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STORIE. Quando sotto la neve nacque un poeta

 

Leggenda metropolitana: la neve uccide la xylella. Vero? Falso? Due le scuole di pensiero: normale nel paese di Guelfi e Ghibellini, Mazzola e Rivera, don Camillo e Peppone. Essendo un batterio, il freddo non dovrebbe ucciderlo, anzi, paradossalmente potrebbe rafforzarlo. Stermina invece tutti gli altri agenti patogeni delle piante (i vecchi li chiamano “malevermi”).

In rete un video è diventato virale: la danza esorcizzante di uno che balla sotto il suo ulivo secolare, maestoso: intorno tanta neve: è felice,  l’albero sarà salvato, dice a ritmo di rap. Non ditegli che forse non è vero, ne soffrirebbe.

Castello di Monterdo

Castello di Monterdo, Foto di Antonio Nuzzo

Dobbiamo prepararci a questi eventi: il riscaldamento globale porterà estati torride e inverni rigidissimi, come questo, con la neve. Per cui avremo altre nevicate come alla Befana 2017. Altra neve, secondo le previsioni, è in arrivo a febbraio.

L’eccezionalità dell’evento è comunque un’altra leggenda metropolitana. Sono nato in una vecchia, grande casa con la volta a botte, che sta su una cisterna di 8-9 metri d’altezza, dove mio padre Cosimo diceva che potevi girare “na scala de munna”. Era un coraggioso, scese più di una sola volta nella sua lunga vita (e forse lo aveva già fatto da ragazzo), facendosi calare imbragato alla vita. La cisterna prendeva l’acqua dalla terrazza e dissetava tutto il rione Muraje. Mio padre odiava i gatti, diceva che erano dispettosi: facevano i bisogni proprio là e lui doveva pulire per non far marcire l’acqua. Era stata, diceva il mio bisnonno Cosimo, una neviera. Cioè il luogo dove i signori del paese dei secoli scorsi, i baroni (Caracciolo, Romasi, ecc.), in recipienti forse di creta conservavano la neve che cadeva copiosa d’inverno e che laggiù diventava ghiaccio per i sorbetti e i gelati nelle calde serate d’estate, ai concerti, i ricevimenti, la mondanità, che nella Montesardo aristocratica e intellettuale era intensa, avendo una leadership culturale ormai riconosciuta.

Come questa ce ne sono molte nel Salento (da Depressa a Galatina), per cui è doveroso concludere che la neve nei secoli scorsi non era affatto eccezionale come si è detto per la nevicata fra l’Epifania 2017 e i giorni successivi.

A chi è in età questa del 2017 ricorda la nevicata dell’inverno 1942-1943, quando a Montesardo c’erano i tedeschi, che avevano una postazione con un’altissima antenna nella piazza d’armi del Castello (foto di Antonio Nuzzo). I vecchi ricordano che i soldati di Hitler si divertirono a fare un’enorme palla di neve, che fecero rotolare da un angolo all’altro della piazza antistante dove si affaccia il mitico cortile di Donna Popa (Ippolita Caracciolo, 1745-1812), per la gioia dei bambini del paese.

Poi quella del 1956, storicizzata anche da una canzone di Mia Martini. Nella Puglia contadina di Vittore Fiore e Bodini, molti bambini nati in quei giorni sono stati registrati giorni dopo, perché i padri non poterono andare all’anagrafe, per cui le loro date di nascita sono tutte fasulle. Succedeva.

Altre nevicate storiche: 1979, i primi di gennaio: morì mia nonna Mariangela, vivevo a  Roma, non riuscii a prendere il treno. Nel 1987, i primi di marzo. Poi nel 2001, ma non così intense e durature. Pupazzi in piazza e palle di neve, scivoloni sul ghiaccio.

Chiedo a un bambino arabo che abita nel rione se è la prima volta che vede la neve: dice che è la quarta (era il quarto giorno di neve: loro inventarono i numeri), si diverte un mondo a fare palle di neve, si vede dallo sguardo, se le tirano con la sorellina. Gli arabi hanno occhi bellissimi, dove vedi il deserto sconfinato, i cieli stellati che osservarono così bene.

Ma la neve c’è stata anche nel 1965: avevo la sua stessa età quando la vidi per la prima volta. Andavo alle elementari. Il maestro Gino Meuli disse: “Scrivete una poesia sulla neve”. Lesse la mia, gli piacque, la lesse alla classe. Poi chiamò gli altri insegnanti, piacque anche a loro. Telefonarono al direttore didattico (stava in un altro paese), che la lesse alla sua scuola.

Nei giorni successivi arrivarono dal Provveditorato dei signori ben vestiti, cappotti pesanti, la lessero, se la copiarono, la mandarono a Roma, che rispose: si, era davvero una bella poesia.

Sotto i fiocchi era nato un poeta.

Per essere sinceri: l’ho perduta, non l’ho più ritrovata.

Ricordo solo la prima strofa:

 

Che succede stamattina?

E’ nebbia? E’ brina?

Ma no, il mondo appare incantato

Coperto da un manto immacolato…

 

Francesco Greco

 

 

 

 


Un commento su “STORIE. Quando sotto la neve nacque un poeta

  1. Antonio ha detto:

    Grande Francesco

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