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		<title>I Massi della vecchia a Giuggianello</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 07:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giuggianello.png" width="80" height="111" alt="" title="Giuggianello" /><br/>È mattino. I primi raggi del sole baciano le chiome di secolari ulivi. La vecchia strega apre gli occhi e profetizza al mondo i suoi vaticini, fila al fuso le sorti dei contadini che lavorano nei suoi poderi mentre un semidio combatte contro i giganti per liberare la Terra dalla loro oppressione. Non è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giuggianello.png" width="80" height="111" alt="" title="Giuggianello" /><br/><p>È mattino. I primi raggi del sole baciano le chiome di secolari ulivi. La vecchia strega apre gli occhi e profetizza al mondo i suoi vaticini, fila al fuso le sorti dei contadini che lavorano nei suoi poderi mentre un semidio combatte contro i giganti per liberare la Terra dalla loro oppressione. Non è la trama di una delle fiabe dei <strong>fratelli Grimm</strong>, ma la storia di un terra ricca di magia e leggende che ha sconvolto le menti di filosofi e registi, come <strong>Aristotele </strong>ed <a title="Edoardo Winspeare su Salogentis.it" href="http://www.salogentis.it/2009/03/14/edoardo-winspeare-innamorato-del-salento/" target="_blank">Edoardo Winspeare</a> (che qui ha girato alcune scene dei suoi film), e aperto diverse prospettive per i portafogli di alcune società che vorrebbero costruirvi <strong>un impianto per la produzione di energia eolica</strong>.</p>
<p><span id="more-6265"></span></p>
<p>Protagonisti di queste magie sono i fondi “<em>tenenti</em>” e “<em>cisterna longa</em>”, in contrada “<em>Visilie</em>”, sulla collina delle <strong>Ninfe e dei Fanciulli, </strong>in quel di Giuggianello. Qui, tra secolari uliveti, sono esposte sculture meravigliose. Opere eccezionali e maestose di un’artista paziente ed enigmatico che modella la solida pietra come fosse morbida creta. La pioggia.</p>
<p>Secoli e secoli di precipitazioni, coadiuvati dall’azione del vento, avrebbero eroso la roccia calcarea fino a formare delle opere uniche nel loro genere tanto da essere annoverate tra i monumenti nazionali di prima categoria. “<em>Lu letto te la vecchia</em>” , “<em>lu Furticiddhu te la vecchia de lu nanni</em>”, il “<em>piede di ercole</em>”</p>
<p>Il primo è un enorme masso di forma circolare. Un giaciglio sul quale una vecchia strega, moglie de “<em>lu nanni vorcu</em>” (una delle tante trasposizioni del <a title="Il dispettodo folletto del Salento, su Salogentis.it" href="http://www.salogentis.it/2009/01/07/lu-scazzamurrieddhu-la-leggenda-del-folletto-dispettoso/" target="_blank">folletto salentino</a>, qui visto come un terribile orco ghiotto di bambini) soleva dormire e rivelare le sue profezie all’alba. Questa custodiva un meraviglioso tesoro costituito da una <strong>chioccia con sette pulcini d’oro</strong> che chiunque avrebbe potuto far suo. Sarebbe bastato sollevare l’enorme masso con un dito nel giorno di San Giovanni.L’immensa fortuna acquisita però, sarebbe stata bilanciata con anni di disgrazie e disavventure. Per tutti coloro sprovvisti di una forza erculea, invece, sarebbe stato sufficiente rispondere a tre domande che la vecchia avrebbe posto appena sveglia il giorno del 24 giugno, a patto di non distogliere mai lo sguardo dal suo e di non esitare nemmeno per un istante a nessuna delle tre risposte. Pena la pietrificazione.</p>
<p>Sul letto della vecchia si possono notare alcune coppelle, probabilmente connesse ad <strong>antichi culti legati alla pioggia e all’acqua</strong>, elemento ricorrente in molte culture del passato di cui a Giuggianello si possono ritrovare ancora numerose testimonianze.</p>
<div id="attachment_6267" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6267" title="letto della vecchia" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/letto-della-vecchia.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Letto della Vecchia</p></div>
<p>A pochi metri dal suo giaciglio, le vecchia strega poteva disporre di un fuso, <em>lu furticeddhu</em>. Nomenclatura medioevale per indicare un’anello a forma di disco che blocca il filo lavorato nel fuso. Qui la vecchia filava simbolicamente le sorti dei contadini del suo contado. Una rivisitazione nostrana delle moire o delle parche, che maneggiavano il filo della vita di ogni essere umano fino a quando non fosse giunto il momento di reciderlo, ponendo fine alla sua esistenza.</p>
<p>I disastri naturali, quali siccità e uragani (due fenomeni piuttosto ricorrenti nella cronistoria salentina) sono stati spesso attribuiti a eventi soprannaturali, di natura pagana. Questo giustificherebbe la presenza di una potente strega intenta a filare la lana o a dormire su un enorme masso. Il graduale, e non sempre indolore, processo di Cristianizzazione del Salento avrebbe poi scongiurato queste calamità richiedendo l’intercessione di numerosi Santi, spesso versioni catechizzate dei loro predecessori pagani.</p>
<div id="attachment_6266" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6266" title="fuso della vecchia" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/fuso-della-vecchia.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Fuso della vecchia o masso oscillante di Ercole</p></div>
<p>Il fuso delle vecchia sembra come appoggiato su un altare, posizionato con cura da una forza impressionante. Ma quale uomo sarebbe stato dotato di una forza tale da far impallidire lo stesso Ercole? Niente panico, il mitologico semidio non ha nulla da temere! Secondo <strong>Aristotele, </strong>nel <strong>De Mirabilibus Auscultationibus</strong> (Racconti meravigliosi), sarebbe stato proprio l’illegittimo figlio di Giove a collocare il fuso della vecchia nella sua attuale locazione. In suo onore il fuso è anche conosciuto come il <strong>&#8220;masso oscillante di Ercole&#8221;</strong>.</p>
<p>La sua forza era tale da poter maneggiare la roccia anche con un solo dito. Probabilmente la utilizzò in una terribile lotta contro i giganti che il noto filosofo greco collocherebbe proprio all’estremità del promontorio japigio nella città di <strong>Pandusia</strong>, identificata dal Prof. Pagliara dell’Università del Salento nell’odierna <strong>Muro Leccese</strong>. Ercole sospinse i giganti fino alle scogliere di <a title="Le terme di santa Cesarea tra storia e leggende su Salogentis.it" href="http://www.salogentis.it/2009/07/26/le-terme-di-santa-cesarea-tra-miti-e-realta/" target="_blank">Santa Cesaria Terme</a>, dove li uccise e li lasciò imputridire. Dalla decomposizione dei loro corpi si formarono le acque solfuree, dove sarebbe sorta un&#8217;importante stazione termale. A testimonianza di questa eroica impresa, e del passaggio del semidio nelle campagne del Salento, c&#8217;è un&#8217;&#8221;impronta&#8221;, anche questa rimasta impressa nella roccia, sulla quale il piede dei mortali non si sarebbe mai dovuto posare: questa roccia porta oggi il nome di &#8220;piede di Ercole&#8221;.</p>
<div id="attachment_6268" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6268" title="piede di ercole" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/piede-di-ercole.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Piede di Ercole</p></div>
<p>Rocce che affiorano dalla rossa terra salentina con eleganza e semplicità. Terra che ha restituito all’uomo nel corso degli ultimi anni numerosi reperti archeologici che troveranno presto collocazione in una nuova sezione archeologica del <a title="Il museo civico di Giuggianello su Salogentis.it" href="http://www.salogentis.it/2012/01/19/museo-della-civilta-contadina-a-giuggianello/" target="_blank">museo civico di Giuggianello</a>. Un occhio attento ed esperto può ancora rinvenire denti di squalo e selce bianca scheggiata. Un tesoro che non ha ancora rivelato tutte le sue meraviglie</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>Gli occhi chiusi vedono tutto, personale di Daniele Ferrante</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:40:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Le Ali di Pandora</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/>“Le Ali di Pandora” presenta &#8220;Gli occhi chiusi vedono tutto&#8221; Personale di Daniele Ferrante venerdì 3 febbraio 2012 h.20.00 intervista con l&#8217;artista c/o II Circoscrizione via Adda Lecce Ingresso Libero Si apre a Lecce venerdì 3 febbraio alle ore 20,00, presso la sede della II Circoscrizione: Santa Rosa-Stadio- Salesiani la Mostra personale “Gli occhi chiusi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/><p style="text-align: center;">“<strong>Le Ali di Pandora</strong>”</p>
