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STORIE. Antonietta da Lucugnano, una vita da santa

40 anni fa, il Primo Maggio 1977, dopo una breve malattia e il ricovero al “Cardinale Panico” di Tricase, moriva Antonietta Guglielmo. Aveva solo 58 anni. Era nata a Lucugnano di Tricase nel 1919.

Se dobbiamo declinare l’idea di santità che teorizzò Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato, e cioè che essa si trova nell’ordinarietà della vita, nascosta nella quotidianità, nelle cose semplici, umili, più che nel gesto clamoroso, enfatizzato, possiamo affermare senza remore che Antonietta fu una “santa”.

Così è rimasta (qualche sua vecchia amica la chiama la “Madonna”) anche dopo tanto tempo nella memoria del paese dove visse, Montesardo, avendo sposato nell’aprile del 1952 Cosimo Greco: il primo bambino che ebbero, Ippazio Antonio, morì di pertosse dopo pochi mesi: gliela attaccò un bambino dei vicini. Poi nacque Francesco.

Fu una donna di eccezionale bellezza, aveva gli occhi acquamarina, la pelle diafana. La sua forza era nel sorriso sincero, nella delicatezza d’animo, nell’educazione rigida, nel carattere fermo e indomabile, nella forza con cui ha vissuto i valori veri della vita.

Credente e praticante, la passione per le rose e le calle che accudiva amorevolmente nel suo grande giardino all’ombra della maestosa vite di uva Gerusalemme (messa a dimora dal marito da ragazzo), spese la sua breve vita non solo per la sua famiglia, ma anche per il prossimo: ogni domenica infatti c’era sempre un povero che verso mezzogiorno bussava alla sua porta. Lei lo faceva sedere a tavola, gli riempiva un piatto di pasta fatta in casa da lei stessa e un bicchiere di vino. Solo dopo che quello aveva mangiato e ringraziato con un sorriso di gratitudine “Drafiscu li morti” (Memoria ai morti), preparava per la sua famiglia.

Fu sempre disponibile col prossimo: aiutava le vicine e i parenti nei lavori nei campi (tabacco, ulive, grano, ecc.). Lavorò al magazzino dei tabacchi di Francesco Lecci, coltivò la terra, aiutò il marito nel suo duro lavoro di artigiano intrecciatore delle sedie di paglia: preparava la tintura naturale (si otteneva facendo bollire bucce di melagrane, di noci, ecc.) per tinteggiare il bianco giunco delle paludi.

Da ragazza lavorò come contadina nelle terre del barone poeta Girolamo Comi, di cui conosceva tanti aneddoti. Era una grande narratrice di “culacchi”, sapeva tutti quelli che avevano per protagonista “Papa Cajazzu”, anche quelli non compresi nella famosa raccolta di Michele Paone.

Antonietta era la quarta di 5 figli: Pantaleo (1910, sposato a Galatone con Genoveffa), Addolorata (Vata, 1911, sposata con Rocco Baglivo a Sant’Eufemia), Lucia (1916, sposata a Lucugnano con Antonio Ardito), lei e Antonuccio (1923, sposato a Lucugnano con Assunta De Marco), figli di Francesco Guglielmo (trainiere) e Francesca Fracasso (contadina).

Erano nati e risiedevano in un grande cortile proprio di fronte alla Cappella della Madonna Addolorata. Ancora c’è la pila di pietra leccese dove Antonietta e le sorelle facevano il bucato: hanno tentato di rubarla più volte, ma si è spaccata in due…

Oltre a Lucugnano, i Guglielmo vissero, come tante altre famiglie del “Capo”, nel Tarantino. Infatti, negli anni Quaranta emigrarono in una masseria di Ginosa dove coltivarono il tabacco, la vigna, l’uliveto, ecc.
E proprio lì incontrò Cosimo, l’uomo della sua vita che aspettò da quando partì in guerra (Cefalonia) fino a quando tornò dopo la Liberazione.

Il Primo Maggio, nella chiesa madre di Montesardo, alle ore 19, il parroco, don Pietro Carluccio celebrerà la santa messa in suffragio di Antonietta Guglielmo, una vita da “santa” (così la ricordano le anziane del paese), una ragazza bella dentro e fuori, dagli occhi chiari, la pelle profumata, il sorriso dolce, la virtù e l’amore per il prossimo in lei furono del tutto naturali, vissuti con trasporto: un esempio per le donne di oggi senza più modelli di riferimento.

Francesco Greco


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