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	<description>Live from Salento</description>
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		<title>Tra frantoi, cripte e domus romane: i tesori di San Dana.</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 21:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cripte e Ambienti Rupestri]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Gagliano del Capo.jpg" width="80" height="116" alt="" title="Gagliano del Capo" /><br/>“Tu non conosci il Sud” recita uno dei più famosi versi del grande Vittorio Bodini, poeta leccese che ebbe con il Salento un rapporto antitetico nel corso della sua vita. Dapprima una relazione equiparabile a due stessi poli di una calamita che si respingono fino al punto di non avvertirne più l’influenza reciproca. Quella distanza necessaria ad accendere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Gagliano del Capo.jpg" width="80" height="116" alt="" title="Gagliano del Capo" /><br/><p>“<strong>Tu non conosci il Sud</strong>” recita uno dei più famosi versi del grande Vittorio Bodini, poeta leccese che ebbe con il Salento un rapporto antitetico nel corso della sua vita. Dapprima una relazione equiparabile a due stessi poli di una calamita che si respingono fino al punto di non avvertirne più l’influenza reciproca. Quella distanza necessaria ad accendere la fiamma della nostalgia che condusse il poeta a rivalutare la terra che aveva quasi disprezzato fino a divenirne la dimora anche nella morte.</p>
<p><span id="more-6867"></span>Quelle parole, per quanto scontate possano apparire, rivelano un’eccezionale verità: “Tu”, soggetto indefinito che ti senti preso in causa perché hai casualmente messo gli occhi su una poesia di uno dei tanti poeti italiani, e che per qualche motivo ti aggiri tra le strade del Salento, puoi asserire senza dubbio alcuno di conoscere il TUO sud? Di poter percorrere ad occhi chiusi ogni centimetro delle contrade che chiami casa, dove sei nato e dove, probabilmente, morirai?</p>
<p>San Dana, una minuscola frazione di Gagliano del Capo che raggiunge appena le duecento anime, potrebbe essere utilizzata come metro per saggiare la veridicità del verso bodiniano. Tra le sue stradine rurali è possibili ammirare, anche se minacciati dalla costruzione di un imponente viadotto tale da far impallidire al confronto anche una caotica metropoli del settentrione, degli autentici gioielli di architettura contadina, testimonianze della laboriosità dell’uomo meridionale.</p>
<p>Un enorme frantoio ipogeo, un residuo dell’intensa attività di produzione olearia del Salento che ha visto sorgere in ogni anfratto utile, in caverne e grotte naturali o scavate all’occorrenza dai maestri “<em>zzoccaturi</em>”, un attività talmente redditizia che ha contribuito per secoli a consolidare le fondamenta di una già solida economia, che ha visto sorgere a Gallipoli la<strong> borsa dell’olio</strong> e messo in contatto il Salento tutto con l’Europa dei potenti. Questa supremazia nel commercio dell’<strong>oro giallo</strong> è andata via via scemando con l’annessione del sud al neonato stato Italiano, quando molte delle attività commerciali e industriali vennero “reimpiantate” nei più “redditizi” circuiti del nord.</p>
<div id="attachment_6868" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6868" title="Interno frantoio ipogeo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_0259.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Interno frantoio ipogeo</p></div>
<p>All’interno di questo anziano patriarca, oggi totalmente abbandonato tra la vegetazione spontanea della macchia mediterranea, si possono ancora notare resti di macine, nicchie ricavate nelle pareti, pozzetti di decantazione dell’olio e vasche per la raccolta della sentina.</p>
<p>Poco distante una seconda struttura rurale apre la strada ad un antichissimo sentiero che si addentra in un uliveto e che lascia alla sua sinistra una bellissima aia recintata da mattoni calcarei, intorno alla quale è possibile notare ancora alcune incisioni per la canalizzazione dell’acqua. Più avanti, invece, seguendo l’atavico sentiero, si incontra una seconda cavità, adibita a disordinato deposito di attrezzi agricoli, di origine molto antica probabilmente ma, anche questa, utilizzata come frantoio ipogeo con tanto di fori per il travaso delle olive dall’alto.</p>
<div id="attachment_6869" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6869" title="antica aia" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_0264.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Antica aia</p></div>
<p>Piccoli esempi dell’industriosità Salentina che sopravvivono ancora oggi a pochi passi dalla <a title="La cripta di Santa Apollonia su Salogentis" href="http://www.salogentis.it/2010/04/15/la-cripta-di-santapollonia-in-san-dana/" target="_blank">cripta di Sant’Apollonia</a>, antico luogo di culto dall’origine ancora non definita e alla quale potrebbero essere collegati. I monaci basiliani, infatti, distribuivano la loro giornata in diversi ambienti adibiti al lavoro, alla preghiera e al riposo. Se fosse questo il caso i frantoi potevano sopperire alla compoenente lavorativa della regola basiliana, mentre la cripta a quella cultuale.</p>
<div id="attachment_6870" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6870" title="Grotta adibita a frantoio - deposito agricolo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_0272.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Grotta adibita a frantoio - deposito agricolo</p></div>
<p>Non molto distante vi sono inoltre i resti di una domus romana comprensiva di impianto termale scoperta negli anni ’70 del secolo scorso e soggetta ad indagine archeologica nel 2001 da ricercatori dell’ateneo leccese.</p>