<p style="text-align: center;">presenta</p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Gli occhi chiusi vedono tutto&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Personale di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Daniele Ferrante</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">venerdì 3 febbraio 2012</p>
<p style="text-align: center;">h.20.00</p>
<p style="text-align: center;">intervista con l&#8217;artista</p>
<p style="text-align: center;">c/o II Circoscrizione</p>
<p style="text-align: center;">via Adda</p>
<p style="text-align: center;">Lecce</p>
<p style="text-align: center;">Ingresso Libero</p>
<p>Si apre a Lecce venerdì 3 febbraio alle ore 20,00, presso la sede della II Circoscrizione: Santa Rosa-Stadio- Salesiani la Mostra personale “Gli occhi chiusi vedono tutto” di Daniele Ferrante a cura dell&#8217;Associazione Le Ali di Pandora che resterà aperta fino al 10 febbraio. Alla presenza delle Autorità, del Presidente della Circoscrizione Fabio Campobasso, interverranno Lucy Ghionna e Ambra Biscuso</p>
<p>In questi ultimi due anni la sfida dell&#8217;Associazione Le Ali di Pandora è stata di portare: &#8220;il centro nella periferia&#8221;, rendendo reale la scommessa di portare l&#8217;arte e la cultura in zone normalmente destinate a dormitorio. Sempre più forte è la sinergia tra gli abitanti del quartiere e i &#8220;costruttori&#8221; di arte e cultura ,  così come sembra  sempre più concreto il sogno di riqualificazione territoriale e culturale anche grazie ai giovani artisti che hanno deciso che il loro centro parta dalla periferia e di chi, sempre più numerosi, scelgono di vivere la periferia come centro.</p>
<p>Continua la lettura dei linguaggi trasversali dell&#8217;arte con l&#8217; hic et nunc di Daniele Ferrante “Gli occhi chiusi vedono tutto”. Daniele Ferrante e un venticinquenne leccese, artista eclettico, musicista, blogger con una predilezione per i fenomeni culturali di massa, media enthusiast. I suoi molteplici interessi, trasversali rispetto a qualsiasi medium egli si avvicini, fanno sì che sia il suo discorso teorico che quello artistico siano indirizzati verso le sinestesie, l&#8217;abbattimento dei confini tra le varie arti, alla ricerca di un punto di contatto tra i sensi in quella che potrebbe configurarsi come una terza via espressiva. A testimonianza di ciò vi è la pubblicazione de “Il santuario della pazienza”disco del suo gruppo/progetto musicale Zweisamkeit, uscito nel 2011 per l&#8217;etichetta messinese SNOWDONIA. Il suo intento, scrive, è di &#8220;far coesistere elementi di fasi lontane tra loro nel tempo in uno stesso momento, isolando le diverse parti degli oggetti come se si trattasse di zone vicine spazialmente ma distanti cronologicamente. (&#8230;) “Gli occhi chiusi vedono tutto” nasce dall’ultima fase della mia arte, lo scavare nelle profondità dell’inconscio, guardare più in giù rispetto alle proprie sensazioni e ai propri legami affettivi per scoprirne il senso reale. Noi non diventiamo ciò che siamo, ma lo scopriamo attraverso il vivere la realtà di tutti i giorni, instaurando relazioni di ogni tipo che portano la nostra coscienza verso un livello più alto. Educazione è un termine che deriva dal latino “ex ducere” ovvero “tirare fuori”, ciò che sappiamo fare non lo impariamo, ma lo scopriamo. Le relazioni che instauriamo, culturali o sociali, ci aiutano ad aggiungere un frammento nello specchio che definisce la nostra vera immagine. Il senso finale in ciò è che abbiamo già dentro di noi i mezzi necessari per stare bene, sappiamo già cos’è la felicità o la bellezza, è tutto nascosto in punti oscuri di noi stessi che magari non siamo ancora riusciti a illuminare. Scoprire di avere queste doti è come chiudere gli occhi e non vedere più un buio limitato, ma un paesaggio immenso sotto il nostro completo controllo.&#8221;</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6375" title="trinità daniele ferrante" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/trinità_web.jpg" alt="" width="500" height="707" /></p>
<p><strong>L&#8217;arte secondo Daniele Ferrante</strong></p>
<p>Cercando punti in comune tra le opere: in tutti i casi si tratta di lavori spirituali, perché attraverso qualsiasi ambito io mi esprima, che si tratti di pittura, così come di video, musica o poesia, tendo a caricare simboli, oggetti e segni di significato in modo da poter circoscrivere una parte della realtà (o di me stesso) e disporre del distacco utile a poterla capire meglio.</p>
<p>La mia evoluzione artistica è anche un’evoluzione umana personale, ogni lavoro che faccio prende una parte di me e la isola per predispormi al miglioramento, perciò le mie opere più che parlare di ciò che sono parlano di ciò che ero prima di realizzarle.</p>
<p>Il secondo punto è quasi consequenziale: per molti artisti di molte ere l&#8217;arte è un fatto spirituale, catartico, all&#8217;origine della pittura si può rintracciare un gesto di riproduzione della realtà per esorcizzarla o averne controllo. Anche per questo motivo prendo archetipi e simbologie proprie della mia cultura tentando di vedere quanti di questi elementi la legano all&#8217;arte di tutte le culture della storia dell&#8217;umanità, in modo da trovare una veste semplice a concetti profondi che raggiungano il maggior numero di persone indifferentemente dal retroterra culturale.</p>
<p>Questo tema lo porto avanti parallelamente tra arte visiva e musica, in entrambi i casi ho cercato di individuare ciò che accomuna tutti i linguaggi della terra, la mia sintesi vede nel corpo umano l’unica cosa comune a tutte le arti della terra, proprio perché è l’unico patrimonio realmente condiviso da tutte le arti della terra.</p>
<p>Se nella musica la fisicità è incarnata dal ritmo e dalla voce, nella rappresentazione grafica si va più semplicemente verso la figura in sé dell&#8217;uomo e della donna, per poi spostarsi verso le estensioni del corpo, ad esempio il linguaggio scritto, la versione grafica della voce.</p>
<p>Se però il significato di un corpo ha lo stesso valore in tutte le lingue, lo stesso non si può dire dei caratteri della nostra cultura, in uso solo nel mondo occidentale.</p>
<p>Mi capita, perciò, di usare spesso i caratteri dell&#8217;alfabeto latino come pura espressione grafica, usanza più comune ai popoli che usano l&#8217;alfabeto arabo , i logogrammi o gli ideogrammi.</p>
<p>L&#8217;alfabeto occidentale, per quanto duttile e adattabile alla maggiore quantità di esigenze linguistiche, non possiede le sfumature proprie delle lingue orientali o dei linguaggi prettamente orali; riportare i caratteri latini a ciò che sono nell&#8217;essenza, ovvero segni grafici, è un modo per rendere universale un aspetto specifico della cultura da cui provengo.</p>
<p>Questa “universalizzazione” è presente in quasi tutti i miei lavori, perché tendo comunque a prendere tematiche e archetipi propri dell&#8217;arte occidentale guardandoli con gli occhi di un cittadino del mondo fuori dal tempo.</p>
<p>E&#8217; così che alcuni miei lavori hanno una tematica Sacra (vedi Trinità e Madonna) senza presentare alcuna simbologia propria dell&#8217;ambito dal quale provengono, ma anzi riportando tutto all&#8217;essenza del tema preso in esame, che rivela ad esempio come il Cristo e la Madonna rappresentino l&#8217;ideale eterno di uomo e donna, così come guardando più in profondità, il padre, lo spirito santo e la maternità possono semplicemente rappresentare l&#8217;ispirazione nel senso più ampio possibile.</p>
<p>Nel ricercare un&#8217;universalizzazione dei temi indigeni della mia cultura sono arrivato a constatare come tutto tenda verso la natura, comprese le estensioni più artificiali dell&#8217;uomo. I caratteri latini sono un&#8217; estensione tecnologica della voce; con la loro razionalità hanno portato in qualche modo a ripensare molto del nostro approccio verso la realtà, organizzando, pianificando e forse per questo  limitando la gamma di esperienze acquisibili invece tramite il gesto istintivo, difettoso e imprevedibile.</p>
<p>Riportare i simboli e le architetture umane alla natura è un modo per comprendere meglio la propria umanità, senza rigettare le sovrastrutture culturali, accettando meglio la propria natura di animali dotati di tecnologia.</p>
