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Il treppiedi

Novella inedita di Francesco Greco (tratta dalla raccolta “Culacchi barocchi”)

La famiglia di Dana massarèddu ormai era esasperata, sul confine sottile della pazzia: una alito di scirocco e sarebbe precipitata nel burrone del Ciolo.

Alla masseria del barone, detta “Riccadonna”, la vita era diventata una sofferenza. Massaru Dana coltivava a mezzadria tabacco, ulivi e vigna del ricco proprietario col vizio delle carte, che si stava giocando il patrimonio a chemin-de-fer, alle Terrazze di Léviche.

Robba rubbata de picca durata” (La roba rubata dura poco), proverbiavano la sera al fresco le malelingue, ma, come si sa, chi male ti vuole bene non te ne dice e passa la vita a sciudacàre (criticare).
Si alzava nel cuore della notte per preparare le bestie per un’altra giornata di lavoro, apriva il mascàru (chiavistello) e nella stalla trovava le code dei cavalli intrecciate e ci voleva mezza giornata per separarle chè quando arrivava ai “Marcanti” il sole era già bello alto e picchiava sodo.

Una volta, due e tre, la vita si era fatta amara e la terra era sempre più bassa.

Le poche stoviglie ammaccate della dote, massara Pulonia non le trovava mai dove le lasciava e passava la giornata a cercarle nei nascondigli più strani: il pollaio, la giummanèa (ripostigli), gli stipi a muro.
Lui le nascondeva ovunque: dietro la mangiatoia, il palùne (pila accanto al pozzo), sotto il grande ficodindia dove tutti, giovani e vecchi, facevano i loro bisogni, parlando con creanza.

Certe notti poi sentiva come un peso sullo stomaco che era come se avesse un macigno di quelli belli grossi che i pellegrini che venivano da chissà quali venti, da domineddio, con peccati mortali pesanti sulla coscienza, scaricavano all’erma all’entrata di Lèviche (Leuca), vicino la Masseria Erta.

Sono i paparùssi (peperoni) fritti che la sera ti cazzi (mangi avidamente) che non ti sazi mai che mi pari una ciampòvala (grosso recipiente di argilla per mescere il vino)… – brontolava il marito che tornava dalla putèa (osteria) della Concettina più brillo anzichenò – dormi, và, che domani alle Carcàre c’è da faticare…”. E riprendeva a russare che lo sentivano fino all’Albania, senza ascoltare la pepata risposta della moglie:

Vaffanculo a te e chi te lo misura… Animale e porco che i debiti tuoi con la putacàra (ostessa) li pago io…”.

Era un supplizio, la vita alla masseria un inferno. Qualcosa bisognava fare sennò restava il manicomio di Bisceglie.

Ma che cosa?

Così un bel giorno presero la fatale decisione: sarebbero andati a vivere a Alessano, il paese dei Sciudèi (Giudei) da dove veniva la moglie: era nata in una vecchia casa accanto al Calvario.

Il padre Tore era rimasto vedovo fresco fresco e la casa all’ombra del sacro luogo era grande per lui.
Il fresco sabato mattina di luglio era carezzato da una leziosa tramontana che mitigava un po’ la calura dei giorni precedenti, mentre i falchi si aggiravano nel cielo blu spaventando le giovani rondini che strillavano come verginelle illibate disegnando nel cielo bizzarri canovacci.

Insolitamente di buonumore, cantando la canzone delle cicorie, Massaru Dana cacciò lo scialabà (carro agricolo) sulla via, mise i guarnimenti al mulo, varda e ncina (basto) e mentre i bambini si lavavano la faccia tutti nella stessa limma (bacinella), cominciò a caricare le povere masserizie: il letto di crine, le sedie di paglia intrecciate dalla Mariànciala Profico di Montesardo, un po’ tarlate, qualche pentola, il quadaròttu (pentolone) nero, il grande piatto di creta dove mangiavano tutti con i vecchi avanti e qualche altro strafìzzu (cianfrusaglia).

Comare Pulonia salì in cassetta accanto al marito e i bambini, eccitati dal viaggio sebbene non molto lungo (ma loro non lo sapevano non essendo mai usciti da Santu Dana), si sistemarono sgusciando come sacàre (bisce d’acqua) astute fra le masserizie.

