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Xylella e rimedi, il popolo dell’ulivo a Barbarano

BARBARANO (Le) –Xylella fastidiosa e complesso di disseccamento rapido: grande è la confusone sotto il cielo. La micidiale sputacchina ha stravolto la coltivazione secolare dell’ulivo, mercati a rischio, redditi precari. Incubava perfida da almeno una decina di anni, ma solo nel 2013 è esplosa nell’area a sud di Gallipoli, trovando condizioni favorevoli (rispetto al resto del Salento la temperatura è superiore di 4-5 gradi) la scienza è impreparata (come la politica, se tocchi un ulivo secolare censito dalla Regione Puglia con la targhetta sei passibile di sanzione da 30mila a 300mila euro). Si conosce la patologia e l’agente patogeno, ma non la cura efficace per debellarlo (colpisce anche mandorli, mirto, rosmarino, ecc., ma non vite e agrumi, muta velocemente patrimonio genetico e dovrebbe provenire dalle piante tropicali importate dal Costarica via Rotterdam, qui era ignoto, c’è in Brasile, Argentina, ecc.).


Nel frattempo, non restano che le buone pratiche agronomiche, la divulgazione sui territori e la prevenzione (70-80 agenti percorrono le campagne del Salento per vedere se sono state applicate le direttive del piano del commissario Giuseppe Silletti: sanzioni pesanti da mille a 3mila euro a chi non l’ha fatto). A Barbarano del Capo, centro del Salento meridionale, il perito agrario Giuseppe Surdo e la figlia Chiara hanno organizzato il convegno “Evoluzione e strategia di difesa dell’olivo”, location: l’auditorium della parrocchia di San Lorenzo (ex cinema).

xylella

Fonte: quotidianodipuglia.it

Con accenti divulgativi, il presidente dell’Ordine degli agronomi della Provincia leccese Rosario Centonze ha ripercorso la storia e i retroscena della malattia dell’ulivo, contestualizzandola con precisione e dovizia di dettagli. E’ l’estate che l’ulivo soffre di più, tra siccità e caldo. Sono le foglie che si accartocciano il segnale più allarmante. “L’eradicazione è inutile: potremmo asfaltare tutto il Salento e il batterio è sempre nell’erba…”.
Centonze ha poi indicato l’esempio della Spagna (Andalusia) che in 30 anni ha riconvertito i suoi ulivi con 300 milioni di euro arrivando a produrre 800mila tonnellate di olio. “Occorre scegliere: se l’ulivo è un mezzo di produzione posso sostituirlo, se è un elemento del paesaggio, posso lasciarlo ma devono indennizzarmi: è un costo sociale che ricade su tutti”.

Dal canto suo, Giovanni Stifani, agronomo, ha teso a ridimensionare la demonizzazione che si fa della chimica nei campi, pur mettendo in guardia dagli eccessi. E invitato gli ulivicoltori a essere tempestivi e scrupolosi nelle pratiche agronomiche per poter combattere adeguatamente la feroce sputacchina asintomatica, che approfitta dei momenti di debolezza della pianta per insidiarla e che in tre anni è capace di ucciderla completamente. E’ l’uomo che la diffonde: auto, greggi, ecc. Da qui le infezioni a macchia di leopardo.

L’olivicoltura è dunque giunta a uno snodo decisivo: le buone pratiche agronomiche (potature leggere e nei tempi giusti, arature superficiali, ecc.) e fitosanitarie sono state messe in atto all’80% sia su input del commissario che dell’Ue, i focolai sono diminuiti, l’allerta ha messo in circolazione conoscenza, idee, sperimentazioni: un circolo virtuoso con due trattamenti l’anno, ma forse saranno ridotti a uno (“per tenere contenti gli ambientalisti”), mentre è in calendario, il 9 luglio, un “tavolo” a Bruxelles sulla complessa problematica.

Ora si tratta di sostenere i vivaisti, danneggiati (in 26 hanno fatto ricorso contro la direttiva che imponeva di distruggere le loro piante, su cui non c’era nessun patogeno, al costo di 20 centesimi cadauna) sin dal novembre 2013. E di dare nuovo coraggio e risorse a chi aveva investito per fare l’olio buono, come un gruppo di ulivicoltori locali: “Avevamo fatto degli investimenti, anche con i macchinari, per fare l’olio biologico, con la spremitura a freddo, poi è arrivata questa tragedia…”.

Francesco Greco


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