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“Otranto, l’alba del 1480”: scontro fra Oriente e Occidente

A Otranto, mentre il Medioevo scolora nell’era moderna, girano rumors: i Turchi, dopo la presa di Costantinopoli (29 maggio 1453, vendicata la sconfitta di Lepanto) e con l’intento di penetrare in Europa, vorrebbero entrare dalla “porta d’Oriente” e risalirla per islamizzarla. L’Italia degli stati sovrani è troppo impegnata a farsi le guerre l’un l’altro (Alfonso d’Aragona contro Lorenzo il Magnifico) per annusare il pericolo imminente di uno scontro millenaristico (l’ennesimo dopo le Crociate), fra Oriente e Occidente, di nuovo pregno di una password maieutica.

La avverte invece Ferrante d’Aragona, Re di Napoli, che invia senza indugio un messo per monitorare sul campo la situazione. Giovanni Antonio giunge in riva all’Idro e ai confini del Regno scopre una terra incantata (“trovai inverni miti e primavere dai mille colori”), di selvaggia bellezza, persone degne e creative, infebbrate dalla fede vissuta in modo militante. Ma anche i miti, le leggende, l’affabulazione millenaria di una terra crocevia di popoli, crogiolo di etnie, di raffinate culture, ricchi commerci, percezioni del mondo, visioni dell’uomo e della sua anima.

Incontra “Lui” (il mosaico di Frà Pantaleone in Cattedrale: Caino e Abele, Re Artù, Eva… capitelli di stile ionico, corinzio, egiziano, bizantino) e poi Idrusa, “capelli neri, lisci e lunghi”, la “donna di cui tutti gli uomini d’Otranto erano innamorati” (archetipo della donna mediterranea usato anche da Maria Corti nel long-seller Bompiani “L’ora di tutti”; ma archetipi sono pure il Capitano Zurlo, il sarto Antonio Grimaldo, il commerciante Mastro Natale, il capitano Delli Falconi, l’arcivescovo Pendinelli (“aveva verità profonde che l’uomo aveva impiegato secoli per scoprire”), ecc.) sposata in fretta a Piero, pescatore grezzo e violento e la corteggia teneramente (“il destino ci voleva insieme”) alla Torre del Serpe (“cuore del Mediterraneo… custode discreta dei momenti intimi che gli Otrantini andavano a trascorrere con la propria coscienza…”).

Con “Otranto, l’alba del 1480” (edizioni Besa, Nardò 2012, pp. 150, € 15.00, collana “Comete”, impaginazione e grafica Loredana My, cover e disegni Sergio Mandorino: è stato presentato da “Salento Nostro” il 23 giugno a Roma, Ministero delle Politiche Agricole), lo scrittore salentino (è nato e vive a Scorrano, nel Leccese) Giuseppe Mariano ci consegna un romanzo storico (un piccolo best-seller: ha venduto oltre 10mila copie) di grande fascino, che scannerizza ulteriormente un passaggio storico, il “sacco” di Otranto (“città delle cento torri”), che benché assai indagato (Maria Corti, Roberto Cotroneo, Ornella Albanese, ecc.), presenta ancora interfacce nascoste e se vogliamo misteriose, forse alchemiche (i cavaderi dei martiri colmi di luce), su cui gli storici indagano con la dovuta passione.

Il romanzo è impreziosito da una carsicità filosofica fascinosa, didascalica (a quel tempo si sognavano Platone e Aristotele avvolti nei candidi pepli), di grande pregnanza storica, che lo attraversa e lo caratterizza sino in fondo. Mariano (che ha nel cv due pubblicazioni: “La sconfitta della Scu e il pericolo Albania”, 2003 e “Il segreto del francescano volante”, 2012) ci dice che i Veneziani avrebbero voluto correre in aiuto della città (“qui facevano scalo per rifornirsi di olio e grano…”), per impedire la sottomissione della Serenissima alla mezzaluna. Usa il termine “tradimento”. Studi recenti infatti adombrano un finanziamento occulto dei dogi alla consistente flotta musulmana. Motivo? La gelosia di Venezia per la potenza di Otranto nell’Adriatico e nel Mediterraneo. Doppio gioco? Non che gli Spagnoli ardessero al pensiero di morire per Otranto (“ci lasciarono soli al nostro destino”): i soldati andarono in licenza, il vicerè di Lecce si imboscò nella cittadella fortificata di Scorrano.