E quando il contadino col cuore leggero come il volo delle tùrtele (tortore) disse “Ahhh!”, il vecchio mulo grigio si mosse lento e solenne verso la tramontana, che Dalassànu (Alessano) era da quella parte.
Non avevano fatto che poca strada quando, alle Carcarèdde, all’ombra di un vecchio carrubo gigante che sfamava la gente di Montesardo e Santu Dana, comare Pulonia sussultò, come chi si ricorda all’improvviso di qualcosa:

Ma… eeeeee… il trapedi (treppiedi)? Abbiam scordato il trapedi…”, disse.
Come se gli fosse caduta addosso acqua calda, il marito esitò un istante incerto sul da farsi e poi fece “Ihhiii…”. Il mulo si fermò e il carro smise di cigolare.

Abbiamo fatto la casa a cannìzzu (di canne, caduca, precaria)..”, brontolò il contadino e ruttò i peperoni della sera prima, chè anche lui era avido.

Marito e moglie si guardarono perplessi mentre i bambini erano presi dai loro giochi innocenti fra le misere masserizie.

Il sole tostava, le cicale fra i fichi stordivano, la tramontana s’era acquietata e l’aria era immobile.
E’ questo? – chiese una vocina stridula e irritante – eccolo, l’ho preso io…. il trapèdi ce l’ho io… Possiamo andare per la nostra strada… Ahhhh!”.

Non riconoscendo la voce del padrone la bestia rimase ferma. Marito e moglie si guardarono stralunati, come quando si riceve una cattiva notizia e ti cade addosso acqua bollente: il grano che va a fuoco, la morte del fratello alla guerra, il creditore che ti toglie la casa.

Immaginando il suo ghigno maligno come carie nei denti o tarlo nella mobiglia, un sospetto prendeva corpo nel loro cuore, infido come i venditori di pozioni contro i calli, gli zingari di cavalli, le tarme nella lana.

Era sempre lui, il municèddu (folletto), quello che faceva dispetti a tutti di giorno e di notte, che li aveva esasperati e spinti per la disperazione a lasciare la casa.

Municeddhu, disegno di Marco Piccinni

Municeddu, disegno di Marco Piccinni

Era nascosto da qualche parte fra le masserizie e si preparava ad abitare anche la nuova casa di Alessano.
Per non dargliela vinta, i contadini non tornarono indietro: a che cosa sarebbe servito? Non restava che rassegnarsi a convivere col dispettoso.

Ahhhh…”, disse il furèse (contadino) e diede un colpo di scurisciàtu (scudiscio) sulla groppa del mulo di Martina come se avesse voluto frustare il tale con il cappelluccio a punta e il saio da frate cercantino.
Anche la bestia era stanca delle code intrecciate, ma si era rassegnata ancora prima dei suoi padroni.

Non se lo fece ripetere due volte.

La campana del convento di Alessano fece sentire la sua voce argentina: era mezzogiorno, l’ora in cui gli zappatori sono un bagno di sudore, chi ha un tozzo di pane nero lo caccia dalle fasàzze (bisacce), si siede sotto l’ombra di un ulivo e lo rosicchia con i denti, se ancora ce l’ha in bocca, e chi non ha manco una crosta di formaggio guarda il sole da dove spunta.

Chissà che cosa stava mettendo in tavola ai monaci malandrini frate Flaviano da Bari? Loro non si dovevano spremere le meningi come noialtri disperati per combinare pranzo e cena con le frasèdde (frise). Le loro dispense erano sempre ben colme di ogni ben di Dio.

© Tutti i diritti riservati

Francesco Greco


3 commenti su “Il treppiedi

  1. gino meuli ha detto:

    Grande Francesco! Com’è che i tuoi scritti li divoro tutto d’un fiato? Sono una goduria! E’ come mangiare “nu piattu de paparussi fritti”…!
    Gino

  2. francesco ha detto:

    Gran bel racconto di un mondo che non c’è più. Le traduzioni dei termini dialettali disturbano, ma tant’è, i giovani non capirebbero. Questa è pappa tua, caro Francesco. Non fermarti!

  3. Maria Antonietta Bondanese ha detto:

    Frizzante come certa fresca tramontana che ristora nella calura agostana…ironico e ruvido alla Folengo, il racconto è attraversato da una impercettibile malinconia per il tempo che fu, con la sua miseria ma anche con le sue favolerie, intrecciando vernacolo e italiano in una sapiente mescola narrativa…. complimenti Francesco! (volendo, potresti mettere in nota la “traduzione” dei termini dialettali più desueti o che, per la loro varia declinazione in terra salentina, potrebbero non essere compresi da chi legge…); aspetto di leggere ancora….
    Maria

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