<p>Infine, due temi “minori” (in quanto non ancora del tutto approfonditi) sono correlati a quelli enunciati sopra e li lego al tempo e alla possessione spiritica.</p>
<p>Nel primo tema tento di dare l&#8217;idea del “qui e ora” (vedi L&#8217;universo per chi non lo visiterà mai, messa in onore degli eroi tragici e Universo ultimo atto) oltrepassando la terza dimensione per fonderla con quella del tempo e della persistenza.</p>
<p>La differenza tra opera d&#8217;arte visiva e opera d&#8217;arte musicale sta nel fatto che la prima ha il suo specifico nella rappresentazione spaziale, la seconda ce l&#8217;ha nella rappresentazione temporale.</p>
<p>Con questa serie di lavori tento di far coesistere elementi di fasi lontane tra loro nel tempo in uno stesso momento, isolando le diverse parti degli oggetti (in questo caso una montagna) come se si trattasse di zone vicine spazialmente ma distanti cronologicamente.</p>
<p>Anche a questo concetto sono riuscito a dare un valore spirituale, inserendo nella mia prima esposizione una candela liturgica “personalizzata”. Un lavoro simile sposa il “qui e ora” con l’universalità, fino a ritornare al significato cristiano del cero, ovvero quello della candela più “madre” che detiene il messaggio, dal quale tutte le altre candele più piccole possono attingere.</p>
<p>La fiamma auspica la propagazione, la moltiplicazione del messaggio.</p>
<p>Per ciò che riguarda la possessione spiritica, vi è un legame sottile con il primo tema spirituale.</p>
<p>Le opere di questa serie hanno tutte un titolo che riporta il motivo della Casa (vedi Case, Case Abbandonate, La sua Casa, Case giocattolo) ed è proprio da intendersi come “case infestate”.</p>
<p>Credo infatti esista un legame tra la persona, il luogo in cui vive e gli oggetti che utilizza.</p>
<p>Un medium spiritico entrando in una casa è capace di percepire l&#8217;energia, positiva o negativa, rimasta in sospeso nell&#8217;ambiente; l&#8217;artista è un medium, così come tutte le persone sono medium con differenti gradi di sensitività.</p>
<p>Una qualsiasi persona può conoscere qualcuno e percepirne l&#8217;energia che essa emana, l&#8217;anima, che può anche essere una combinazione di comportamenti e oggetti che parlano direttamente all&#8217;inconscio dell&#8217;interlocutore. L&#8217;artista ha il dono di creare gli oggetti che, attraverso particolari accostamenti, creano l&#8217;immagine delle sue sensazioni. In queste opere ho cercato di creare associazioni che potessero restare in sospeso, come case infestate, a testimonianza di uno stato d&#8217;animo rimasto chiuso a chiave in una stanza per secoli.</p>
<p>Il nome della mostra, “Gli occhi chiusi vedono tutto” nasce dall’ultima fase della mia arte, lo scavare nelle profondità dell’inconscio, guardare più in giù rispetto alle proprie sensazioni e ai propri legami affettivi per scoprirne il senso reale.</p>
<p>Noi non diventiamo ciò che siamo, ma lo scopriamo attraverso il vivere la realtà di tutti i giorni, instaurando relazioni di ogni tipo che portano la nostra coscienza verso un livello più alto.</p>
<p>Educazione è un termine che deriva dal latino “ex ducere” ovvero “tirare fuori”, ciò che sappiamo fare non lo impariamo, ma lo scopriamo. Le relazioni che instauriamo, culturali o sociali, ci aiutano ad aggiungere un frammento nello specchio che definisce la nostra vera immagine.</p>
<p>Il senso finale in ciò è che abbiamo già dentro di noi i mezzi necessari per stare bene, sappiamo già cos’è la felicità o la bellezza, è tutto nascosto in punti oscuri di noi stessi che magari non siamo ancora riusciti a illuminare. Scoprire di avere queste doti è come chiudere gli occhi e non vedere più un buio limitato, ma un paesaggio immenso sotto il nostro completo controllo.</p>
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		<title>ARCHEOLOGIA A CORSANO. Duemila anni di storia a due passi dal depuratore</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 07:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Associazione Archès</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Corsano.jpg" width="80" height="118" alt="" title="Corsano" /><br/>Il libro Le Vie del Sale. Antichi saperi e nuove emozioni dal Tacco d’Italia è una raccolta di notizie e “appunti presi al volo”, grazie al lavoro di ricerca storica ed antropologica, condotto dai volontari dell’Associazione Gaia, diretta da Corrado Russo. Fondamentali, a tal proposito, si sono rivelate le testimonianze orali avute da contadini e da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Corsano.jpg" width="80" height="118" alt="" title="Corsano" /><br/><p>Il libro <em>Le Vie del Sale. Antichi saperi e nuove emozioni dal Tacco d’Italia</em> è una raccolta di notizie e “<em>appunti presi al volo</em>”, grazie al lavoro di ricerca storica ed antropologica, condotto dai volontari dell’Associazione Gaia, diretta da Corrado Russo.</p>
<p>Fondamentali, a tal proposito, si sono rivelate le testimonianze orali avute da contadini e da alcuni storici locali, le cui informazioni hanno consentito di ricostruire le più remote fasi del popolamento umano di Corsano, che affondano le radici agli arbori dell’età romana.</p>
<p><span id="more-6366"></span></p>
<p>Il suo territorio infatti inizia a popolarsi circa 2200 anni fa, con l’impianto di una fattoria la cui attività produttiva si è protratta per circa 7/8 secoli.</p>
<p>La scoperta archeologica insiste in località <em>Pescu</em>, poco distante dalla zona industriale di Corsano e dal locale depuratore, che lambisce l’area di frammenti fittili.</p>
<div id="attachment_6368" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6368" title="pescu foto" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/pescu-foto.jpg" alt="" width="500" height="339" /><p class="wp-caption-text">Muro con frammenti di ceramica antica nelle pietre a secco (foto Archivio Archès)</p></div>
<p style="text-align: center;">I contadini del luogo raccontano del rinvenimento, nel corso di lavori agricoli, di monete, vasellame, tombe scavate nel banco di roccia e fosse per la conservazione di derrate alimentari.</p>
<p>Le ricerche hanno permesso di individuare numerosi frammenti di ceramica, regolarmente consegnati alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia. Non sono stati trovati, invece, i <em>silos</em> e le tombe, molto probabilmente ricoperti dalla terra rossa di riporto.</p>
<p>La datazione dei reperti è compresa tra l’età repubblicana (II secolo a.C.) e quella tardo antica (VI secolo d.C.). La fase storica più rappresentata è quella imperiale (II-III secolo d.C.), alla quale sono da riferire i frammenti di ceramica sigillata africana.</p>
<p>L’insieme dei dati a disposizione documenta l’esistenza di un piccolo insediamento a carattere agricolo, che commerciava i prodotti nei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo, grazie alla presenza di un’importante arteria stradale &#8211; la via “Sallentina” &#8211; che garantiva gli spostamenti tra le città, gli impianti produttivi e gli approdi. Tracce di questa strada si conservano nei pressi dell’insediamento rupestre di Macurano, la cui tutela è messa in pericolo dal progetto di costruzione della S.S. 275.</p>
<p>La fattoria fu abbandonata circa 1500 anni fa, a seguito delle difficoltà politiche ed economiche dovute al crollo dell’Impero Romano d’Occidente (V sec. d.C.) e agli effetti della guerra greco &#8211; gotica. In questi secoli le sue strutture architettoniche sono state smantellate, i blocchi riutilizzati altrove, le fondamenta sepolte sotto la terra di riporto, le suppellettili depredate o sminuzzate dall’azione meccanica dei lavori agricoli.</p>
<p>Attualmente rimangono poche vestigia dell’impianto produttivo romano, individuate &#8211; come detto &#8211; a poche decine di metri dal depuratore. Se l’opera pubblica fosse stata realizzata nel fondo attiguo, dove sono stati individuati i reperti archeologici in superficie, non sarebbe stato possibile ricostruire le prime fasi della presenza umana nel territorio di Corsano.</p>
<p>Allo stato attuale non si conosce ancora l’esatta ubicazione delle tombe e dei <em>silos</em> segnalati dalle fonti orali, le stesse che hanno permesso di individuare l’area di dispersione di ceramica.</p>
<p>Si attende quindi un tempestivo intervento da parte degli organi competenti, prima che tutto venga obliterato da un impianto fotovoltaico, da un’abitazione “agricola” o da un insediamento produttivo moderno, ipotesi plausibile dal momento che la zona industriale e il depuratore di Corsano distano rispettivamente 300 e 200 metri dal <em>Pescu</em>, luogo in cui circa duemila anni fa i contadini producevano l’oro del Salento, esportato ed apprezzato in tutto il mondo allora conosciuto.</p>
