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Il Concilio di Trento e il Salento

13 dicembre 1545, nella terza domenica d’avvento una buona rappresentanza di vescovi del mondo cattolico sono riuniti nel duomo romanico della città di Trento per discutere la vita della Chiesa. Un evento eccezionale, il diciannovesimo in ordine di successione, nato principalmente per la necessità di riconciliare cattolici e protestanti dopo lo tsnumani che le tesi di Martin Lutero hanno riversato nel mondo cattolico già profondamente minato dalla corruzione e corroso dall’affannosa ricerca e conquista del potere. 19 anni di sedute (divise tra Trento e Bologna), interrotte dai conclavi per l’elezione dei due successori che si susseguirono a  Paolo III che diede inizio all’evento ecumenico.

Ciò che ne risulta è l’emanazione di una serie di regole e princìpi volti a sconfessare le tesi luterane e a porre ordine in una caotico brodo primordiale di ceti e gradi riuniti in una pseduo-fede per lo stesso Dio. Ogni comunità aveva definito proprie regole e abitudini, non si camminava più presi per mano, ma ognuno per la propria direzione. Nelle contrade salentine i vescovi spesso si palesarono come dei veri e propri latitanti anche se osannati dal popolo al momento dell’insediamento, un pretesto come tanti di aggregazione e festa. Erano i primi mecenate in campi artistico e architettonico nonché centro di gravita per lo sviluppo di attività di vario genere (lavoro artigianale, arte religiosa, ecc…) intorno alla parrocchie e alle cattedrali. Molti si comportavano come “Vescovi principi”, travolti dagli impegni di ogni forma e genere che li portava spesso lontano dalla propria cattedra. Non avevano l’obbligo di risiedere presso la sede assegnataria e non dovevano dar conto a Roma dei propri spostamenti.

I vescovi erano ora chiamati a rappresentare la propria comunità, indipendentemente dal proprio zelo religioso, e invitati tutti a presiedere ai lavori conciliari. «[…]i venerandi pastori di Puglia dovettero superare difficoltà oggi forse non pienamente valutabili per intervenire ai lavori del Concilio. Valga per tutte l’atteggiamento ostile tenuto verso l’assise conciliare dall’autorità politica del Viceregno di Napoli che nel vicerè d. Pedro di Toledo marchese di Villafranca (1532-1553) trovò il suo più alto esponente» [Liaci]. Un ostacolo che venne superato dalla volontà della rappresentanza meridionale di voler prendere parte attiva ai lavori conciliari, minacciata dalle controparti civile e religiosa ognuna delle quali rivendicava pesanti ripercussioni in funzione della decisione presa.

concilio di Trento

Una seduta del concilio di Trento, museo Castello del Buonconsiglio di Trento

Una rappresentanza che si fece valere e alle quale si devono alcuni dei regolamenti adottati nelle varie sedute. Come scrive don Vincenzo Liaci, un «luminare del Concilio fu l’arcivescovo di Otranto, mons. Antonio De Capua, del ramo cadetto dei conti di Altavilla. Tralascio quanto egli operò col senno e con l’azione nelle due prime sessioni conciliali e ricordo soltanto la vertenza avuta, circa il periodo di residenza, con i vescovi spagnoli e con quello di Lorena. L’arcivescovo idruntino si ritirò insieme col vescovo di Tortosa dall’aula e ci volle tutta l’autorità dei Legati papali per farli rientrare. Ai rappresentanti del Papa era stato dato il preciso ordine di chiamare il De Capua a tutte le sedute plenari e di far stima di lui a motivo del numeroso seguito che contava nel Concilio. Il De Capua celebrò con rito solenne il 17 dicembre 1562, quando cioè venne tenuta la ventiduesima sessione, fungendo da relatore il milanese Carlo Visconti. Orazio Lucio Colliense assicura che l’arcivescovo De Capua sedeva nell’aula conciliare a man dritta dei Legati papali. […] Giancarlo Bovio arcivescovo di Brindisi, del quale il letterato leccese Domenico De Angelis pubblicò la Vita il 1713, brillò nel Concilio per la fedeltà al Pontefice, per fortezza d’animo ed acutezza d’ingegno. Parlò con facondia e molta dottrina sull’istituzione divina dell’episcopato ed affermò la necessità della residenza dei vescovi nella propria diocesi». La tesi del Bovio è sostenuta anche da Bartolomeo Sirigo (segretario del concilio in una seduta del 1562), vescovo di Castellaneta a soli 27 anni che guidò il suo gregge per ben 33 anni secondo i precetti tridentini.

