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POESIA. Quei versi “selvaggi” di Vittorio Buccarello

CASTRIGNANO DEL CAPO (Le) – Da Saffo a Leopardi, è stretta l’osmosi fra vita e opera (e non vale soltanto per la poesia). Nei propri versi, un poeta finisce col riversare le piccole gioie della vita, gli incanti quotidiani, i dolori, le lacerazioni dell’anima che toccano a tutti noi, per il sol fatto di essere nati (come direbbe Emile A. Cioran).

E più un poeta ha avuto una vita aspra, più ha una sensibilità insonne, dilatata, capace di cogliere ciò che in tempi così volgari ai più sfugge, impastati come sono nel conformismo e nella banalità.


Non sfugge a questa regola Vittorio Buccarello (Castrignano del Capo, 1945), che ci consegna un’opera prima deliziosa e sofferta, attraversata da un etos ben vivo, ispirata da una visione del mondo e dell’uomo sospesa fra un ieri ancorato a valori immortali e un oggi in cui tutto è stato relativizzato, con la tremenda conseguenza dell’infelicità come condizione costante per tutti noi.

“La voce che sogna”, Libellula Edizioni, Tricase 2017, pp. 200, s. i. p. è una raccolta di liriche tutta da leggere, soffermandosi sui “messaggi” che Buccarello, giunto a un certo punto della sua vita, ha voluto comunicare al mondo, osservato da una visuale priva di malizia letteraria, si direbbe naif, con una sovrastruttura culturale light.

la voce che sogna

L’accesso al testo è, in tutta evidenza, polisemico. Alla scansione della memoria, del dolce fluire del tempo, in un Novecento contadino con le sue contraddizioni e sofferenze (rievocato però senza retorica né false mitizzazioni), ma anche l’energia universale che teneva unito quel mondo (“lu tata dumava lu focu”, “Facivene pane va vota lu mese”), si affianca un istinto escatologico – che è quello del popolo tutto in questi anni di nausea in cui “il sole splende ma non riesce a scaldare” – si direbbe pasoliniano (o brechtiano) in cui Buccarello urla tutta la sua rabbia per il degrado della politica (“chi senza onore/ ne approfitta del potere”, “Per loro tutto è concesso/ non esiste la morale…”), che viene fatta pagare a noi base sociale in termini di qualità della vita degradata e di futuro sempre più incerto.

Ma dove il poeta pugliese dà il meglio della sua vena lirica (impreziosita da un lavoro di ricerca sulla lingua del passato di per sé meritorio quanto evocatorio del mondo di ieri) è nella trasposizione nei versi dei sentimenti quotidiani che fanno una vita degna di essere vissuta, specie oggi in cui siamo colti dall’afasia. Nello specifico, il poeta ricorda suo nonno e i suoi insegnamenti sempre vivi, e attuali, e vorrebbe che il nipote Marco avesse in lui un esempio. Desiderio irrazionale al tempo in cui esiste solo il presente e il fluire del tempo e il passaggio di “memoria” fra le generazioni ha subìto una dolora rottura di cui avvertiamo il peso.

E’ bello, infine, che il poeta si crucci per il fatto che quando fu ragazzo non ebbe studi regolari, per cui era portato: oggi forse saprebbe della filosofia di Aristotele e amerebbe i versi di Keats e Baudelaire, ma la vena poetica solo in parte è influenzata dagli studi, è qualcosa che si ha o non si ha a prescindere, e Buccarello mostra di averla e di saperla coltivare. I percorsi esistenziali sono spesso sconnessi, accidentati, ma non per questo un uomo non può giungere al suo tao per sentieri oscuri e misteriosi.

Il volume è arricchito da una dotta prefazione di Luigina Paradiso, che dirige la Biblioteca Comunale di Gagliano ed è un’apprezzata operatrice culturale.

Francesco Greco


Un commento su “POESIA. Quei versi “selvaggi” di Vittorio Buccarello

  1. vittorio buccarello ha detto:

    Onorato di questa pubblicazione e presentazione del mio libro che no mi aspettavo. Grazie di vero cuore a voi che mi date tanto pregio,

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