<p><strong>Associazione Archès</strong></p>
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		<title>Il museo dell&#8217;olio</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 09:23:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giuggianello.png" width="80" height="111" alt="" title="Giuggianello" /><br/><p>Non esiste posto migliore nel Salento dove poter allestire un <strong>museo dell’olio</strong> di un <strong>frantoio ipogeo</strong>. Su tutto il territorio se ne contano a centinaia anche se sono pochi quelli ancora agibili o in una stato di conservazione tale da essere resi fruibili al pubblico. Il trappeto di Giuggianello è stato da poco recuperato dai volontari dell’associazione <strong>CCSR</strong> (Centro di Cultura Sociale e di Ricerche Archeologiche, Storiche e Ambientali di Giuggianello) che vi hanno allestito al suo interno un piccolo ma significativo museo dell’olio, salvandolo da una destinazione ben meno consona: un pub.</p>
<p><span id="more-6280"></span></p>
<div id="attachment_6281" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6281" title="frantoio ipogeo giuggianello" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/frantoio-ipogeo-giuggianello.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Il museo dell&#39;olio nel frantoio ipogeo - Giuggianello</p></div>
<p>Non vedrete i soliti pannelli in cui si illustra l’iter della produzione olearea, ma estratti di vita di uomini costretti a vivere sotto terra per diversi mesi all’anno senza poter uscire se non per le feste religiose di precetto del mese di dicembre. La vita sotto terra non era semplice. Un clima decisamente umido ma con una temperatura ideale per la conservazione dell’olio. Un’imposizione dovuta a ragioni pratiche quindi ma anche economiche: scavare costava molto meno che costruire e l’attività dello “<em>zuccature</em>” era decisamente a buon mercato.</p>
<p>In un frantoio lavoravano in medie 4/5 persone per macina più il “<em>nachiro</em>”. Questi era il capo, colui che “<em>non lavorava</em>” come  si suol dire, ma che doveva regolamentare l’operato all’interno del frantoio nel periodo di attività (di solito da Novembre ad Aprile). Aveva il suo ufficio dove ritirarsi per un pò di intimità. Sulle pareti conteggiava le giornate di lavoro. Gli altri dipendenti invece, a turno, si dividevano un giaciglio per riposare alcune ore, proprio come gli animali per la macina che riposavano a turno in una stalla improvvisata.</p>
<p><strong>L’attività in un frantoio non si interrompeva mai, né di giorno, né di notte</strong>. Il museo è stato quindi ri-arredato per rievocare l’ambiente originario: il pagliericcio ed una coperta sul giaciglio della “iurma” (i dipendenti del nachiro), l’angolo cucina, la mangiatoia per gli animali li dove c’è il cartonato di un mulo oltre che un torchio e tutti gli strumenti indispensabili per condurre al meglio l’attività.</p>
<p>Le olive venivano condotte dai contadini al frantoio, per poi riversarle al suo interno da una piccola apertura nella volta, indispensabile per il ricambio d’aria. Venivano poi riposte nelle sciave, delle stanzini-cavità per podere o contadino in attesa di essere sottoposte ad una prima lavorazione per mezzo di una macina. La pasta così ottenuta veniva disposta all’interno dei <em>fisculi </em>per poi essere pressata da una torchio. L’olio spremuto si riversava in una vasca connessa ad altre al fine di realizzare un sistema di vasi comunicanti dai quali si effettuava una prima divisione dell’olio dall’acqua vegetativa di scarto.</p>
<p>La maggior parte dell’olio prodotto in Puglia era lampante. Le olive rimanevano al suolo per troppo tempo prima di essere raccolte e portate a macinare. L’umidità assorbita rendeva il frutto estremamente acido, così come l’olio che se ne otteneva dopo la spremitura. L’olio così ottenuto giungeva in tutta Europa sfruttando le vie di comunicazione marittime. Decine di navi partivano ogni giorno dal <strong>porto di Gallipoli, sede della borsa dell’olio</strong>, dove vennero costituite le ambasciate dei principali paesi europei coinvolti nel commercio.</p>
<p>L’olio, l’autentico oro giallo, è stato uno dei capisaldi dell’economia del regno delle due Sicilie. Interminabili distese di ulivi, il dono di Atena all’uomo, per i quali sono stati scavati decine e decine di antri dove poter lavorarne i frutti. Delle città sotterranea spesso nascoste, quasi sconosciute, nelle quali si conduceva una vita parallela e ben diversa da quella in superficie. Non esisteva la concezione del tempo, delle stagioni.</p>
<p>Con il tempo il Salento ha conosciuto anche un diverso uso dell’olio, quello alimentare, e contemporaneamente l’attenzione del nascente stato italiano si spostava verso prodotti più redditizi, al nord, laddove le vie commerciali permettevano scambi più vantaggiosi e ad ampio raggio. L’imposizione di forti dazi doganali per i prodotti di importazione da parte di molti dei paesi Europei a cavallo tra il XIX e XX secolo decretò una forte crisi nelle esportazioni e il mercato salentino, già fortemente discriminato dall’unità, rimase totalmente isolato.</p>
<p>Nonostante la meccanizzazione di tutti i processi agricoli ci sono tuttavia posti, come il museo dell&#8217;olio di Giuggianello, dove la tradizione non ha incontrato compromessi e, anche se non più utilizzato, possiamo ancora godere a pieno della bellezza delle arti dei nostri avi. Per sapere chi siamo, da dove veniamo.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>14 Luglio 1979: Paolo Pinto attraversa a nuoto il canale d&#8217;Otranto</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 14:33:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Castro.png" width="80" height="102" alt="" title="Castro" /><br/>La storia dell&#8217;uomo è fatta di tanti piccoli episodi, diversi tasselli di un puzzle che ritrae un&#8217;immagine in cui ogni individuo riesce a riconoscersi come protagonista. La vita di un grande imperatore, di un brillante scienziato, di un umile contadino, si raccoglie nella medesima immagine. Un interminabile catena di cause-effetto. Uno spontaneo susseguirsi di azioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Castro.png" width="80" height="102" alt="" title="Castro" /><br/><p>La storia dell&#8217;uomo è fatta di tanti piccoli episodi, diversi tasselli di un puzzle che ritrae un&#8217;immagine in cui ogni individuo riesce a riconoscersi come protagonista.</p>
<p>La vita di un grande imperatore, di un brillante scienziato, di un umile contadino, si raccoglie nella medesima immagine. Un interminabile catena di cause-effetto. Uno spontaneo susseguirsi di azioni e reazioni. La naturale predisposizione verso il caos nel quale siamo totalmente e inconsapevolmente immersi. Cosa sarebbe il mondo senza quell&#8217;insieme di tante piccole decisioni che indussero spesso grandi cambiamenti, grandi innovazioni. Tra tutti quei tasselli ce n&#8217;è anche uno di colore blu che porta la firma di <strong>Paolo Pinto</strong>. Blu come il mare, il mezzo che gli ha consentito di realizzare un obiettivo, un sogno: <strong>attraversare a nuoto il Canale d&#8217;Otranto.</strong></p>
<p><span id="more-6331"></span></p>
<p>Nessun uomo che aprì gli occhi la mattina del 12 Luglio 1979 poteva sapere che un grande avvenimento stava per accadere. Nessun uomo poteva immaginare di cosa avrebbero parlato i giornali da lì a breve. Nessuno. Ma alcuni uomini erano in attesa lì, sulle coste salentine, per attendere un segnale, un &#8220;via&#8221; da Eolo e Poseidone, dal vento e dal mare, affinchè una grande impresa potesse vedere il suo compimento: attraversare quel tratto di mare spesso protagonista dei &#8220;viaggi della speranza&#8221; che per una volta si sarebbe invece prestato per raggiungere un sogno.</p>
<p>Quella mattina di Luglio le condizioni non sembravano ancora idonee a compiere l&#8217;impresa. Il vento era forte ma qualcosa annunciava che presto la situazione sarebbe cambiata e che Paolo avrebbe potuto intraprendere la sua sfida contro il mare. Così fu. Il vento cessò e all&#8217;imbrunire l&#8217;impresa cominciò a concretizzarsi. <strong>Paolo iniziò la sua grande nuotata.</strong></p>