Lo scrittore padroneggia la storia con uno scavo psicologico dei personaggi, anche di contorno, in cui affolla semanticamente l’epos-etos di un mondo di bellezza, nobiltà e splendore di cui siamo eredi. Lo stile evocativo ci restituisce l’affresco fedele di un’epoca con le sue dinamiche e gerarchie sociali, i costumi e le superstizioni (“la frutta secca porta soldi e le uova regalano una nuova vita”, “la pioggia di ghiaccio… opera di demoni…”), ci porta sulle mura dove si resiste (“catapultavano sulla città grandi palle di pietra”, “scaraventando giù più pagani che era possibile”), ci fa respirare la caducità del mondo, della vita, l’uomo, la gloria, la ricchezza (“chi aveva i denari per riscattarsi avrebbe avuto il collo salvo”), la fragilità umana, la bufera del desiderio, l’avidità di beni, ma anche la generosità, la forza di una fede che i martiri (800) decapitati (i giudei “non venivano solo decapitati ma crudelmente fatti a pezzi”), ammucchiati come animali sacrificati (“la terra tremò e si oscurò il sole”) fra Colle della Minerva e Porta Terra (i corpi intatti luccicano nella notte magnogreca in cui “il profumo del timo si mescolava a quello dell’origano, del mentastro e del mirto”) non hanno voluto relativizzare per non essere assimilati a culture distanti, estranee alla loro civiltà, alle visioni violente della religione, che Otranto ricacciò ma che nei secoli successivi, sino a oggi, dilagano a ogni latitudine, col sangue dei popoli che scorre.

Il racconto muove dalla lacerazione del cuore di un uomo che ha trovato una donna per cui vale la pena fermarsi. La prosa (neo)realistica, priva di barocchismi e metafisica posticcia, da film in pectore, si regge sull’essenzialità dello stile, sulla scarsa aggettivazione che la rende più potente sotto l’aspetto evocativo, tanto da far quasi intravedere la scansione delle scene, le rughe dei personaggi, i loro vestiti sontuosi o laceri, annusare il vento umido, l’odore onnipresente del finocchio selvatico (“vivono fra le rocce della costa il Piccione selvativo e il Gabbiano”), Torre Pinta dove “seppellivano i Messapi”, il fuoco della passione che infebbra i cuori (Idrusa “colorò la mia vita dominata dal bianco e dal nero”), eroismo e fatalismo, la difesa di una fede che, per transfert diviene baluardo estremo di un’identità, un’appartenenza. Fra il 28 luglio 1480 e il 10 settembre 1481, la Otranto (multietnica e religiosa: ci sono gli Ebrei, croci greche e latine e Pirro stesso voleva farci un ponte “per unire Occidente e Oriente”) si immolò per tutto l’Occidente, per conservare il patrimonio di valori del nostro dna di cui l’Europa con le radici filosofiche affondate nel fine pensiero filosofico dei Greci era portatrice. Gli stessi che poi sarebbero stati difesi dai Lumi poco dopo e che non sono mai del tutto acquisiti, anzi, la loro disidratazione è l’obiettivo costante di tiranni e finti democratici di sempre.

La bellezza struggente di un romanzo innervato di solari metafore e deliziose allegorie, sta anche nella continua sovrapposizione di due dimensioni, realtà e storia e di invenzioni per contestualizzarle (come il Galateo), risolta con un plot narrativo ossificato in una continua osmosi d’azione e concettuale (filosofica, spirituale, etica, antropologica, sociologica, psicanalitica, ecc.), che procede intrecciando questi livelli, li separa, torna a farli confluire; che conquista sino all’ultima pagina e di cui taceremo i passaggi per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo.

L’espediente narrativo del padre (Giovanni Antonio) che racconta al figlio Francesco gli eventi è denso di emozione e suggestione: ricalca l’archetipo della trasmissione di memoria e di storia tramite l’affabulazione, di generazione in generazione “seduti sui sedili di pietra”, fra orchidee rosa, ragni crociati e porci di Sant’Antonio. Da Omero ai “cunti” di Basile e i “culacchi” di Papa Galeazzo e dei giorni nostri, l’affabulazione popolare sedimenta gelosamente il passato e tocca poi al narratore metabolizzarlo e cristallizzarlo sulla carta, mentre il bambino, da adulto, farà lo stesso con i suoi figli. Avviene da secoli, millenni, e così sarà per sempre. Un format oggi messo a rischio dalla tv-spazzatura che ci riempie la mente di fuffa inutile e velenosa, che ha desertificato il nostro immaginario (di più quello delle classi povere avendo pochi strumenti culturali di contrasto).

Per cui il romanzo ha anche un risvolto pedagogico nell’indicare un ridimensionamento del ruolo dei media che vorrebbero ridurre a una dimensione l’immensa ricchezza filologica del passato, destrutturare gli immensi topoi, la loro potente forza dialettica. Lo scrittore invece ci suggerisce la difesa e la riscoperta della koinè avuta in dono dagli avi (non è un caso che i Turchi devastano subito il monastero di Casole dove i monaci traducono i testi della saggezza del mondo, “discutevano dei misteri della vita e della morte, della felicità e dell’infelicità umana”), l’appropriazione della parola e della sua infinita, barocca semantica. Dalla rilettura del nostro ieri, remoto e prossimo, passa la modulazione del futuro se vogliamo dominarlo da protagonisti, per non rimanerne schiacciati come insulse comparse.

Francesco Greco


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