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La Madonna “du carottu”, Parabita

Il sole stà per tramontare in prossimità del punto più alto del Salento, un piccolo Everest dal quale lo sguardo si getta in ogni direzione alla ricerca di un paese piuttosto che un altro per tentare di riconoscere tra le silhouette dei monumenti più alti, simboli dei rispettivi comuni, quella torre, quel campanile, quella chiesa che vista da tanto lontano e da tanto in alto sembra quasi di riuscire a toccare con un dito incuranti delle effettive distanze che ti separano da essa. Si scorge anche il mare, infuocato dal rosso del sole che da qui a breve si getterà nelle sue acque spegnendo il giorno.

Una leggera foschia si sfuma con un cremisi surreale, dall’alto di un piccolo dirupo dal quale la mente si carica di strane energie e pensieri, le tue immaginarie potenzialità si moltiplicano a vista d’occhio come una colonia batterica. L’attenzione spazia in ogni dove alla ricerca della destinazione del nostro breve viaggio. Siamo a Parabita, nella valle della “Matonna du Carottu”.

Tramonto dal dirupo della Madonna du Carottu

Tramonto dal dirupo della Madonna du Carottu

Volgarmente conosciuta con un appellativo che nella mente dei più può facilmente sconfinare nella blasfemia, la “Matonna du Carottu” altro non è che la Madonna del foro, del buco, un piccolo budello che s’insinua all’interno di un dirupo, ostruito da una parete verticale sulla quale sono presenti due fori di diverse dimensioni, uno dei quali oggetto di paganesimo e misticismo.

Mentre la mano tocca quella nuda roccia il pensiero va indietro di secoli, millenni, quando sulla terra il caos delle divinità che regolavano la vita nel regno dei vivi e di quello dei morti impediva qualsiasi forma di razionalità. Non si poteva formulare pensiero che contraddicesse le infinite etiche religiose senza che il divino potesse venirne a conoscenza e punire l’empio umano. Ma su questo esercito di essere divini sovrastava l’ombra di una figura femminile, una maggiorata la definiremmo oggi, che regolava il senso stesso dell’esistenza, la vita. Era conosciuta con molti nomi, tutti quanti riconducibili ad un unico appellativo, la Grande Madre, una divinità primordiale presente in quasi tutte le mitologie antiche attraverso la quale fluirebbe la fecondità della terra e di tutte le creature viventi. Tramite essa il gentil sesso diveniva un tramite tra l’umano e il divino, il mezzo attraverso cui generare la vita stessa. La donna veniva così collocata al centro di una società “taggata” come matriarcale.

L’uomo non aveva ancora imposto la sua autorità, la donna era ben lontana da una posizione secondaria e marginale alla quale verrà rilegata qualche secolo più avanti, bensì dominava il vertice della piramide sociale, inspirando divinità con le sue medesime fattezze le cui carte di identità sono pervenute fino a noi grazie a delle piccole statuette, le veneri (di cui alcuni esemplari sono stati rinvenuti a poche centinaia di metri da dove ci troviamo nella grotta delle Veneri).

 

Dirupo della Madonna du Carottu

Dirupo della Madonna du Carottu

Il contatto con la natura, con la terra, con la roccia stessa, elementi che incarnavano lo spirito della dea, era considerato fondamentale per attingere al potere della Grande Madre, prendere in prestito la sua fecondità per farla propria. Dei rituali che gradualmente assunsero forme e modalità ben precise e che coinvolsero indistintamente ambo i sessi. Quelli più praticati divennero quelli di strofinamento, di passaggio tra budelli e pertugi nella roccia al fine di impregnare il proprio corpo dell’essenza della Madre. Il foro circolare, simbolo ancestrale dei genitali femminili, divenne la geometria maggiormente indicata per perpetuare questo genere di rituali e le rocce forate divennero quindi oggetto di questa forma di culto.

Rituali di passaggio che non si sono persi nel corso dei millenni. L’uomo ha attraversato religioni, guerre e imperi ma le sue abitudini sembrano rimanere le medesime, come se attinte da un atavico vaso di pandora che custodisce gli istinti mai sopiti del cervello umano. Attraverso “lu carottu” di Parabita l’uomo ci passa ancora, anche se in contesti e finalità differenti. La macchia pagana del rito è stata lavata via dalla Chiesa, che ha ribattezzato il luogo affiancandovi l’immagine di un’altra Madre, Maria, la stessa Madonna che il “fecondato” visitatore si trova innanzi una volta attraversato il piccolo budello.

Madonna du Carottu, Parabita

Madonna du Carottu, Parabita

Quello che l’iniziato ai culti dell’antica Dea Madre, o della più giovane Madre di Dio, cerca, non è più fecondità ma un attestato della buona reputazione della propria madre. Già, è proprio così, solo coloro ritenuti figli di buona madre sono in grado di oltrepassare il pertugio di Parabita, che si allarga alla bisogna al fine di facilitarne l’attraversamento di chi cerca l’agognata conferma. Per tutti gli altri non c’è possibilità alcuna di vedere il volto della Madonna dell’altra parte dell’ostacolo.

Cambiano gli ingredienti della ricetta ma il piatto finale è sempre il medesimo. Siamo ancora una terra fortemente pagana. Cambiare il nome delle cose non cambierà mai ciò che siamo stati.

Marco Piccinni


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