<p>Coadiuvato da <strong>Ninì Ciccarese</strong>, direttore tecnico della traversata nonchè fedelissimo amico di vita, Paolo Pinto ultimò tutti i preparativi necessari alla partenza, la &#8220;vestizione&#8221; con una grasso speciale costituito da una miscela di lanolina e paraffina, cuffia, occhialini. Un consulto dei medici e un ok per decretare il via all&#8217;impresa. I giornalisti che gremirono le coste di Castro erano pronti ad immortalare l&#8217;inizio di quella che sarebbe potuta diventare una grande impresa o un buco nell&#8217;acqua. &#8220;<em>Quello è un pazzo!</em>&#8220;, gridavano i più increduli. Ma da Erasmo da Rotterdam a Steve Jobs l&#8217;uomo ha compreso che <strong>la vita senza follia non sarebbe poi così piacevole</strong>. Se qualcosa è impossibile per i razionali allora i folli lo rendono concretizzabile. Aggiungono un pezzo al puzzle della storia.</p>
<p>Paolo si tuffa dalle rocce della grotta Zinzulusa, raggiunge a nuoto l’imbocco dell’insenatura e si congiunge alla squadra che lo accompagnerà sulla costa greca dell&#8217;isola di Fanos, a più di 90 km di distanza. Prende posto all&#8217;interno della gabbia metallica che sarebbe stata la sua casa nonché una protezione dagli squali per quasi due giorni. Progettata dall&#8217;amico Ninì, la gabbia era stata realizzata in profilato di ferro, una rete elettro saldata con 8 galleggianti. Lunga 6 metri, larga 5 e profonda 3. La prima gabbia di nuoto di Gran Fondo mai realizzata in Europa. “<em>Paolo Pinto e Nini Ciccarese, il Braccio e la Mente, sfidano il canale d’Otranto</em>” recitavano alcuni giornali.</p>
<div id="attachment_6359" class="wp-caption aligncenter" style="width: 370px"><img class="size-full wp-image-6359" title="Paolo Pinto" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Paolo-Pinto.jpg" alt="" width="360" height="247" /><p class="wp-caption-text">Paolo Pinto e il resto del team si preparano all&#39;impresa (Foto e copyright di Nini Ciccarese) *</p></div>
<p><strong>Dopo 40 ore, 42 minuti e 30 secondi di nuoto Paolo approdò sull&#8217;isola di Fanos</strong>. In quello stesso momento il suo nome entrò nella leggenda dei nuotatori di Gran Fondo. <strong>Il primo uomo che aveva osato attraversare il canale d&#8217;Otranto, il primo italiano che avrebbe poi attraversato, appena un mese dopo, il canale della Manica</strong> con le regole della &#8220;Channel Swimming Association&#8221;. Un pugliese che ha reso lustro alla sua terra ma che pochi, purtroppo, conoscono. Non cercava sponsor e pubblicità ma pura soddisfazione e compiacenza nelle sue azioni.</p>
<p>Venne adagiato sulla spiaggia calda, avvolto in un lenzuolo bianco e poi in una coperta. Stremato dalla fatica. Dall&#8217;altra parte del canale Castro si preparava a riaccogliere Paolo con solenni festeggiamenti come fosse un eroe. Era riuscito li dove molti non avevano neanche osato avvicinarsi. <strong>Aveva battuto il canale d&#8217;Otranto</strong>.</p>
<p>Nell&#8217; ottobre 1979 dello stesso anno Nini Quarta, Presidente della Regione Puglia premia con la <strong>medaglia d&#8217;oro della regione Puglia</strong> Paolo Pinto e Ninì Ciccarese. Un degno riconoscimento per due imprese che hanno scosso le testate giornalistiche di mezza europa, l&#8217;attraversamento del canale d&#8217;Otranto e della Manica, che hanno conferito a questa coppia di amici ben due primati in poco più di un mese.</p>
<p>I tasselli aggiunti da Paolo a questo grande puzzle sono davvero tanti, come tante furono le imprese che portano il suo nome. Neanche la morte può fermare una passione così grande. Paolo da qualche parte, stà ancora nuotando.</p>
<p><strong>Ringrazio personalmente Nini Ciccarese per la sua preziosa collaborazione e disponibilità.</strong></p>
<p><strong> Marco Piccinni</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>* La foto è tratta dall&#8217;<strong>album di Nini Ciccarese</strong> dedicato al suo grande amico di avventure e di vita, Paolo Pinto.</p>
<p><strong><a href="http://www.facebook.com/media/set/?set=a.2082057382916.2112417.1589536188">http://www.facebook.com/media/set/?set=a.2082057382916.2112417.1589536188</a></strong></p>
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		<title>Coloni e contadini, il traino dell&#8217;economica rurale</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 13:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Gli occhi si aprono, la mano scorre fino a raggiungere  l’orlo superiore del lunzuolo che, con un gesto rapido e preciso dettato ormai dall’abitudine, solleva fino a scoprire il corpo immediatamente aggredito dalla frescura della notte. Ci si mette in piedi per raggiungere i giacigli dei figli. Con una mano bonaria su una spalla si dà loro una leggera scrollata mentre una voce che, con la stessa imprevedibilità di un messaggio registrato che si ascolta tutti i giorni, bisbiglia: “Alzatevi, è ora”. Ci si sposta senza far rumore, quasi come a voler far finta che la giornata che stà per cominciare sia diversa da quella che l’ha preceduta o da quella che la seguirà; come se i figli potessero ancora dormire invece di spaccarsi la schiena nei campi, ancora; come se la propria moglie, incinta, non dovesse dar anche lei una mano nei lavori pesanti. Non c’è tempo per pensare, non si vedono ancora i primi raggi di sole ma è già, sempre, tardi. Ci si infila il vestito logoro, sempre sporco di terra che verrà lavato una volta al mese, forse. In una tasca un tozzo di pane. Si caricano gli arnesi da lavoro su un carretto o in spalla per poi attendere che tutta la famiglia sia pronta. Si esce insieme di casa, i primi raggi di sole fanno timidamente capolino ad est. Ci si mette in marcia tutti insieme, di nuovo, come il giorno precedente e come quello che seguirà.</p>
<p><span id="more-6226"></span></p>
<p>Era difficile la vita dei <strong>coloni</strong>, manodopera necessaria per coltivare la terra di chi non sapeva come fare o non aveva voglia di farlo con le proprie mani. Un signorotto, un don, o un semplice proprietario terriero. Non si riceveva nessuna paga giornaliera se non metà dei raccolti a patto di contribuire alle spese necessarie per la concimazione e la semente nella stessa percentuale. Un equilibrio piuttosto instabile che spesso degenerava in una gara al più furbo il cui slogan potrebbe essere: “<em>Tu non mi paghi le spese, ed io mi frego il raccolto</em>”. Spesso erano i coloni a spuntarla se si dimostravano abbastanza arguti da nascondere bene la refurtiva agli occhi dei vigili signori.</p>
<p>Ognuna delle due parti utilizzava la propria metà di “guadagno” in maniera diversa: i coloni avrebbero quasi interamente venduto il loro compenso al fine di acquistare alimenti più economici: il grano costava più dell’orzo ma da entrambi si può ricavare il pane.  I soldi guadagnati sarebbero serviti per mantenere la famiglia nei periodi che intercorrevano tra un raccolto e l’altro anche se, non di rado, il capo famiglia si sacrificava in un secondo lavoro che avrebbe esplicato durante le ore notturne. La metà del raccolto del signore invece sarebbe stata in parte destinata ad amici e parenti, dei piccoli doni che gli stessi coloni avrebbero consegnato per conto del padrone come dei lacchè.</p>
<p>Nei periodi estivi quando fichi,  tabacco e grano richiedevano uno sforzo in più, i coloni potevano essere “<em>stipati</em>” presso la casa del signorotto, in una delle stanze designate per la servitù oppure in ricoveri di fortuna, le cosiddette <strong>case coloniali</strong>, prive di ogni comfort (tetto incluso in alcuni casi) se non un po’ di paglia e delle tavole per rimediare dei giacigli di fortuna. Questi <em>ambienti</em>, se permettete l’eufemismo, potevano essere condivisi da più famiglie con le quali, volenti o nolenti, si doveva andar d’accordo per evitare severi provvedimenti da parte del padrone.</p>
<p>Durante la giornata i coloni si dividevano i compiti, attenendosi alle disposizione del don o seguendo le direttive del guru del gruppo. Mentre ognuno si occupava delle proprie mansioni portava a compimento anche una segreta missione di spionaggio: controllare che i coloni di altre famiglie non si appropriassero illecitamente di una parte del raccolto, riducendo così la porzione da dividere a fine stagione. Tutti i membri della stessa famiglia diventavano complici e alleati di un gioco senza regole il cui premio finale si sarebbe tradotto in pane, farina, fichi.</p>