<p>Ed ora dunque passeggero rispondi: <em>Tu, conosci il sud?</em></p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>&#8220;Soundscapes&#8221;, la V edizione di &#8220;Musicultura&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 20:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Greco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>“Soundscapes” (Paesaggi sonori): è il titolo della Va edizione di “Musicultura” (autori, opere, strumenti, interpreti dall’età barocca al Nocevento), la prestigiosa rassegna di talenti che emergono nel territorio pugliese e salentino in programma sino al 16 giugno a Brindisi, Leverano, Maglie, Mesagne, Monteroni e voluta dal Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce in collaborazione col Ministero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>“Soundscapes” (Paesaggi sonori): è il titolo della Va edizione di “Musicultura” (autori, opere, strumenti, interpreti dall’età barocca al Nocevento), la prestigiosa rassegna di talenti che emergono nel territorio pugliese e salentino in programma sino al 16 giugno a Brindisi, Leverano, Maglie, Mesagne, Monteroni e voluta dal Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce in collaborazione col Ministero dei Beni e le attività culturali, la Regione Puglia, la Provincia di Lecce, la Città di Brindisi, Città di Monteroni, Paolo Tollari (restauratore Beni Culturali) e la direzione scientifica di Elsa Martinelli (docente al Conservatorio).</p>
<p><span id="more-6860"></span>Dopo l’apertura a Mesagne (Chiesa di “Tutti i Santi”), con un concerto-coferenza, tema: “Atmosfere e sonorità organistiche tra Italia e Paesi Bassi” (all’organo Riccardo Tanesini), la rassegna prosegue a Leverano il 19 maggio (ore 20.00), alla Collegiata “Maria SS. Annunziata” sul tema “I fasti della Scuola Napoletana per tastiera” (all’organo Francesco Di Lernia).</p>
<p>Si prosegue il 25 maggio, alle ore 20.00 in piazza Candido a Monteroni, con la rassegna “Si sta voce te canta d’int’o core” (Luoghi, atmosfere e sonorità partenopee). Soprano Maria Luisa Lattante, tenore Theodoros Moutevelis, orchestra di fiati “Fortunae Flatus” diretta dal maestro Valerio De Giorgi.</p>
<p>Altro appuntamento di spicco il 30 maggio, a Monteroni (ore 19.30), presso la Chiesa “Maria SS. Ausiliatrice”, tema “Il cantar sensibile” (Musica alla corte di Federico II di Prussia nel terzo centenario della nascita), con l’Accademia dei Serenati: Lucia Rizzello (flauto traverso), Luigi Bisanti (flauto a becco e traverso), Giovanni La Marca (clavicembalo barocco) e Corrado de Bernart (clavicembalo). L’8 giugno la rassegna si sposta a Brindisi, ex Convento di Santa Chiara (ore 20.30). Titolo della serata: “Atmosfere e sonorità della Belle Epoque” (Musiche di Francesco Paolo Tosti). Esecutori: Antonio Pellegrino, tenore e Valerio De Giorgi, pianoforte. Altro appuntamento, sempre nella stessa location, il 12 giugno, sempre alle ore 20.30. Titolo: “Luoghi, atmosfere e sonorità elvetiche”, al pianoforte Roberto Corlianò. Ultimo appuntamento il 16 giugno a Maglie, presso la libreria “Libri &amp; Musica” (ore 19.30). Titolo: “Paesaggi poetici” (bellezza e spiritualità tra immagine, poesia e musica). Ingresso libero per tutti gli eventi in calendario.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6862" title="MusiCultura_2012_Manifesto" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/MusiCultura_2012_Manifesto.jpg" alt="" width="600" height="857" /></p>
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		<title>Il cisternale di Vitigliano (Santa Cesarea Terme) tra degrado e abbandono</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 06:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Associazione Archès</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Santa Cesarea.jpg" width="80" height="106" alt="" title="Santa Cesarea Terme" /><br/>Le origini di Vitigliano (frazione di Santa Cesarea Terme) risalgono alla fase ellenistica dell’età messapica (2400-2300 anni fa), quando il suo territorio gravitava intorno all’importante città fortificata di Vaste, situata a 1,5 km in direzione Nord-Ovest. Vitigliano si trova lungo l’antica strada che da Vaste conduceva a Castro, che in età imperiale e tardo antica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Santa Cesarea.jpg" width="80" height="106" alt="" title="Santa Cesarea Terme" /><br/><p>Le origini di Vitigliano (frazione di Santa Cesarea Terme) risalgono alla fase ellenistica dell’età messapica (2400-2300 anni fa), quando il suo territorio gravitava intorno all’importante città fortificata di Vaste, situata a 1,5 km in direzione Nord-Ovest.</p>
<p>Vitigliano si trova lungo l’antica strada che da Vaste conduceva a Castro, che in età imperiale e tardo antica rivestiva un importante ruolo di approdo di riferimento per la rete di insediamenti rurali sparsi nell’immediato entroterra.</p>
<p><span id="more-6846"></span></p>
<p>Il tracciato viario lambiva la sommità di una collina dove, a seguito di indagini topografiche condotte dall’Università di Pau et des Pays de l’Adour (Francia) &#8211; coadiuvata dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Lecce &#8211; sono state rinvenute tracce di frequentazione di età tardo romana, attestate dalla presenza di numerosissimi frammenti di ceramica, sparsi in un’area estesa circa 1 ettaro e mezzo.</p>
<p>I reperti raccolti sono riferibili a recipienti in ceramica comune, a manufatti da mensa, lucerne e anfore da trasporto di produzione africana, anfore di provenienza greco-orientale ed egiziana e macine in pietra lavica<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>L’insieme dei materiali rinvenuti permettono di datare l’insediamento tra il III e il VI secolo d.C.<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn2">[2]</a></p>
<p>Ai piedi della medesima collina, nella periferia nord-occidentale del paese &#8211; pochi metri a nord dell’incrocio tra la via Extramurale Nord e via Cazzanoci &#8211; si nota una vecchia e arrugginita inferriata che delimita una cisterna monumentale (localmente nota come “cisternale”). La struttura, scavata nel banco di roccia fino ad una profondità compresa tra i 4,30 metri e i 4,45 metri, è lunga 12,30 metri, larga 3,05 metri ed è in grado di contenere oltre 162.000 litri di acqua.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6849" title="cisternale vitigliano1" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/cisternale-vitigliano1.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>La cisterna si caratterizza per la presenza di una copertura costituita da lastre di pietra calcarea, che poggiano su quattro colonne, ognuna delle quali sormontata da un capitello a forma di piramide rovesciata. In origine i monoliti erano 36 ma, attualmente, se ne conservano meno della metà (16), che presentano le seguenti misure: lunghezza compresa tra 1,94 e 2,60 m., larghezza tra un metro e 0,50 m. e spessore tra 35 e 40 cm<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>I pilastri (costituiti da 4/5 blocchi ciascuno) non presentano tracce di intonaco e si sviluppano su un plinto parallelepipedo di calcarenite che si innesta sul fondo della vasca. Un dettaglio degno di nota è la presenza &#8211; presso l’angolo sud-occidentale dell’apertura del serbatoio &#8211; di due gradini e altrettante cavità circolari tagliate nel banco di roccia. Il monumento, quindi, veniva alimentato dalle acque di deflusso pluviale per mezzo di canali di scolo ancora visibili sul piano roccioso e, molto probabilmente, anche da qualche falda acquifera sotterranea.</p>