«Un altro presule salentino, il vescovo di Ugento, mons. Antonio Sebastiani Minturno, altro attento uditore del Beato Giovanni Marinoni, pubblicò pure a Trento l’operetta De officio Ecclesiae, vero specularum del suo cuore votato alla causa della Riforma. Il Tasso, il Giannone ed il Cantù lo lodano quale cultore di poesia e di belle lettere. A Trento egli parlò sul matrimonio clandestino, sostenendo che l’illiceità di esso fosse inerente alle persone dei contraenti.»

Trento

Trento

A lavori terminati «Tutti i Padri ricordati fecero del loro meglio per il trionfo della causa cattolica sull’eresia luterana; fatto ritorno alle lor sedi, a Concilio finito, essi ne attuarono i decreti con scrupolo e rigore davvero esemplari, come avvenne ad esempio a Lecce e a Gallipoli. Quest’ultima città e diocesi non fu rappresentata a Trento perché il suo vescovo, Pelegro Cibo, era imprigionato in Castel S. Angelo, tuttavia, liberato il vescovo, essa conobbe ed applicò i decreti e i canoni tridentini. Ne fa fede l’intervento di mons. Cibo al sinodo provinciale celebrato il 1567 dall’arcivescovo De Capua in Otranto e la documentazione contenuta negli atti della visita pastorale del vescovo gallipolitano»

Una situazione non semplice quella in cui si trovano ad operare i vescovi in territorio salentino, ancora intriso di paganesimo e culti ancestrali rattoppati alla meglio con croci e acquasanta. Ne sapeva qualcosa il vescovo di Alessano (Giulio Galletto, anche egli presente al concilio), che insieme alle diocesi di Castro e Ugento dovette fronteggiare le resistenze di un mondo contadino rude e rustico ancora vittima della superstizione, educato da un clero spesso analfabeta che molto volentieri si asteneva dal presenziare le celebrazioni religiose, rispettare le feste comandate, somministrare i sacramenti.

L’invito all’istituzione di seminari trova terreno fertile in Belisario Balduino, di Montesardo, che fonderà il primo seminario cristiano a Larino il 26 gennaio 1564 e Francesco Colonna di Taranto che instituirà il primo seminario nella storica provincia di Terra d’Otranto.

Ambrogio Salvio dichiara la soppressione del rito greco nella diocesi neretina nel 1576, iniziativa della quale prende il testimone Cesare Bovio di Brindisi che continua ad estirpare ogni forma di rito greco superstite (come ad esempio il battesimo a  Copertino e in altre chiese sparse). Lo stesso fa a Taranto Lelio Brancaccio (al potere dal 1574 al 1599) che si adopera all’eliminazione del rito greco dai casali dell’albania salentina favorendo l’ingresso di nuovi ordini religiosi. Tutti operano nel segno dell’adozione universale del rito romano nella sua forma tridentina.

Sinodi a intervalli regolari e visite pastorali documentate da precise relazione sugli argomenti trattati, stato dei beni ecclesiastici e del clero, diventano obbligatorie, offrendo ai ricercatori dei secoli successivi preziose informazioni con dovizie di particolari sulle varie diocesi. Viene inoltre istituita la Congregazione dell’indice, sviluppata la nunziatura e riviste questioni di carattere dogmatico.

L’arte rinasce e arricchisce le chiese con affreschi legati ad episodi biblici ed evangelici. Il popolo ora può toccare con mano i racconti che addobbano una fede resa così lontana dall’uso del latino. Il Barocco conosce il suo periodo d’oro, divenendo espressione del potere rinnovato della chiesa.

Alla lunga lista di vescovi  virtuosi se ne affiancano altrettanti poco ligi al dovere. Ancora nel seicento nonostante gli obblighi conciliari la situazione non cambia. Il vescovo Lelio Landi, assegnato a Nardò nel 1595, non si recherà mai presso la sua cattedra. Ad Ugento questa rimarrà inutilizzata per 8 anni, 3 a Castellaneta, 7 a Otranto. Lecce non è da meno, subisce per anni l’assenza del vescovo Antonio Pignatelli per poi scoprire la sua ascesa al soglio pontificio con il nome di Innocenzo XII.

Tutto è cambiato, tutto è rimasto uguale.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA:

-Luigi Carducci, Storia del Salento, Congedo Editore

-Don Vincenzo Liaci, I vescovi pugliesi al Concilio di Trento, La Zagaglia: rassegna di scienze, lettere ed arti, A. VI, n. 23 (settembre 1964), pagg 301-307 – Consultabile on line a questo link


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