<p>Erano tantissime le attività alle quali potevano dedicarsi i coloni, non tutte necessariamente connesse al mondo agricolo. Una delle pratiche più irritanti, nel vero senso del termine, consisteva nella <strong>pulizia di frumento, legumi e cereali nell’aia</strong>. Si disponevano su un basolato le spighe di grano o i baccelli secchi per farli calpestare da una animale di grandi dimensioni. I bambini seguivano l’animale come una chioccia per raccogliere quella mistura di frammenti di baccelli, legumi o grano per setacciarli al vento. La parte leggera, lo scarto, veniva soffiata via mentre la parte pesante, il legume o il chicco di grano, ricadeva sul basolato. Era quindi necessaria la presenza del vento per portare a termine tutto il processo correttamente. Al termine dell’operazione sull’aia rimaneva solamente l’utile e sul bambino che ha operato da setaccio umano migliaia di frammenti dello scarto prodotto dall’operazione, misti a terra e polvere che potevano diventare velocemente molto irritanti per la pelle oltre che averne i vestiti intrisi.</p>
<div id="attachment_6247" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6247" title="aia" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_9622.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Aia, un pollaio e una casa coloniale sullo sfondo</p></div>
<p>La sera si mangiava tutti insieme. Le donne intente a preparare la cena in un unico grande calderone alimentato dal fuoco. I bambini vi giocavano intorno con estrema spensieratezza tanto che sembrava quasi avessero dimenticato la giornata di lavoro. Non di rado capitava che la concitazione dei più piccoli facesse volare nel calderone scarpe e altri oggetti. Tolto l’intruso dal pentolone le donne continuavano a cucinare, come se nulla fosse successo, e tutti avrebbero mangiato con gusto anche se la portata della cena era la stessa da settimane. Se avanzava qualcosa lo si poteva disporre nelle cisterne vuote, dove le temperature più fresche avrebbero consentito di  conservare gli alimenti per alcuni giorni. I frigoriferi non servivano. Non ancora.</p>
<p>Quella del colone non era una professione, non era una classe sociale né tantomeno uno stile di vita, spesso <strong>era l’unica opportunità di lavoro per migliaia di giovani e vecchi che sognavano un giorno di poter aver un fazzoletto di terra</strong> dove poterci scrivere figurativamente il nome. Poter ripetere con orgoglio e senza mai stancarsi: “<em>è mio</em>” o, al proprio figlio: “<em>un giorno questo sarà tuo!</em>”. Alcuni ci riuscivano. Con il sudore versato in anni di sacrifici riuscivano a comprare un pezzo di terra. Altri invece non potevano far altro che aspettare quel giorno, che forse non sarebbe mai giunto, in cui avrebbero potuto definirsi <em>proprietari</em>.</p>
<div id="attachment_6248" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6248" title="attrezzi agricoli" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/attrezzi-agricoli.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Attrezzi agricoli - museo civico Giuggianello</p></div>
<p>I coloni esistono fin da quando i nostri nonni ne hanno memoria. Se ritorniamo nella seconda metà dell’800, quando un uomo con barba e capelli grigi che nei due mondi chiamavano “l’eroe” e che si sentiva dire in giro che voleva unificare l’Italia, aveva promesso la terra ai contadini se questi avessero appoggiato un nuovo sovrano; un certo Vittorio. Molti non lo conoscevano, non sapevano neanche da dove venivano quegli uomini con le camice rosse ma avevano promesso loro la terra, e questo era sufficiente per sposare la loro causa. La storia ci insegna però che quella promessa non venne mantenuta, anzi si tradusse in una serie di esecuzioni e arresti che ferirono gravemente la Sicilia, poi descritte da <em>Verga</em> nella novella <strong>Libertà.</strong> Questa si conclude con un dialogo un militare e un carbonaio che vide per l’ennesima volta distrutti i sogni e le speranza di una vita, di tutta una comunità: <em>dove mi conducete? &#8211; In Galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!&#8230;</em></p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>Autodafè, l&#8217;arte dell&#8217;incoerenza. Personale di Alessandro Matteo</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 17:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/>“Le Ali di Pandora” presenta autodafè l&#8217;arte dell&#8217;incoerenza Personale di Alessandro Matteo venerdì 27 gennaio 2012 h.20.00 interviene Lucy Ghionna con la partecipazione video di Bianca Moretti performance Zweisamkeit c/o II Circoscrizione via Adda Lecce Ingresso Libero Si apre a Lecce venerdì 27 gennaio alle ore 20,00, presso la sede della II Circoscrizione: Santa Rosa-Stadio- Salesiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/><p style="text-align: center;"><strong>“Le Ali di Pandora”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>presenta</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>autodafè l&#8217;arte dell&#8217;incoerenza</strong></p>
<p style="text-align: center;">Personale di<br />
Alessandro Matteo</p>
<p style="text-align: center;">venerdì 27 gennaio 2012<br />
h.20.00</p>
<p style="text-align: center;"><em>interviene Lucy Ghionna<br />
con la partecipazione video di Bianca Moretti<br />
performance Zweisamkeit</em></p>
<p style="text-align: center;">c/o II Circoscrizione<br />
via Adda<br />
Lecce<br />
<strong> Ingresso Libero</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><span id="more-6345"></span></strong></p>
<p>Si apre a Lecce venerdì 27 gennaio alle ore 20,00, presso la sede della II Circoscrizione: Santa Rosa-Stadio- Salesiani la Mostra personale “Autodafè. L&#8217;arte dell&#8217;incoerenza” di Alessandro Matteo che resterà aperta fino al 1° febbraio.<br />
Alla presenza delle Autorità, del Presidente della Circoscrizione Fabio Campobasso, interverranno Rosanna Gesualdo e Lucy Ghionna, nel corso della serata la performance musicale dei Zweisamkeit.<br />
La mostra, organizzata dall&#8217;Associazione Le Ali di Pandora, è un altro momento di lettura e comprensione dei linguaggi trasversali dell&#8217;arte: in un momento di coercizione di coscienze l’arte deve raccontare il proprio tempo attraverso le visioni dell’artista affermando la responsabilità di fronte alla storia e agli avvenimenti del nostro tempo dove l’azione si adegua ai tempi. Benjamin sostiene che Espressione e Comunicazione costituiscono il carattere bipolare d’ogni entità linguistica, la comunicazione, dunque, diventa comunicazione incomunicabile, ed è su questo che verte l&#8217;idea dell&#8217;&#8221;Autodafè&#8221; di Alessandro Matteo, classe 1985, che spiega: &#8220;(&#8230;)Il mio rapporto con l’arte si basa sulla commistione tra la lentezza dell’arte “alta” (la sua manualità già ampiamente riscoperta dal mondo e dal mercato dell’arte) e la velocità sempre più nevrotica del mondo della comunicazione e dei nuovi media in cui si muove il magma dell’arte “bassa”; un mondo in cui una immagine può durare pochi centesimi di secondo. Partendo da questo presupposto è per me necessario fare una ricerca dei linguaggi che stanno a metà; l’unire più cose alla ricerca di una via da percorrere; il crossing over come unica via per trovare un linguaggio fresco e comprensibile; con due consapevolezze: che nessuno ha mai creato niente dal nulla e che il buon gusto uccide la creatività.(&#8230;) Questo è un lavoro, che passa di necessità dal mondo degli archetipi e della comunicazione. Alla ricerca non del cut-up o del postmodernismo fine a se stesso ma della creazione di figurine che possano “ricordare” qualcosa a tutti. E per trovare questo (quello che mi unisce agli “altri”) faccio una operazione di ritrattazione ed ammorbidimento del mio modo di vedere e sentire le cose; un gesto di amore che mi faccia perdere qualcosa di me per poter entrare in comunicazione con chiunque ne abbia voglia. Un vero e proprio autodafé.&#8221;.<br />
Una convincente elaborazione artistica, dunque, con un linguaggio contemporaneo dove si racconta la quotidianità incentrata sull&#8217;assurdo, sulla sofferenza, sull&#8217;alienazione, sull&#8217;illusione, sul sogno, sulla funzione distruttiva e come sosteneva Harald Szeemann:” (&#8230;) Agli artisti oggi non si richiede più un’affermazione spasmodica della propria identità, ma si fa appello a ciò che di eterno c’è nell’uomo, sulla base del radicamento locale, l’unico a poter dare peso, a legittimare questo appello. E’ la lotta centenaria tra astrazione e figurazione che sembra passata definitivamente agli atti. La cognizione di tempo e spazio, o di spazio che si fa tempo, o diventa patrimonio comune, tanto che alcuni artisti si sono potuti già liberare di nuovo del potere dell’autonomia, per trovare la strada verso comportamenti, modi di vedere, o desideri comuni all’umanità”.</p>
