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Grotta Marisa, Otranto

Grotta Marisa: un deposito datato a circa 10.000 anni fa, in un periodo noto come Mesolitico, spesso ignorato e bistrattato dai non addetti ai lavori, ma che in realtà si configura come un grande e rinnovato incubatore all’interno del quale processi economici, sociali e culturali, unitamente alle influenze del vicino oriente, ha sviluppato e indotto epocali trasformazioni nell’universo “uomo” che accenderanno la miccia per una grande esplosione di innovazioni a 360°, meglio nota con il nome di Neolitico.

Ampiamente studiata dai fratelli Piccinno, la grotta si apre nelle calcareniti sul versante occidentale del canale Strittu, nell’area dominata dai laghi Alimini, in un comprensorio in cui, a partire dal 1961, sono state svolte numerose ricognizioni che hanno reso possibile l’individuazione di numerose stazioni preistoriche all’aperto, grotte ripari e cavità (tra cui la stessa grotta Marisa), che hanno restituito un ventaglio di reperti che abbraccia un arco temporale che va dal Paleolitico al Neolitico.

Grotta Marisa, Otranto

Grotta Marisa, Otranto

Ben nascosta dalla vegetazione e con un ingresso non comodissimo, l’invaso carsico si presenta con una concamerazione a pianta sub circolare del diametri massimo di 8 metri, con un’altezza che non supera il metro e mezzo. Il deposito che la caratterizza, profondo dai 60 cm a poco più di un metro, è stato fonte di eccezionali ritrovamenti, anche se in parte manomesso da uomini e animali che qui hanno trovato e trovano tutt’ora rifugio.

Abbondanti sono i resti ossei che si raccolgono in superficie e si presentano alquanto fossili, mentre sul terreno smosso si è raccolta industria litica riconducibile all’Epigravettiano e al Neolitico, arte mobiliare di una certa importanza: due ciottoli di calcare, di forma allungata, con incise lungo i margini delle lineette. Tra i materiali raccolti: accettine votive, lamette di ossidiana, dei pendagli forati in pietre dure, elementi di collana in osso, in ceramica e segmenti di peristoma di cardium, a forma di semiluna, alquanto abrasi. All’esterno, invece, sul piano soprastante, chiamato in riferimento alla grotta “campo marisa”, si raccoglie per un vasto raggio industria litica epigravettiana.

Grotta Marisa, interno

Grotta Marisa, interno

L’interesse del sito ha indotto ricerche e studi più approfonditi, intrapresi nel 1978, sotto la direzione di Giuliano Cremonesi, allora docente presso l’università degli studi di Lecce, nella porzione centrale della grotta. La nuova ricerca ha identificato cinque livelli archeologici che hanno restituito un’industria omogenea interamente attribuibile alla fase iniziale del Mesolitico, tra cui numerosi frammenti di ossa con incisioni geometriche. Nel livello superficiale, però, sono presenti anche strumenti ascrivibili al Neolitico per tipologia, dimensioni e materia prima nonché piccoli frammenti di ceramica impressa, figulina, dell’età dei metalli e medioevale, per un totale complessivo di 1306 strumenti e 18408 manufatti non ritoccati, tutti di piccole dimensioni.

I reperti di grotta Marisa non trovano precisi confronti con altri siti del Mesolitico se non per alcune similitudini con quelli rinvenuti in grotta delle Mura a Monopoli, ascrivibili al IX millennio a.C.. I caratteri tipicamente Romanelliani, invece, non possono essere confrontati se non con altri siti salentini: grotta delle Cipolliane, Grotta Romanelli, le grotte della baia di Uluzzo.

Marco Piccinni

Antonio e Francesco Piccinno – Otranto, laghi alimini – stazioni preistoriche, in Ricerche e studi, 1978

Nicola Febbraro, Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione. Edizioni Libellula (2011)

Elettra Ingravallo, a cura di – La Passione dell’origine. Giuliano Cremonesi e la ricerca preistorica nel Salento, Conte Editore (1997)


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