<p>La tecnica di costruzione (pilastri, architravi e lastre di copertura) ricorda quella tipica romana dei “criptoportici”. La sua monumentalità è dovuta al fatto che la preziosa risorsa idrica non serviva solo un ristretto nucleo familiare, ma una grande comunità rurale che viveva di allevamento e agricoltura e che esportava i propri prodotti agricoli in tutto il bacino del Mediterraneo<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>L’opera idrica è stata oggetto di interpretazioni più svariate, a partire da Cosimo De Giorgi che ipotizzò una duplice funzione di sepoltura (prima) e di cisterna (dopo), datandola “<em>ad un tempo molto antico e forse anteriore a quello nel quale fiorirono le nostre città messapiche</em>”<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn5">[5]</a>. Pasquale Maggiulli attribuì la costruzione “<em>all’alba della nostra civiltà, cioè di quella del ferro</em>”. Secondo lo storico di Muro Leccese si trattava del più antico ipogeo della Terra d’Otranto, riutilizzato solo successivamente come cisterna<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn6">[6]</a>. L’archeologo Adriano Prandi, in tempi un po’ più recenti, ritenne la struttura un deposito di acqua di età romana, per la presenza di uno spesso intonaco impermeabile di cocciopesto e per la misura in piede romano (pari a 29,5 cm) dei blocchi di copertura<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p>La cisterna garantiva un costante approvvigionamento idrico &#8211; anche nei periodi di siccità – alla rete di insediamenti rurali ubicati nel territorio compreso tra Vaste, Vitigliano, Vignacastrisi ed Ortelle, dove le ricerche archeologiche di superficie hanno dimostrato l’esistenza di numerosi siti di piccole e medie dimensioni, fioriti tra la media età imperiale e l’età tardo antica.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6850" title="cisternale vitigliano2" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/cisternale-vitigliano2.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>L’esistenza di vasche di grandi dimensioni utilizzate per la raccolta di acqua piovana caratterizzava lo spazio interno di un insediamento rustico romano e conferma la centralità assunta dal problema dell’approvvigionamento idrico in campagna. Grandi cisterne, nei pressi di insediamenti produttivi agricoli di età romana, sono state individuate nel tarantino (Masseria Fontana), nel brindisino (Masseria San Giorgio) e nel Salento (recentemente Morciano di Leuca, località <em>Concagnane</em>)<a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p>Concludo la breve disamina con un appunto personale che riguarda lo stato di abbandono in cui versa il monumento megalitico di Vitigliano: l’assenza di un pannello informativo o di una semplice segnaletica di avvicinamento o indicazione del “cisternale”, la presenza di vegetazione infestante e di rifiuti all’interno della vasca contribuiscono al degrado della struttura, che invece andrebbe tutelata, protetta e valorizzata come bene culturale conosciuto da tutta la comunità locale e non solo dagli addetti ai lavori.</p>
<p>L’incuria e la scarsa attenzione, che interessa non solo la cisterna di Vitigliano, ma la gran parte delle evidenze archeologiche del Salento, portano all’oblio della propria identità storica, senza contare le potenzialità turistiche questi beni potrebbero esprimere se adeguatamente promossi al pubblico e valorizzati nel modo in cui meritano.</p>
<p><strong> Marco Cavalera</strong></p>
<hr size="1" /><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref1">[1]</a> Tra la ceramica rinvenuta, si segnala la presenza della cosiddetta Sigillata focese (<em>Late Roman C</em>), anfore di produzione africana (Africana II, <em>spathia</em>) e di produzione orientale (<em>Late Roman</em> 1 e 2).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref2">[2]</a> Auriemma R., Salentum a salo.<em> Porti, approdi, merci e scambi lungo la costa adriatica del Salento</em>. Volume primo, pp. 266-267, Galatina 2004.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref3">[3]</a> Panareo E., <em>Il cisternale</em>, in <em>Apulia</em>, giugno 1980 (<a href="http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/1980/II/art/R80II025.html">http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/1980/II/art/R80II025.html</a>).</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref4">[4]</a> Belotti B., <em>La citerne de Vitigliano</em>, in <em>Studi di Antichità 7</em>, pp. 251-265, 1994.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref5">[5]</a> De Giorgi C., <em>La provincia di Lecce. Bozzetti di Viaggio</em>, II, p. 27, Lecce 1888.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref6">[6]</a> Maggiulli P.,<em> Il cisternale di Vitigliano</em>, in<em> Apulia</em> IV, p. 256, Martina Franca 1910.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref7">[7]</a> Brandi A., <em>Monumenti salentini inediti o mal noti</em>, I, <em>Le Centopietre di Patù</em>, in <em>Palladio (Rivista di storia dell’architettura)</em>, n. I-II, p. 30, nota n. 57, gennaio-giugno 1961.</p>
<p><a href="file:///C:/Users/Marco/Downloads/la%20cisterna%20di%20vitigliano.doc#_ftnref8">[8]</a> Una cisterna simile per dimensioni e forma a quella di Vitigliano è stata messa in luce, nel corso di lavori per la rete fognante, alla periferia orientale dell’abitato di Ugento, in via Marconi. La struttura monumentale è ubicata nella zona bassa della città, soggetta tuttora a frequenti allagamenti; molto probabilmente rappresentava la risorsa idrica di una grande <em>domus</em> di età imperiale inquadrabile cronologicamente tra I e II/III sec. d.C. Essa presenta una sezione trapezoidale ed è completamente rivestita da quattro strati d’intonaco in cocciopesto discretamente conservato; il fondo risulta inclinato verso la parte nord, dove si trova un pozzetto di raccolta e decantazione. La struttura era più alta rispetto ad oggi e quasi sicuramente era coperta da grandi blocchi poggiati sulle pareti, che lasciavano il posto ad almeno tre imboccature circolari in calcarenite locale, recuperate dallo scavo (<em>Guida Archeologica di Ugento</em>, a cura dello <em>Studio di Consulenza Archeologica</em>, pp. 20-21, Tuglie, 2007; <a href="http://www.salogentis.it/2009/03/05/megacisterna-romana-sotto-ugento/">http://www.salogentis.it/2009/03/05/megacisterna-romana-sotto-ugento/</a>.</p>
