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Grotta Romanelli

La committenza di una Madonna di Lourdes, apparsa per la prima volta nell’omonima cittadina francese 42 anni prima, spinge uno stimato pittore salentino a ridiscendere le scogliere di Castro con una modella per cercare una grotta in grado di contestualizzare in Terra d’Otranto il prodigioso evento. La sua passione per le scienze naturali e i fossili che da sempre raccoglie e cerca di interpretare, con l’ausilio di alte rappresentanze del mondo accademico, lo inducono all’identificazione nel terreno di un molare atipico, di un ippopotamo, che lo porterà a setacciare l’area circostante fino ad effettuare una scoperta importante. Siamo nel 1900, Paolo Emilio Stasi scopre Grotta Romanelli.

L’aneddoto ha quasi una connotazione fiabesca che trova un riscontro reale nel seme del dubbio e nel piacere della conoscenza indotta nelle prime segnalazioni sulla raccolta di alcune brecce ossifere identificate in zona da Ulderico Botti nel 1874.

Un pittore che porta nel suo bagaglio culturale studi di farmacia, scienze naturali, antropologia, sufficienti ad alimentare la fiamma dell’osservazione dell’imponente stratificazione di terre all’interno di  Grotta Romanelli, nella quale riesce ad identificare almeno 3 macro-livelli classificandoli per colorazione e, tra questi, alcuni strumenti realizzati in pietra come mai erano stati osservati prima in Italia. Con un pizzico di consapevolezza ed una punta di orgoglio e tenacia, che lo porteranno a scontrarsi con le massime personalità del mondo scientifico dell’epoca (tra i principali antagonisti ricordiamo Luigi Pigorini), Stasi scopre il Paleolitico italiano.

Grotta Romanelli, foto di Sonia Tucci

Grotta Romanelli, foto di Sonia Tucci

Vengono promossi così una serie di scavi e studi (che contribuiranno alla dispersione dei reperti di Grotta Romanelli nei musei di tutta Italia) che vedranno alternarsi sulla scena di questo importante sito archeologico diverse figure di spicco. Nel 1904 Paolo Emilio Stasi passa il testimone nelle mani di Gian Alberto Blanc, che condurrà importanti ricerche dal 1914 al 1958, ponendo l’accento sullo studio della grotta a livello europeo. Conia l’aggettivo Romanelliano per indicare lo specifico arco temporale in cui collocare la frequentazione dell’antro da parte del genere Homo, rinvenuto poi nel Salento anche in altri contesti come nella grotta delle Veneri, nelle Cipolliane, in grotta del Cavallo e di Sant’Ermete. Nel 1972 Luigi Cardini conclude il suo ciclo di scavi iniziato nel 1961. Saranno gli ultimi, fino al 2015 anno in cui il Dip. Scienze della Terra, Laboratorio PaleoFactory di Sapienza, Università di Roma riprende le ricerche con un team multidisciplinare guidato da Raffaele Sardella, Massimo Massussi e Sonia Tucci per il settore tecnologico. In tutti questi anni l’andirivieni delle mareggiate ha parzialmente danneggiato il substrato archeologico, mentre l’alternarsi dei venti ha inquinato lo scavo con oltre un metro e mezzo di terra.

Grotta Romanelli, visuale interna. Foto di Sonia Tucci

Grotta Romanelli, visuale interna. Foto di Sonia Tucci

Un patrimonio paleontologico e archeologico che oggi riconosciamo essere di enorme valenza per la comprensione delle dinamiche delle popolazioni umane nel paleolitico italiano ed europeo. Diverse decine di migliaia di anni in pochi metri di stratificazioni in una cavità scavata durante il pleistocene, per 26 metri nei calcari ippuritici, modellata dall’ultimo periodo interglaciale, ad appena 7 metri e mezzo sul livello del mare. Qui è possibile leggere le variazioni climatiche, l’evoluzione della tecnologia litica utilizzata dall’uomo, e la fauna che qui viveva, apparentemente insolita per le nostre latitudini.

Ippopotami, rinoceronti, elefanti, “giacciono” nel livello più antico, sigillato da un velo stalagmitico e probabilmente risalente all’ultimo periodo interglaciale. Resti di lupo, che rivela un particolare adattamento in termini di dimensioni, rispetto ad altri esemplari dislocati in altre aree geografiche, e  strumenti di una certa arcaicità sono stati ritrovati nelle cosiddette terre rosse (relative a periodi più caldi) sigillate anch’esse da un velo stalagmitico, datate tra i 69.000 ai 40.000 anni circa.  Uro idruntino, cervo, lepre, volpe, avifauna steppica e boreale, tipici di climi freddi, “popolano” le terre brune, più recenti, che una stima con il C14 (la prima in Italia) aveva già datato tra i 9.000 e i 12.000 anni circa.

Grotta Romanelli, scavi in corso. Foto di Sonia Tucci

Grotta Romanelli, scavi in corso. Foto di Sonia Tucci

Coevi alle terre brune sono tre sepolture in connessione anatomica, numerosi oggetti di arte mobiliare, circa un centinaio di sassi con motivi geometrico-lineari, associati ad incisioni che ricoprono buona parte della volta della grotta, perlopiù fusiformi, e un bovide, unico esempio di immagine di tipo naturalistico oltre una probabile rappresentazione pettini-forme, disegnata su pietra, di quadrupede, simile per stilizzazione a quelli rinvenuti all’interno di grotta dei Cervi.

32206 reperti faunistici suddivisibili in 109 specie di cui il 61% appartenenti ad uccelli e solo il 38.4% a mammiferi. Un dato strepitoso soprattutto se si pensa che la linea di costa era a diversi km di distanza da quella attuale, lasciando scoperto uno spazio ampissimo che presuppone la presenza di laghi o paludi nelle immediate vicinanze della grotta e che potrebbe gettare nuova luce sulle modalità di movimento e di caccia degli antichi abitanti di queste contrade, come recuperavano la materia prima necessaria alla realizzazione dei propri strumenti o le modalità di scambio delle risorse con altre tribù.

Un piccolo universo di decine di migliaia di anni da ricostruire, in una manciata di metri di depositi terrosi.

Marco Piccinni

Pietro Parenzan, Speleologia Pugliese. Ed. Comune di Taranto, 1979;

Ciro Drago, Paolo Emilio Stasi, in Rinascenza Salentina. Anno III, n.2 (mar-apr 1935), XIII;

Paolo Agostino Vetrugno, Paolo Emilio Stasi Pittore. Amaltea trimestrale di cultura anno VII / n.1 marzo 2012;

Massimo Massussi, Raffaele Sardella, Sonia Tucci, Grotta Romanelli torna a raccontare l’antica storia del Salento, in Forma Urbis, mensile tecnico scientifico. Anno XXI n.2 Febbraio 2016;

Nicola Febbraro, Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione. Edizioni Libellula (2011)

 


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