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Grotta dei Cervi

Un deposito sospetto. Cinque uomini dallo sguardo attento e dall’intuito acuto rimuovono con cura mista a curiosità alcuni detriti. Si apre l’ingresso di un cunicolo che si addentra nella formazione calcarea per alcuni metri a pochi passi dal mare. Anno del Signore 1970, 1 febbraio. Una grotta sopita da millenni a più di 20 metri di profondità torna a respirare nuovamente. Siamo nell’antica valle dei Cervi e questa è la sua grotta.

Una grande scoperta quella di Severino Albertini, Enzo Evangelisti, Isidoro Mattioli, Remo Mazzotta e Daniele Rizzo del gruppo speleologico “Pasquale de Lorentiis” che prese inizialmente il nome di Grotta di Enea, per  essere poi definitivamente battezzata e presentata al mondo come Grotta dei Cervi.

Grotta dei Cervi

Grotta dei Cervi, diorama (Fonte: museofaggiano.it)

Corridoi, gallerie, sale di cui nessuno sospettava l’esistenza vengono alla luce progressivamente in poco più di un lustro. Il primo febbraio 1970 la disostruzione del cunicolo di ingresso; l’8 le prime fotografie con la collaborazione di Nunzio Pacella e Giuseppe Salamina; tra il 24 e il 27 il primo rilievo a cura di Francesco Orofino mentre il professor Gino Lo Porto, sopraintendente alle Antichità della Puglia, venuto a conoscenza dell’eccezionale ritrovamento, si preoccupò di salvaguardarne l’integrità organizzando un servizio di vigilanza e chiudendo l’ingresso della caverna con un cancello.

Non si era ancora pienamente coscienti di aver scoperto uno dei più importanti e grandiosi monumenti d’arte pittorica parietale post-paleolitica d’Europa. Dovunque resti di ceramiche e pitture in quantità tali da disorientare lo sguardo. Un vero e proprio santuario naturale modellato intenzionalmente secondo le esigenze di chi lo ha “vissuto” in un arco di tempo a cavallo tra Neolitico ed Eneolitico, unico periodo di frequentazione del complesso prima di essere obliato per sempre, preservandosi nella sua integrità.

Grotta dei Cervi

Grotta dei Cervi, diorama (Fonte: museofaggiano.it)

Un vero dedalo di gallerie che supera i 600 metri di percorso, in comunicazione con il “cunicolo dei diavoli” esplorato e scavato ai primi del ‘900 da P. E. Stasi che identificò numerosi resti scheletrici umani e reperti neo-eneolitici.

Gli scavi all’interno di Grotta dei Cervi hanno messo in evidenza la presenza di opere di consolidamento lungo i fianchi di un cunicolo e della trincea di accesso al medesimo, costituite da muri a secco di rinforzo a tratti megalitici. Alcuni gradini intagliati in un deposito sabbioso-argilloso; resti di ceramiche di epoche differenti mescolate nei medesimi spazi e in alcuni casi parte integrante, insieme ad ossa, delle concrezioni carbonatiche modellate nei secoli dal lento stillicidio delle acque; un piccolo argine in muretti a secco per contenere forse un allagamento; strutture simili a marmitte dei giganti intenzionalmente modificate, al fondo delle quali sono stati deposti dei frammenti di vasi. Ma è anche ricca di concrezioni stalagmitiche, spesso le uniche protagoniste degli ambienti carsici, che qui arrivano in alcuni punti a sigillare accumuli di materiale detritico. Talvolta affiora la roccia (spesso una patina nerastra ricopre il suolo ed anche frammenti di ceramica sparsi) dal substrato argilloso che riveste il suolo.

Grotta dei Cervi

Grotta dei Cervi, diorama (Fonte: museofaggiano.it)

In uno dei tre corridoi un sedimento di guano sub-fossile ha fornito la fonte principale (dopo un iniziale utilizzo della più comune ocra rossa con la quale sono stati realizzati i pittogrammi più antichi) per i pittori nel neo-realismo neolitico per la realizzazione di un incredibile numero di raffigurazioni: scene di caccia espresse nei minimi dettagli in cui uomini, con arco teso alla mano, e animali, ignari del pericolo che incombe sopra di loro come un’arcaica spada di Damocle, stabiliscono la loro posizione nella catena alimentare; donne e sciamani che danzano; capi tribù di terre lontane che si incontrano per un meeting; commuoventi manine di bambini sulla volta della stanza terminale di uno dei corridoi. Un realismo che lascia presto spazio ad una stilizzazione che riduce figure umane e animali a pochi tratti di colore e figure geometriche, passando da elementi curvilinei per terminare in composizioni arabescate e pettiniformi. Il messaggio “iconografico” diventa “simbolico” e spesso privo della chiave di lettura: linee a zig-zag, lettere S (molto diffuse), spirali, figure stelliforme e cembaliforme rappresenterebbero stenografici antropomorfi; quadrati sormontati da un triangolo per lato ritraggono una riunione di quattro uomini che si lambiscono per gli arti inferiori.

Grotta dei Cervi

Grotta dei Cervi, diorama (Fonte: museofaggiano.it)

Sembra possibile individuare in differenti zone o parti più estese di corridoi dei raggruppamenti di figure, le quali, collegate tra loro da particolari caratteristiche di forma, soggetto, tecnica, conferiscono al raggruppamento stesso una propria individualità, rivelando l’esistenza di momenti espressivi diversi e riconducibili ad altrettante “fasi” pittoriche tra loro distinte dal punto di vista cronologico-culturale.

Un complesso mai valorizzato al pari di situazioni simili in altri contesti europei. Poco conosciuto se non agli addetti ai lavori e a chi, lecitamente o illecitamente, ha avuto la possibilità o l’ardire di varcare quella cancellata che separa, da una parte, una dimensione temporale rimasta congelata a 4000 anni fa e, dall’altra, una realtà in costante e perpetuo mutamento. Qui non corrono più i cervi nella vallata “rincorsi” da frecce scoccate da abili mani, non si muovono più guardinghi alla ricerca dello sguardo del nemico. Tutto è silente. Solo lo strillo di un gabbiano in volo alla ricerca del suo pasto e le onde della baia di Badisco che approcciano la scogliera.

Marco Piccinni

Nota: le immagini sono tratte da un’esposizione di diorami all’interno delle sale del Museo Faggiano, Lecce, visionabili anche nella galleria online a questo link.

BIBLIOGRAFIA:

Paolo Graziosi – Le pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, Giunti  – Martello (1980)


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