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		<title>Il museo Sigismondo Castromediano</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 20:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/>Raccontare le origini di un popolo è sempre un’impresa ardua: la mancanza delle fonti, la difficoltà nel rinvenire e studiare i reperti, l’impossibilità, spesso, di ricostruire gli anelli mancanti e ricomporre una cronologia di senso compiuto compatibile con tutti gli indizi a disposizione. Al museo Sigismondo Castromediano di Lecce si può, in parte, assistere alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/><p>Raccontare le origini di un popolo è sempre un’impresa ardua: la mancanza delle fonti, la difficoltà nel rinvenire e studiare i reperti, l’impossibilità, spesso, di ricostruire gli anelli mancanti e ricomporre una cronologia di senso compiuto compatibile con tutti gli indizi a disposizione.</p>
<p>Al museo <strong>Sigismondo Castromediano</strong> di Lecce si può, in parte, assistere alla “ricostruzione” della cronistoria salentina a partire dall’alba della nostra civiltà, rappresentata da uno delle decine di anelli di quella catena che secondo la teoria evoluzionistica darwiniana ci legherebbe ai primati. L’<strong>Uluzziano</strong>, l’ominide che ha mosso i suoi primi passi nell’omonima baia di <a title="Il parco di porto selvaggio su Salogentis" href="http://www.salogentis.it/2009/10/24/il-parco-naturale-di-porto-selvaggio/" target="_blank">Porto Selvaggio</a>, quello che per primo sembra aver creato dei propri strumenti, differenti da quelli utilizzati dai Neanderthal, si è rivelato invece essere <strong>l’uomo del genere Sapiens più antico di cui si abbia notizia</strong>. A lui apparterebbero dei denti, molari di un bambino datati a 45.000 anni fa, balzati agli onori della gloria di tutte le riviste specializzate del mondo.</p>
<p><span id="more-6853"></span></p>
<p>Dall’Uluzziano ci spostiamo verso l’età del del rame, del bronzo e del ferro “passeggiando”  tra pannelli, reperti, diorami e calchi nelle principali località salentine particolarmente interessate dall’ evoluzione antropologica. Si attraversano località <strong>Cattie </strong>(Maglie), la<strong> grotta delle Trinità</strong> (Ruffano),<strong> torre Sabea</strong> (Gallipoli) e le <strong>grotte di Santa Maria di Leuca</strong>.</p>
<p>Si giunge poi ai Messapi e alla loro cultura e civiltà. Chi erano, da dove venivano, quali culti praticavano. Il più emblematico tra questi si consumava all’interno della <strong>grotta Porcinara</strong>, antico tempio dedicato al dio <strong>Bathas,</strong> con offerte di preghiere e tributi alla divinità da parte di naviganti che arrivano da un lungo viaggio o che si preparavano ad affrontarne uno.</p>
<p>Decine di teche dove figure rosse si inseguono tra le cercamiche: le <strong>Manadi</strong> che percuotono la mano su un tamburello, ancestrale archetipo dell’esorciscmo coreutico musicale che vedrà protagoniste le sfortunate donne salentine vittime del morso della taranta; i satiri con con in mano il tirso che rincorrono le ninfe; eroi greci che affrontano le loro avventure e scrivono le proprie leggende; tante divinità che sfoggiano i propri punti di forza e debolezze, entrambe in relazione al genere umano da loro stessi creato e “istruito”.</p>
<div id="attachment_6854" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-6854" title="museo sigismondo castrmediano" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_1436.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Ingresso al museo Sigismondo Castromediano</p></div>
<p style="text-align: center;">
<p>Decine di epigrafi , epitaffi e iscrizioni di vario genere che collegano a noi gli anelli così lontani di quella catena che sembra non avere un inizio e forse non avrà mai una fine. Dall’età messapica a quella romana per terminare al medioevo. Storie di conflitti e alleanze, di artisti e figuli, di uomini e donne.</p>
<p>Il primo nucleo dell’attuale museo risale al 10 dicembre 1868, con delibera del consiglio provinciale di terra d’otranto. Faceva parte delle collezioni private di <strong>Sigismondo Castromediano</strong> arricchite successivamente con acquisti, donazioni, beni e opere d’arte recuperate dalla soppressione di conventi del Salento ma anche di altre città pugliesi. Ospitato inizialmente presso alcuni locali  dell’ex convento dei celestini prima di spostarsi nell’attuale sede di via Gallipoli, rappresenta  il <strong>primo istituto museale della Puglia</strong>. Il duca Castromediano, grande patriota e fedele al neonato stato itailano, compilò l’inventario generale di tutti i reperti con accurate descrizioni, dividendoli ed espondoli per classi di appartenenza secondo i principi del collezionismo ottocentesco. Queste collezioni vennero in parte smembrate e ridefinite nel 1925 con la realizzazione di un nuovo inventario che manifestava preferenze verso beni e reperti provenienti dai principali sito archeologici salentini come <strong>Rudiae</strong>, la patria del fondatore della letteratura latina <strong>Quinto Ennio</strong>,  <strong>Rocavecchia</strong>, <strong>Cavallino </strong>e <strong>Vaste</strong>, tutti importanti simboli dell’antica civiltà messapica.</p>