<p>Scrive di lui Lucy Ghionna: &#8220;Il segno ed il colore sono la chiave del lavoro di Alessandro Matteo. I suoi lavori esprimono degli indovinelli visivi, si trasformano come camaleonti in forme racchiuse nelle macchie di colore. Qualunque cosa ha diversi significati, risveglia l’interesse fornendo l’occasione per un indovinello mentale, come nel ricostruire la storia raccontata dall’opera stessa. Il segno è consapevole, accertato, esso si avvicina a una forma figurativa con il limite della stilizzazione. Un concetto di “ricerca”di forme già esistenti nel subconscio che si rafforza ancora di più dall’aggiunta dei colori.Un’Arte che rivela al fruitore forza di pensiero e sviluppo di idee, non la piattezza della consuetudine ma l’ardire della ricerca. La segnica e i cromatismi di Alessandro Matteo riflettono un talento compositivo intriso di indiscussa creatività&#8221;.</p>
<p>Alessandro Matteo, nato nel 1985, vive e lavora a Lecce; operatore artistico incapace di applicare la sua proposta ad un singolo campo aggiunge alle “doti artistiche” una discreta capacità tecnica in molte aree anche distanti dal mondo accademico classico che lo portano ad occuparsi di montaggio e produzione audio/video, di sonorizzazioni ambientali e di grafica e scrittura pubblicitaria; ciononostante non disdegna di occuparsi di forme artistiche più classiche come pittura, video/audio installazioni o performance che lo portano anche e continuativamente a confrontarsi con altri singoli artisti o con collettivi artistici (fa parte di “Zweisamkeit” e “Selvaggi del Borneo””); lontanissimo da un approccio purista alla Cosa Artistica ritiene che l’”Arte” possa annidarsi ovunque e che ovunque vada fatta “Arte”.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6349" title="Autodafè web" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Autodafè-web.jpg" alt="" width="600" height="849" /></p>
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		<title>Il Salento che cresce</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salogentis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Il Salento ha chiuso il 2011 in qualità di meta turistica tra le più gettonate. In controtendenza al resto d’Italia i numeri del turismo salentino registrano un incremento del 10% rispetto al 2010. Alle località di mare come Santa Maria di Leuca, Gallipoli, Lido Marini si sono affiancate località artistiche di estremo valore come Lecce, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Il <strong>Salento</strong> ha chiuso il 2011 in qualità di meta turistica tra le più gettonate.</p>
<p>In controtendenza al resto d’Italia i numeri del <strong>turismo salentino</strong> registrano un incremento del 10% rispetto al 2010.</p>
<p><span id="more-6341"></span></p>
<p>Alle località di mare come <strong>Santa Maria di Leuca</strong>, <strong>Gallipoli</strong>, <strong>Lido Marini</strong> si sono affiancate località artistiche di estremo valore come <strong>Lecce</strong>, <strong>Otranto</strong>, <strong>Ostuni</strong>.<br />
La varietà del target sceglie il <strong>Salento</strong> anche per le straordinarie tradizioni locali, dalla <strong>Notte della Taranta </strong>ai<strong> riti pasquali.</strong></p>
<p>Adatto a tutti, coppie, single, famiglie con bambini ed animali, è un luogo ottimale dove trascorrere vacanze in totale relax ed avendo anche ampia scelta tra mare, montagna, cultura, arte e spettacolo.</p>
<div id="attachment_3790" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-3790" title="otranto-castello" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/otranto-castello.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Il Castello di Otranto</p></div>
<p>Stando a quanto emerge dal <strong>Progetto Monitor del 2010</strong>, trend previsionale del movimento turistico nel Salento, i flussi turistici subiscono un incremento anche per la buona presenza di stranieri, agli abituali turisti tedeschi si aggiungono svizzeri, francesi, inglesi, americani.<br />
Un incremento in prossimità anche delle festività natalizie, <strong>Capodanno</strong> e <strong>“ponte” dell’Epifania</strong>.</p>
<p>Un particolare aumento, soprattutto a <strong>Capodanno</strong>, si concentra ad <strong>Otranto</strong> con l’evento culturale “<strong>L’Alba dei Popoli</strong>”.</p>
<p>Nell’analisi le zone più vivaci sono quelle di <strong>Lecce</strong> e <strong>Otranto</strong>, a conferma di un rafforzamento dell’immagine del capoluogo, città d’arte e tradizione, e della città più orientale d’Italia, ricca di eventi e manifestazioni che celebrano l’inizio del nuovo anno.<br />
Un gran numero di siti è dedicato al <a href="http://www.salento.info/">Salento</a> e alle sue località più gettonate, <strong>Lecce</strong> , <strong>Otranto</strong> e <strong>Gallipoli.</strong></p>
<p>Vi è anche molto spazio on web dedicato agli itinerari da visitare.</p>
<div id="attachment_5071" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-5071" title="gallipoli" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/gallipoli.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Spiaggia di Gallipoli</p></div>
<p>A favorire la crescita del Salento dal punto di vista turistico è la capacità di offrire <strong>servizi ricettivi di</strong> <strong>ottima qualità</strong> e specifici in funzione di un differente target, sono difatti molteplici le possibilità di soggiorno, dalle camere con ogni comodità agli <a href="http://www.nelsalento.com/strutture/t/appartamenti-e-residence.aspx">appartamenti salento</a> .</p>
<p>Le festività religiose sono le occasioni migliori per immergersi nell’unicità della cultura locale.<br />
Città più in auge come Lecce, Otranto, Ostuni o Gallipoli, ma anche le realtà locali più piccole  lasciano emergere gli aspetti più intimi e veri della tradizione.<br />
Davanti al successo riscosso tra i tanti turisti inglesi che scelgono la Puglia come meta per le proprie vacanze, la regione ha deciso di partecipare all&#8217;ultimo <strong>World Travel Market (WTM) </strong>tenutosi il 10 novembre.</p>
<p>L&#8217;evento rappresenta uno degli appuntamenti più importanti per il settore turistico ed una vetrina di grande rilievo per il Salento.</p>
<p>Per l&#8217;occasione è stata allestita una presentazione del territorio, dei servizi offerti e del suo straordinario patrimonio storico e naturalistico.</p>
<div id="attachment_3475" class="wp-caption aligncenter" style="width: 544px"><img class="size-full wp-image-3475 " title="Palazzo dei Celestini a Lecce" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/img_0207.jpg" alt="" width="534" height="300" /><p class="wp-caption-text">Palazzo dei Celestini a Lecce</p></div>
<p>Una crescita su più piani investe ed allieta il territorio salentino. Si sono registrati segnali di ripresa anche nell’economia salentina, con un incremento del 31% nel settore delle esportazioni registrato alla fine del primo semestre 2011. Un risultato ottenuto soprattutto grazie alle politiche di internazionalizzazione applicate alle aziende salentine.</p>
<p>Ancora un esempio di Salento che cresce, <strong>Il Salice Jazz Festival</strong>, un mix inebriante di musica, vino e peculiarità territoriali. Un Festival che si pone come volano di promozione di prodotti della terra salentina e di <strong>Salice Salentino</strong> in particolare.<br />
La <strong>DOP Salice</strong><strong> Salentino</strong> è una delle più importanti denominazioni di Puglia e d’Italia.</p>
<p><strong>Barbara Vaglio</strong></p>
<p><em> Dettagli link:</em></p>
<p><a href="http://www.salento.info/" target="_blank">Salento.info</a></p>
<p><a href="http://www.nelsalento.com/strutture/t/appartamenti-e-residence.aspx" target="_blank">Nel Salento.com</a></p>
