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“Odi pellegrine”, la poesia del quotidiano di Imma Melcarne

La poesia? E’ dove meno te lo aspetti. La trovi nelle aggettanze della quotidianità, spunta negli interstizi di vite oscure, ordinarie, e perciò ricche e preziose, perché sono quelle delle persone che incontriamo ogni giorno nelle strade del mondo, che sono intorno a noi e con cui entriamo in empatia: laboriose e pazienti come formiche, costruiscono, soffrono, sperano, gioiscono delle piccole cose dell’esistenza.

Hanno sogni comuni, incanti, stupori, come se dentro di loro vivesse un eterno Peter Pan, l’immortale “fanciullino” pascoliano.

In questa categoria di autori, e di persone, rientra Imma Melcarne, al suo terzo lavoro, “Odi pellegrine”, Edizioni Libellula, Tricase 2018, pp. 130, euro 12 (appena presentato al Centro polivalente “Maria Monteduro” di Gagliano, in un serata molto emozionante, curata da Luigina Paradiso, della biblioteca Vincenzo Ciardo, con la danza delle allieve della scuola “Ali di Iside”, le musiche di Daniele Nuzzo e Mariella Mangiullo, le letture delle nipoti dell’autrice Francesca e Laura).

Questa performance si colloca nel solco dei due precedenti, “Lo spirito vagante” (2012) e “L’eco del vento”(2015), nel senso che prosegue il discorso iniziato, la riflessione sui sentimenti, gli affetti, le emozioni, la socialità, intra ed extra moenia, la contiguità col prossimo, la sintonia dell’anima, i suoi dilatati orizzonti.

Che diviene lieve speculazione sull’esistenza, su quel che conta davvero, i valori essenziali dell’essere al mondo.

Imma traduce il suo mondo interiore in versi di grande spontaneità e freschezza, dettati da uno sguardo pulito, dalla sua grande sensibilità, dall’amore per gli altri, nonostante tutto.

Il pathos che impregna il suo universo di donna mediterranea che conosce la vita, è una password per aprirsi un varco nel tempo, per sentirsi meno soli.

Viene in mente Ungaretti: “Ognuno se ne sta solo (…)/ Ed è subito sera”. La “sera” di Imma ha i colori pastello di un crepuscolo in cui, come il mare di Leopardi, è dolce “naufragare”.

Francesco Greco


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