<p>Un piccolo viaggio nella cronistoria salentina con percorsi circolari, risalendo rampe a spirale attraversando gli eoni del tempo con la consapevolezza di poter abbracciare quella storia di cui, anche inconsapevolmente, ne abbiamo fatto parte.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>La chiesa rupestre dei Santi Stefani</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 06:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Poggiardo.jpg" width="80" height="121" alt="" title="Poggiardo" /><br/>Prendere in mano in teschio umano potrebbe apparire un’esperienza grottesca, anche un po’ traumatizzante. Qualcosa che forse siamo abituati a vedere ormai solo nei film, quando un atletico e palestrato esploratore, spesso improvvisato e alla sua prima “missione”, si imbatte ovviamente in antiche necropoli, tesori scomparsi, civiltà perdute, svelando così con la tipica fortuna del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Poggiardo.jpg" width="80" height="121" alt="" title="Poggiardo" /><br/><p>Prendere in mano in teschio umano potrebbe apparire un’esperienza grottesca, anche un po’ traumatizzante. Qualcosa che forse siamo abituati a vedere ormai solo nei film, quando un atletico e palestrato esploratore, spesso improvvisato e alla sua prima “missione”, si imbatte ovviamente in antiche necropoli, tesori scomparsi, civiltà perdute, svelando così con la tipica fortuna del principiante un segreto che si conserva da secoli, millenni, in barba a tutti gli archeologi e studiosi che da anni si sono cimentati invano nell’impresa.</p>
<p>Cinematografia a parte è vero che chi vive un luogo “misterioso” ha una diversa concezione di ciò che è usuale da ciò che invece non lo è. Gli anziani di Vaste ricordano che era normale, per loro, rinvenire teschi, tibie, femori, coste, semplicemente scavando nel terreno per lavorare la terra, spostando dei massi che si sono poi rivelati delle tombe, o compiendo lavori di scavo per diverse ragioni.</p>
<p><span id="more-6833"></span></p>
<p>Una concentrazione di sepolture molto densa che a partire dalla<a title="La necropoli di Fondo Giuliano su Salogentis" href="http://www.salogentis.it/2012/04/02/il-martyrion-la-necropoli-paleocristiana-e-il-refrigerium-a-vaste/" target="_blank"> necropoli di fondo Giuliano </a>si estendeva fin nella vicina <strong>chiesa dei Santi Stefani</strong>, chiesa nella quale si spostò il culto religioso dell’area.</p>
<p>La chiesa dei Santi Stefani è un edificio a tre navate scavato nella roccia che ben poco conserva della sua architettura originaria. Risalente all’incirca all’anno mille è stato adibito nel corso dei secoli a diversi usi e culti.  L’ origine è bizantina, di cui possiamo riconoscere ber tre cicli di affreschi stratificati che si inquadrano in un intervallo di tempo piuttosto ampio, dalla fine del X secolo fino al 1376. Propongono un insieme di modelli di santi quali san Andrea e Filippo Apostolo, tre diverse rappresentazioni di Santo Stefano, il primo protomartire della chiesa Cristiana, tre di San Antonio Abate, colui che come Prometeo rubò il fuoco al diavolo per donarlo all’uomo grazie all’aiuto del suo maialino, nonché delle rappresentazioni di Santa Caterina di Alessandria.</p>
<p>Queste raffigurazioni di donne e uomini nimbati fanno da cornice ad una rappresentazione molto suggestiva, nella parete absidale della navata centrale: il<strong> sogno di San Giovanni descritto nei libri dell’apocalisse</strong>. secondo questa visione onirica:</p>
<blockquote><p>Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.</p>
<p style="text-align: right;">Apocalisse di Gesù Cristo 12,1</p>
</blockquote>
<p>Il nome della chiesa, <strong>dei Santi Stefani</strong>, potrebbe derivare dalla presenza delle molteplici rappresentazioni del  primo martire, oppure a causa della vicina chiesa del<a title="La chiesa del Martyrion di Fondo Giuliano" href="http://www.salogentis.it/2012/04/02/il-martyrion-la-necropoli-paleocristiana-e-il-refrigerium-a-vaste/" target="_blank"> Martyrion </a>probabilmente a lui dedicata.</p>
<div id="attachment_6834" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6834" title="santi stefani" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/santi-stefani.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Il sogno di San Giovanni</p></div>
<p>Dopo un primo utilizzo prettamente cultuale, la chiesa rupestre sarebbe stata utilizzata alternamente come rimessa agricola e luogo sacro. Si racconta che un prete cattolico l’avesse adibita come stalla per il suo asino, che probabilmente non si aspettava di ricevere tanta considerazione dal suo padrone che gli consentiva di dormire, mangiare e chissà cos’altro in compagnia di tanti Santi.</p>
<p>Leggende a parte la cripta venne probabilmente utilizzata dal periodo normanno con il doppio culto, sia greco che latino, fino al XVIII secolo per essere poi abbandonata all’incuria e devastazione dell’uomo che la utilizzò per riporre attrezzi agricoli, essiccare il tabacco o altri usi decisamente più “laici”.</p>
<p>La nuova destinazione ha richiesto degli interventi  edili per meglio usufruire della struttura, come ad esempio l’eliminazione di un pronao, l’abbassamento del suolo calpestio, l’erezione di muri interni, l’eliminazione di alcune nicchie e l’apertura di porte e finestre per fare entrare più aria e luce, la perforazione delle arcate per l’allocazione di pali e travi</p>
<p>Tutto questo, oltre alla forte umidità, ha contribuito notevolmente al degrado del ciclo pittorico ancora in attesa di un restauro che possa riportare agli antichi splendori uno dei tanti capolavori che i bizantini ci hanno lasciato.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>Lino Banfi premiato Ambasciatore di terre di Puglia a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 20:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Rausa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Il magnifico giardino di Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano, ha ospitato sabato 5 maggio, sotto un’aerea tensostruttura, la VII^ edizione “Eccellenze di Puglia, Premio Ambasciatore di terre di Puglia”, organizzato dalla Associazione Regionale Pugliesi di Milano. Il Premio è stato istituito per il riconoscimento ad esponenti dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria pugliesi, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Il magnifico giardino di <strong>Palazzo Isimbardi</strong>, sede della Provincia di Milano, ha ospitato sabato 5 maggio, sotto un’aerea tensostruttura, la VII^ edizione “<strong>Eccellenze di Puglia, Premio Ambasciatore di terre di Puglia</strong>”, organizzato dalla Associazione Regionale Pugliesi di Milano. Il Premio è stato istituito per il riconoscimento ad esponenti dello spettacolo, dell’arte e dell’imprenditoria pugliesi, che vivono in Puglia, o che hanno preso la strada dell’emigrazione per ragioni di lavoro, e si sono distinti nell’esercizio delle loro professioni.</p>