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		<title>Museo della civiltà contadina a Giuggianello</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 06:43:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giuggianello.png" width="80" height="111" alt="" title="Giuggianello" /><br/>Il museo civico di Giuggianello, dedicato alla civiltà e alla cultura contadina, è un valido esempio di rivalutazione delle tradizioni agricole salentine nonché di museo della comunità. Buona parte degli oggetti che trovano spazio in superbi allestimenti nelle stanze dell’atrio di un antico palazzo sono stati donati da coloro che li hanno utilizzati in gioventù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giuggianello.png" width="80" height="111" alt="" title="Giuggianello" /><br/><p>Il museo civico di Giuggianello, dedicato alla <strong>civiltà e alla cultura contadina</strong>, è un valido esempio di rivalutazione delle tradizioni agricole salentine nonché di museo della comunità. Buona parte degli oggetti che trovano spazio in superbi allestimenti nelle stanze dell’atrio di un antico palazzo sono stati donati da coloro che li hanno utilizzati in gioventù, per non recidere il filo che lega a noi le tecniche di coltivazione di un passato non ancora così lontano.</p>
<p><span id="more-6250"></span></p>
<p>Ciceroni di questo entusiasmante viaggio nel tempo sono i volontari dell’associazione <strong>CCSR</strong> (<em>Centro di Cultura Sociale e di Ricerche Archeologiche, Storiche e Ambientali</em>) che vi accompagneranno per mano e con passione per conoscere gli aspetti della quotidianità ludica, lavorativa, sentimentale dei salentini. Un viaggio nella collettività, ma anche nella individualità di ogni uomo e donna che ha fatto della terra la propria ragion d’essere. Il percorso nelle sale del museo civico è dunque anche un percorso di vita. Si comincia dalle prime teche, dove sono esposti alcuni oggetti legati alla prima istruzione e al divertimento dei più piccoli: i quaderni, libri e alcuni giochi come <strong>lu fitu</strong>, <strong>i patruddri</strong>, il <strong>gioco delle noci</strong>.</p>
<p>Dall’infanzia si passa all’adolescenza, il servizio militare e i primi amori, il matrimonio che si porta dietro usi e costumi di un terra intrisa di tradizioni elleniche: ed ecco in un baule il corredo, l’abito della sposa, gli utensili da cucina, la camera da letto con “<em>lu rufiano</em>”, un lenzuolo di bell’aspetto e rifiniture pregiate posto al di sopra delle coperte al fine di nasconderne l’aspetto povero. Un magnifico telaio per la tessitura tradizionale con l’abbozzo di un tessuto parzialmente lavorato e  “<em>lu cummò</em>”, il mobile buono all’interno del quale stipare buona parte delle dote di nozze oltre che le fasciature per i bambini che verranno dal matrimonio.</p>
<div id="attachment_6251" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6251" title="ferri da stiro" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/ferri-da-stiro.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Antichi ferri da stiro - museo civico Giuggianello</p></div>
<p>Un vestito da lutto conclude infine l’esperienza terrena. Di solito era il marito il primo ad andarsene. La vita media della donna è superiore di 5/6 anni quella dell’uomo. Al triste evento erano associate le “<em>presunie</em>”: parenti, amici e vicini preparavano cibi caldi per la famiglia colpita dal lutto che non poteva cucina per 5 giorni dal giorno della perdita del congiunto. Non ci si curava dell’aspetto e per diversi giorni non si usciva di casa se non per recarsi al cimitero.</p>
<p>Dettagli legati all’istruzione dei giovani, al decoro della casa, al rispetto per la terra, il tutto sempre e costantemente accompagnato dal mondo agricolo. Numerosissimi gli strumenti sapientemente organizzati in diversi ambienti espositivi per risaltarne la maestosità e l’eleganza della forma.  Alcune foto d’epoca contestualizzano l’utilizzo dei vari strumenti mentre i volontari del CCSR raccontano aneddoti e storie legate ad ognuno di essi.</p>
<div id="attachment_6248" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6248" title="attrezzi agricoli" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/attrezzi-agricoli.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Attrezzi agricoli - museo civico Giuggianello</p></div>
<p>Tra le tante curiosità alcuni massi con dei motivi incisi, utilizzati come delimitatori per le aie. Le forme impresse non hanno una spiegazione razionale in quanto frutto della fantasia contadina. Si riteneva che portassero fortuna al contadino se nessuno fosse stato in grado di decodificare il messaggio in essi contenuto.</p>
<p>Un esplosione di ricordi indotti anche in coloro che non hanno vissuto in prima persona questo periodo storico. Un’atavica consapevolezza verso il mondo rurale che scaturisce pian piano come un eredità assopita di cui non si credeva di possederne una reale consapevolezza.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>In Puglia il vino e l&#8217;olio sono anti-cancro</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 07:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salogentis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Una mela al giorno toglie il medico di torno? In Puglia da oggi si potrà dire che un bicchiere di Negramaro e un bruschetta con dell&#8217;olio di oliva extravergine toglie il cancro di torno! E pensare che i nostri nonni ce lo dicevano sempre: &#8220;Ci boi cu campi vecchiu tocca &#8216;te bivi &#8216;nu bicchieri de [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Una mela al giorno toglie il medico di torno? In Puglia da oggi si potrà dire che un bicchiere di Negramaro e un bruschetta con dell&#8217;olio di oliva extravergine toglie il cancro di torno! E pensare che i nostri nonni ce lo dicevano sempre: &#8220;<em>Ci boi cu campi vecchiu tocca &#8216;te bivi &#8216;nu bicchieri de mieru u giurnu!</em>&#8221; (Se vuoi campare vecchio devi bere un bicchiere di vino al giorno).</p>
<p>Ora potremmo dire che i nostri nonni avevano visto lungo. D&#8217;altronde come giustificare una tempra d&#8217;acciaio nonostante l&#8217;età e il fisico consumato nei campi in una vita di lavoro, se non con una semplice, e decisamente sana, alimentazione?<br />
<span id="more-6273"></span> Oltre al vino, anche l&#8217;olio sembra avere proprietà benefiche. Quell&#8217;olio che fino a poco più di un secolo fa la Puglia vendeva come lampante, in quanto non commestibile per l&#8217;elevata acidità. L&#8217;olio veniva esportato in tutto il mondo e il prezzo battuto alla borsa dell&#8217;olio nel porto di Gallipoli. Ha bruciato nei lampioni delle strade di molte capitali Europee e i Principi Gallone di Tricase ne sono stati i principali esportatori. L&#8217;oro giallo con il quale è stato possibile realizzare chiese e monumenti e porre le basi per una solida economia.</p>
<p>Solo dopo si è scoperto il suo importante valore nutrizionale. Da lampante divenne extravergine. Il mercato cambia ma non la sua rendita.</p>
<div id="attachment_4169" class="wp-caption aligncenter" style="width: 522px"><img class="size-full wp-image-4169 " title="olivo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/olivo.jpg" alt="" width="512" height="342" /><p class="wp-caption-text">Albero di ulivo piccolo</p></div>
<p>Estratto dal quotidiano milanese <strong>Metro</strong>, distribuzione gratuita, del 15 Dicembre 2011:</p>
<blockquote><p>SALUTE: Quello che un tempo si definiva il &#8220;brutto male&#8221; si può combattere anche a tavola, conoscendo le proprietà benefiche di tanti altri alimenti alleati della salute. E&#8217; possibile infatti integrare le terapie mediche e farmacologiche con uno stile di vita corretto a partire dall’alimentazione. Se ne è parlato all’ultimo congresso mondiale dell&#8217;Artoi, l&#8217;associazione di ricerca delle terapie oncologiche integrate dove si è fatto il punto sull&#8217;approccio personalizzato alla malattia, sottolieneando l&#8217;importanza dell&#8217;aspetto alimentare nella lotta ai tumori. Cosi si è scoperto che un vitigno pugliese autoctono, il Negramaro, produce un vino rosso che rappresenta un vero e proprio concentrato di benessere a 360 e più gradi. Tutto merito di una biomolecola presente solo nell&#8217;uva nera, in grado di rallentare l’avanzamento del tumore, in particolare nel carcinoma al seno e alle ovaie, e di avere un effetto di protezione vascolare. Si tratta del resveratrolo, presente in una quantità sette volte superiore alla media degli altri vini fino a 7 microgrammi per millilitro (gli altri rossi arrivano a 1 microgrammo). Sembra sia pugliese anche l&#8217;olio extravergine di oliva della varietà coratina con la maggior presenza di composti fenolici e tocoferoli,  che in pratica stanno a dimostrare una grande efficacia nel combattere il cancro e molte malattie cronico-degenerative.</p>
<p>Luisa Mosello</p></blockquote>
<p>Da oggi la Puglia potrà arricchire la sua offerta turistica con un pacchetto di vacanze rilassanti, salutari e anti-cancro!</p>
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