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Il parco delle cave: la foresta urbana di Lecce

Il fischio del capostazione. L’ultimo treno della mattinata è appena partito. Amici che si salutano, fratelli e figli che si allontanano. Ognuno sulla propria strada, sui propri binari. Il suono della separazione è strano: all’inizio si sente a fatica nel frastuono della ferraglia in movimento fino a diventare quasi assordante man mano che il vagone con il proprio caro si allontana. Una scena che ci lasciamo alle spalle, mentre ci incamminiamo in quella che fino a pochi anni fa era l’estrema periferia di Lecce. Un vecchio cartello che indicava il limite dell’abitato regge la sfida del tempo. Le luci rotte, probabile bersaglio di pallettoni e sassi, unico passatempo di gente annoiata e priva di interessi che vadano oltre quello della lesione dei ricordi altrui. Siamo sulla strada per San Cesario. Qui comincia il nostro viaggio.

Lecce, segnale che indica il limite dell'abitato

Lecce, segnale che indica il limite dell’abitato

E’ proprio l’ombra di quel cartello, vilipeso da molti, che indica il cammino per un nuovo percorso. Una vecchia cava tagliata in due dalla strada e che sprofonda per diversi metri del sottosuolo cittadino. Un piccolo muro, un cancello socchiuso separano l’asfalto, i clacson delle auto, le grida del fruttivendolo ambulante che invita la gente a comprare dal suo carretto dal cinguettio degli uccelli, una folta vegetazione, tane di tassi, volpi, donnole e ricci. Siamo nel parco della cave, in quella che è stata definita, senza esagerazione, la foresta urbana di Lecce.

Parco delle cave, foresta urbana

Parco delle cave, foresta urbana

Una scala in pietra, composta da scalini alti e stretti, ci conduce nel cuore pulsante di una superficie che si estende per circa 10.000 metri quadrati nel cuore del quartiere Leuca, dove oltre 40 anni di abbandono hanno permesso alla natura di riprendersi ciò che un tempo era suo, sigillando con accese tonalità di verde una grande e immensa cava a cielo aperto.

Sfruttata intensamente fino agli anni ’30 del secolo scorso, la cava di via San Cesario ha visto una nuova collocazione negli anni ’40 da parte dei relativi proprietari che decisero di trasformarla in un frutteto e arboreto. Un grande giardino delimitato da pareti disegnate ad arte da grande pazienza, quella degli ‘zzuccaturi che si guadagnavano il pane cavando i monti. I più esperti riuscivano ad estrarre anche 15 mattoni in una giornata di lavoro. Negli anni ‘70 il totale abbandono. Semi trasportati dagli uccelli, resti botanici insieme ad altri rifiuti lanciati dalle alte pareti della cava dalle abitazioni confinanti, frutti nascosti da animali che cercavano una tana e un riparo, piante infestanti, hanno attecchito in diversa proporzione colonizzando progressivamente ogni centimetro quadrato di questo grande giardino dei segreti rendendolo di fatto inespugnabile.

Piante infestanti tra arboreti e frutteti

Piante infestanti tra arboreti e frutteti

Grandi alberi di ulivo dalle forme bizzarre, peri e cotogni, tutti avvolti nello stretto abbraccio di edere gigantesche che trovano nutrimento nel loro tronco. E poi ancora fichi, limoni, gelsi, nespoli, peschi, ciliegi, aranci e noci imprigionati da muri impenetrabili di ailanto attraverso i quali si scorgono anche piante ornamentali come l’agave, l’iris, il narciso, il gelsomino, la rosa e il caprifoglio giapponese. Melisse romane e viburni emergono a fatica da rovi alti diversi metri. Funghi legnicoli decompongono pazientemente il legno dei tronchi sui quali crescono. Timo e svernì profumano i nostri passi mentre muschi rigogliosi crescono avidamente anche su vecchie scarpe abbandonate, a pochi passi da  rare orchidee spontanee.

Funghi legnicoli

Funghi legnicoli

Una scarpa infestata da muschio

Una scarpa infestata da muschio

Piccoli mondi, tante storie, che emergono tra i grovigli di arbusti e rampicanti lungo un sentiero che conduce ad arrangiate abitazioni-riparo scavate nella roccia, alla casina di un aparo che ha abbandonato sul pavimento le arnie in legno nelle quali per anni ha allevato migliaia di api e prodotto dell’ottimo miele. Una cisterna profonda 7 metri forniva l’approvvigionamento idrico necessario alla coltivazione delle piante del frutteto. Bottiglie di vetro, di birra, di vini, di liquori che raccontano la storia imprenditoriale di quegli anni e che venivano progressivamente abbandonate o gettate nella discarica sono ora in mostra all’interno di un piccola rimessa per gli attrezzi, poco distante dall’ingresso principale. Una rimessa che presto potrebbe diventare un piccolo centro di osservazione faunistica, che darà la possibilità ai visitatori del parco di avvistare i rapaci e i mammiferi che hanno trovato una nuova casa in questa affascinante foresta urbana.

Muro di cava che delimita il parco

Muro di cava che delimita il parco

Un lavoro certosino quello dei volontari del WWF Salento, sotto il benestare dei proprietari dell’area, che ha permesso la pulizia e la fruizione parziale di una parte di questo immenso patrimonio naturalistico nato quasi per caso. Ringraziamoli per aver ri-donato agli abitanti di Lecce il suo polmone verde.

Marco Piccinni


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