<p><span id="more-6837"></span>Nomi significativi di premiati nelle passate edizioni sono stati nel campo musicale i Negramaro, Al Bano,  Renzo Arbore e il fisarmonicista Peppino Principe, nel campo dell’informazione le tv pugliesi Telenorba e Canale 100, in quello dello spettacolo il  regista salentino Edoardo Winspeare, l’attore Sergio Rubini, la Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli di Bari e il comico Checco Zalone.  Significativi anche i premi assegnati negli anni scorsi agli operatori sanitari dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, luogo di elezione di Padre Pio, a Livia Pomodoro, Presidente del Tribunale di Milano e strenua sostenitrice del progetto teatrale No’hma, fondato dalla sorella Teresa, e allo stilista Ennio Capasa, ma tanti altri sfuggono a questa rassegna. L’omaggio alla Puglia parte con un video di immagini, un vero e proprio viaggio artistico e culturale nelle tante bellezze monumentali e naturali che contraddistinguono una terra che – come scrive Plinio il Vecchio nella <em>Naturalis Historia</em> – “con  il suo grembo aperto da ogni lato al commercio dei popoli, come per aiutare gli uomini, si slancia ardentemente verso i mari”. Sono due i figli che l’Associazione ha voluto ricordare: l’istrionico e geniale <strong>Carmelo Bene</strong>, a dieci anni dalla morte, e lo sfortunato batterista trentenne<strong> Giuseppe Girolamo</strong>, annegato sulla Concordia. Il balletto “Emotion Love” del Teatro alla Scala, ideato da Andrea Forte Calatti, ha intervallato le premiazioni riservate quest’anno ad un imprenditore leccese, Quarta Caffè, passato da una piccola torrefazione negli anni cinquanta ad un’azienda ormai leader nel settore, al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, nato per l’intuizione più di trent’anni fa di Paolo Grassi, e al “nonno d’Italia” Lino Banfi, che ha voluto ricordare dal palco tra una battuta e l’altra, tipica della sua vena comica, in un colloquio intimo con gli spettatori, le sue origini contadine e i suoi primi durissimi passi di emigrante a Milano, quando ha dovuto inghiottire molti bocconi amari. Ecco perché ha avanzato, tra il serio e il faceto, la richiesta risarcitoria di una <em>laurea honoris causa</em> alla Università Bocconi. Tra le risate liberatorie il suo racconto ha toccato le corde della commozione dei pugliesi, che hanno riconosciuto nel loro conterraneo l’esempio di come sia possibile con impegno e tenacia affermarsi nel mondo dello spettacolo come in ogni altra attività umana. Ora gli sguardi sono volti all’VIII edizione!</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6838" title="Lino Banfi, Nicla Pastore e Presidenti Ass. Pugliesi" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Lino-Banfi-Nicla-Pastore-e-Presidenti-Ass.-Pugliesi.jpg" alt="" width="500" height="390" /></p>
<p><strong>Paolo Rausa</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Musica per vecchi animali, personale di pittura di Enrica Ciurli</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 11:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Le Ali di Pandora</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/> “Le Ali di Pandora” presenta &#8220;Musica per vecchi animali&#8221; Personale di Enrica Ciurli   venerdì 11 maggio 2012 h.20.00   interviene Lucy Ghionna c/o II Circoscrizione via Adda,14 Lecce Ingresso Libero   Si apre a Lecce  venerdì 11 maggio alle ore 20,00 presso i locali di Via Adda a Lecce la Mostra personale “Musica per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/><p style="text-align: center;"> “<strong>Le Ali di Pandora”</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>presenta</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Musica per vecchi animali&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Personale di</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Enrica Ciurli</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>venerdì 11 maggio 2012</em></strong></p>
<p style="text-align: center;">h.<strong>20.00</strong></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><em>interviene</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lucy Ghionna</strong></p>
<p style="text-align: center;">c/o II Circoscrizione</p>
<p style="text-align: center;"><em>via Adda,14</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lecce</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Ingresso Libero</em></strong></p>
<p><strong><em> <span id="more-6829"></span></em></strong></p>
<p>Si apre a Lecce  venerdì 11 maggio alle ore 20,00 presso i locali di Via Adda a Lecce la Mostra personale “Musica per vecchi animali” di Enrica Ciurli a cura dell&#8217;Associazione Le Ali di Pandora, intervengono Lucy Ghionna, Fabio Campobasso.  La mostra resterà aperta fino al 18 maggio.</p>
<p>Ancora un appuntamento con l&#8217;arte promosso da Le Ali di Pandora e ancora una giovane artista,  Enrica Ciurli, che sceglie di condividere il nostro sogno di riqualificazione territoriale e culturale della periferia.</p>
<p>In questi ultimi anni in Via Adda la sfida dell&#8217;Associazione Le Ali di Pandora è stata di portare: &#8220;il centro nella periferia&#8221; e grazie agli artisti, che hanno deciso che il loro centro partisse dalla periferia e di chi ha scelto di seguirci e vivere la periferia è stato possibile rendere reale la scommessa di portare l&#8217;arte e la cultura in zone normalmente destinate a dormitorio. Siamo riusciti a creare sinergia tra gli abitanti del quartiere e i &#8220;costruttori&#8221; di arte e cultura, il nostro augurio è che chiunque succeda all&#8217;attuale Amministrazione comunale ci consenta di continuare un lavoro di riqualificazione territoriale e culturale iniziato quasi tre anni fa e di continuare nella costruzione di quella rete tra le associazioni, di cui si parla da anni, in un&#8217;unione programmatica e produttiva condividendo il pensiero di Ezechiele Leandro in una lettera scritta ad Antonio Verri: &#8220;Sappiate che io non sto cercando pane ma sto cercando di tarlo quando la gente circola circolano anche i frutti&#8221;.</p>
