della concia consiste nel trasformare la pelle di animale in cuoio. La lavorazione consta di varie fasi e ha come unico obiettivo quello di eliminare la componente dell’animale che induce la putrefazione dei tessuti epiteliali, al fine di poterle conservare in maniera duratura. La necessità di dover utilizzare il sale nelle varie fasi del processo, ha indotto i conciatori tricasini ad impegnare  vasche, naturali ed artificiali, in prossimità della località costiera Marina Serra. Il sale, infatti, insinuandosi da tutti i lati, fortifica i tessuti e li protegge dalla corruzione. A questo ingrediente fondamentale si aggiunge poi l’olio di oliva, in grado di rendere la pelle pieghevole per aderire perfettamente a tutti i movimenti corporei di chi poi dovrà indossarla, e le ghiande e la corteccia di Vallonea polverizzata, per renderle invece morbide e maneggevoli durante la lavorazione.

Il processo della concia segue un iter basale, da diversificarsi poi in funzione del tipo e del colore di pelle che si vuole ottenere. Per il Cardovano ad esempio, basta sottoporre ad un bagno di acqua fredda pelle di capra  o di caprone, fino a quando i tessuti epidermici saranno morbidi abbastanza da essere tosati da una parte e scarnificati dall’altra. Si procede poi, per i successivi 15 giorni, ad un bagno di calce prima di essere nuovamente depilati e scarnificate con maggior cura. Si passa quindi ad un terzo bagno di crusca o schiddea (un intruglio costituito da sterco di cane e acqua) per 2, 3 ore e ad un quarto bagno di acqua tiepida e mortella per almeno 5, 6 giorni. Si procede ad una nuova scarnificazione e poi alla ingallatura, ossia al trattamento con polvere di ghiande e di corteccia di Vallonea per almeno un giorno, prima di essere esposte al sole e tinte con colori scuri.

Diorama che rappresenta una delle fasi della conciatura delle pelli (sito nella liama in prossimità della Chiesa Nuova di Tricase)

Per ottenere dei marocchini invece, prima delle tintura occorre selezionare le pelli migliori, da trattare ulteriormente con un bagno di morchia ed acqua calda prima di una nuova raschiatura. Si passano da una parte con il gesso e dall’altra con il tufo per poi essere tinte di nero con un colorante misto ad aceto, all’interno del quale sono stati messi in infusione degli oggetti in ferro.

Nonostante le pelli prodotte nelle nostre contrade fossero di indubbia e straordinaria qualità, spesso si preferiva acquistare, per un puro spirito di esterofilia, prodotti stranieri, provenienti soprattutto dall’Inghilterra, anche se, come afferma Ferdinando Maria Orlandi, al primo utilizzo emanavano un tal fetore da renderli insopportabili. Probabilmente oltre manica il processo che prevedeva il trattamento della pelle con olio di oliva veniva eseguito utilizzando olio di pesce, causa del cattivo odore.

Da che i Monaci abbandonarono l’opere manuali dietro il prescritto d’un Concilio d’Aquisgrana, in cui Vescovi per onorare il Sacerdozio, proibirono loro il lavoro della mani; da che i Monaci permisero a’ di loro conversi far passaggio da una vita attiva ad una più agiata […][1] l’antica attività del conciatore andò via via scemando fino a scomparire del tutto, come buona parte delle querce Vallonee che per secoli hanno contribuito in maniera decisiva all’economia delle nostre terre. Per secoli furono proprio i monaci, infatti, a garantire la continuità di questa arte che, priva di spontanee iniziative di diffusione a laici e garzoni, non attecchì negli strati più profondi della classe artigiana.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA:

[1] Hervè Cavallera (a cura di),Dell’arte del Pelancane e della Valonea – Edizioni del Grifo (Ristampa anastatica)

[2] Luigi Carducci, Storia del Salento Vol.1 – Mario Congedo Editore


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