<p>L&#8217;obiettivo dell&#8217;associazione Le Ali di Pandora è di individuare artisti &#8220;qualificati&#8221; che sappiano  rendere <em>le comunicazioni durature in continuo divenire </em>in una ricerca della verità, dell’assoluto nell’arte. Enrica Ciurli è tra questi: usa la sua sintassi come arma per denunciare ingiustizie e fragilità umane tantè che le sue figure diventano segni che si perdono contro un orizzonte chiaro, per divenire elementi cromatico espressive che narrano senza dover mostrare e il colore diventa un valore morale. Alla richiesta di raccontare la sua arte risponde con  le parole di Jean Michel Basquiat &#8220;Non so come descrivere il mio lavoro perchè non è mai la stessa cosa. È ome chiedere a Miles Davis: &#8220;beh, com&#8217;e&#8217; il suono della tua tromba?&#8221;</p>
<p>Enrica Ciurli dopo il Diploma all&#8217;Istituto D&#8217;Arte di Lecce frequenta nel 2006 l&#8217;Accademia di Belle Arti di Roma con Gianfranco Notargiacomo. Nell&#8217;anno 2009 frequenta l&#8217;Accademia di Belle Arti di Istanbul, la &#8220;Marmara Universitesi&#8221; dove partecipa alla V edizione della Triennale  e ad una mostra collettiva &#8220;Hammam Project&#8221; con altri giovani artisti. È durante questo periodo che inizia a sperimentare nei suoi lavori la semplicità o l&#8217;estrosità nei corpi delle sue figure, a volte animalesche, attraverso l&#8217;uso della carta, il collage e l&#8217;uso dell&#8217;acquerello e dell&#8217;acrilico.</p>
<p>Lucy Ghionna scrive di lei: &#8220;Il lavoro di Enrica Ciurli è un’esplosione di linguaggi, ogni lavoro attraversa vari stadi di ricerca e di tecnica, le immagini strappate, ritagliate, incollate, dipinte, disegnate, cancellate, sono ricche di significato. L’artista ha bisogno di vivere la superficie dell’opera pur utilizzando dei semplici fogli d’imballaggio, sfondi omogenei, percorsi da frammentazioni spaziali simili per cromature e forma.</p>
<p>Enrica è un’artista giovane che vive questo tempo ma che studia il passato, prendendo spunto da alcuni artisti famosi (Schiele..Kokoschka…ecc.) non copiando, ma entrando nella loro essenza artistica che riflette questo nostro momento storico: “mai vi fu epoca più sconvolta dalla disperazione, dall’orrore dalla morte….ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo (…) anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invita lo spirito: è l’espressionismo (…)”</p>
<p>Anche nell’arte di Enrica si trovano le problematiche esistenziali che lei affronta di volta in volta come: l’inquinamento, le ricerche scientifiche, le centrali nucleari, il maltrattamento sugli animali ecc. E’ forse un modo per esorcizzarle ed allontanarle da lei.</p>
<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter size-full wp-image-6830" title="musica per vecchi animali - enrica ciurlo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/loc.jpg" alt="" width="500" height="750" /></p>
<p style="text-align: center;"> Info:<strong><em> 0832.391862- </em></strong> 339.56.07.242 &#8211; 347.08.51.926</p>
<p> lealidipandora@libero.it – <span style="text-decoration: underline;">www.lealidipandora.com-</span> <a href="http://www.facebook.com/leali.dipandora">http://www.facebook.com/leali.dipandora</a></p>
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		<title>Giuseppe Candido: a Lecce i primi orologi sincroni d’Europa</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 18:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/>Il 4 Luglio del 1906 si spegneva sull’isola di Ischia dopo una lunga malattia, a 68 anni, il vescovo Giuseppe Candido. “Demenza” fu la diagnosi dell’epoca.  Secondo la sua volontà le sue spoglie mortali vennero collocate nel Duomo dell’isola del golfo Napoleano dove ancora oggi riposano. Nonostante le insistenze della sua famiglia, Don Pippi decise [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Lecce.png" width="80" height="145" alt="" title="Lecce" /><br/><p>Il 4 Luglio del 1906 si spegneva sull’isola di Ischia dopo una lunga malattia, a 68 anni, il vescovo Giuseppe Candido. “Demenza” fu la diagnosi dell’epoca.  Secondo la sua volontà le sue spoglie mortali vennero collocate nel Duomo dell’isola del golfo Napoleano dove ancora oggi riposano. Nonostante le insistenze della sua famiglia, Don Pippi decise di non far ritorno nella città che gli ha dato i natali il 28 Ottobre del 1837, e che a lui doveva tanto: la sua <strong>Lecce</strong>.</p>
<p><span id="more-6779"></span></p>
<p>A questo punto in molti si chiederanno: <em>“Ma chi era quest’uomo?”</em> Primo di sette figli, nato in via Regina Isabella, a due passi dall’immenso cantiere dei Teatini, da Ferdinando e Stella De Pascalis, Giuseppe Maria Luigi Candido divenne ben presto l’uomo che il mondo intero ci avrebbe invidiato, il cosiddetto punto all’infinito in cui due rette parallele finalmente si incontrano. I due binari della scienza e della religione che seppe tenere insieme in un connubio quasi metafisico che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni.</p>
<p>Studiò sotto la guida dei padri gesuiti presso il <strong>collegio Argento</strong> dove accrebbe il suo interesse per la fisica e l’elettricità, quel semplice “movimento di cariche elettriche” di cui ormai non possiamo più fare a meno. I suoi studi proseguirono poi a Napoli dove si laureò in Matematica e Fisica prima e in Teologia poi.</p>
<p>Ritorno quindi a Lecce, in qualità di sacerdote nonché insegnante di lettere presso il <strong>Liceo-Ginnasio Palmieri</strong> e nel <strong>Seminario Diocesano</strong>, e poi ancora a Napoli dove si recava costantemente per perfezionare i suoi studi e incontrare altri scienziati. Studi intensi e ricercati che lo portarono a ricevere una “<em>menzione onorevole</em>” all&#8217;Esposizione Universale  di Parigi nel 1867, <strong>la prima in Italia in materia di Elettricità</strong>, per il suo brevetto della <strong>pila a diaframma regolatore</strong><em> </em>che consentiva di ottenere una corrente costante per lunghi periodi con un basso costo di esercizio e grande facilità di manutenzione.</p>
<p>E si, perché don Giuseppe non si limitava solo a studiare, la sua spiccata intelligenza e la sua insaziabile curiosità gli consentirono di portare una vera e propria rivoluzione nel mondo scientifico ideando quello che potremmo definire come <strong>precursori dei primi campanelli elettrici, sveglie, impianti di illuminazione nonché orologi elettrici sincroni di cui Lecce può vantare il primato in Italia e annoverarsi tra i primi posti in Europa e nel mondo Intero</strong>. Tra il 1868 e il 1874 don Candido installa una rete 4 orologi: sul sedile, sul palazzo delle prefettura, sul liceo-convitto palmieri e sull’ospedale dello Spirito Santo. Tutti alimentati grazie alla sua pila, comandati in sincronia elettricamente da un orologio motore a pendolo meccanico, che azionava, sempre elettricamente, anche le quattro suonerie. Rimasero in funzione fino al primo trentennio del XX secolo.</p>
<div id="attachment_6787" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6787" title="Orologio ospedale spirito santo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Orologio-ospedale-spirito-santo.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Uno degli orologi di Candido- Ospedale dello Spirito Santo</p></div>
<p>Ideò e realizzò inoltre un <strong>pendolo elettromagnetico</strong> che batteva il secondo, che avrebbe dovuto sostituire il pendolo meccanico nella rete di orologi pubblici, ed un sistema a pila termoelettrica in grado di regolare l&#8217;orologio motore sul passaggio del sole al meridiano di Lecce.</p>
<p>Ai successi della carriera scientifica si accostarono anche quelli della controparte ecclesiastica con la nomina a Vescovo titolare di Lampsaco e Coadiutore di Nicastro, nel 1881, e Vescovo di Ischia nel 1888. Nel dicembre 1899 fu nominato ad unanimità Socio Corrispondente dell’Accademia Pontiﬁcia dei Nuovi Lincei, che ha sede in Roma.</p>
<p>Le nuove cariche portarono via molto tempo allo studio e ai suoi esperimenti, un aspetto che a Candido costò molto ma non per questo si sottrasse ai suoi doveri e agli ordini di madre Chiesa, che rispettiva diligentemente.</p>
<p>Ovunque andasse Candido conquistava l’amore e il calore della gente. Il suo grande cuore aveva sempre un occhio di riguardo per i più bisognosi che non perdeva occasione di sostenere con qualsiasi mezzo.</p>
<p>Ma la mente di uno scienziato è sempre in fermento e di fatto a Nicastro rivoluzionò l’illuminazione del semiario ed episcopio con il <strong>Gasogeno Candido</strong> per la produzione e combustione di gas acetilene prevenendo scoppi e incendi.</p>
<p>Una personalità così eccelsa che non trova il giusto riconoscimento nella memoria di Leccesi che udendo il nome di questo illustre prete-scienziato scrollano rapidamente il capo bofonchiando un rapido “<em>no, non lo conosco, di chi è figlio?</em>” e che i più vili aggrediscono con vernici spray le mura della sua abitazione, dove una targa commemorativa fu posta per celebrarne il centenario della nascita.</p>
<div id="attachment_6785" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-6785" title="Casa Candido" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Casa-Candido.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Casa natale di Giuseppe Candido</p></div>
<div id="attachment_6786" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-6786" title="Targa candido" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Targa-candido.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Targa commemorativa</p></div>
<p>Fortunatamente si stà cercando di recuperarne la memoria, e l’esposizione dell’ingranaggio di uno dei suoi orologi è oggi visibile in un’esposizione all’interno del Sedile cittadino, corredato da una breve nota che a poco a poco, si spera, squarcerà l’animo e il patriottismo dei leccesi che avranno voglia e curiosità di avvicinarsi a questa grande vetrina e soffiare via un po’ di polvere dall’oblio del proprio passato.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
<p><strong>BIBLIOGRAFIA:</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="_mcePaste"><em>-Giuseppe Amalfitano</em> &#8211; L’Apostolo delle Scienze: Mons. Giuseppe Candido Vescovo e illustre Fisico - Rivista Letteraria  XXVIII 1/2 &#8211; pag. 11</div>
<div>-<em>Ennio De Simone &#8211; Arcangelo Rossi &#8211; Livio Ruggiero</em>, Due contributi leccesi allo sviluppo della pila elettrica: la pila a diaframma regolatore di Giuseppe Candido e le pile al ferro e al piombo di Giuseppe Eugenio Balsamo &#8211; Progetto EDS</div>
<div>-<em>Marcello Pedone</em> (a cura di), Gli orologi elettrici a Lecce</div>
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		<title>La festa dei Santi Filippo e Giacomo a Diso</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 19:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diso]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni e Folklore]]></category>
		<category><![CDATA[festa patronale]]></category>
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		<category><![CDATA[giacomo]]></category>
		<category><![CDATA[luminarie]]></category>
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		<category><![CDATA[santi patroni]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Diso.png" width="80" height="97" alt="" title="Diso" /><br/>Potrei vederne a centinaia ma non mi stancherei mai. Comuni grandi piccoli, cittadine ricche o povere, nessuno può rinunciare alla festa patronale. Un eterno segno di riconoscimento nei confronti di quello o quei Santi che han preso in custodia una comunità per preservarne la salute e il benessere, e che si rinnova ogni anno quasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Diso.png" width="80" height="97" alt="" title="Diso" /><br/><p>Potrei vederne a centinaia ma non mi stancherei mai. Comuni grandi piccoli, cittadine ricche o povere, nessuno può rinunciare alla festa patronale. Un eterno segno di riconoscimento nei confronti di quello o quei Santi che han preso in custodia una comunità per preservarne la salute e il benessere, e che si rinnova ogni anno quasi a suggellare nuovamente quel patto stipulato in un giorno in cui nugoli di preghiere si levarono al cielo per richiedere l’intercessione divina per una grazia.<br />
<span id="more-6815"></span>Ogni festa patronale ha la sua peculiarità ma sono tutte accomunate dai medesimi fattori: luminarie, complessi bandistici, pizziche, giochi, dolci e il calore della gente.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6816" title="Festa patronale Diso" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_1558.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>La festa patronale di Diso, dedicata ai <strong>Santi Filippo e Giacomo</strong>, può annoverarsi indubbiamente tra quelle più artistiche dell’intera penisola Salentina insieme alla <a title="La festa di Santa Domenica a Scorrano" href="http://www.salogentis.it/2010/06/15/la-festa-di-santa-domenica-a-scorrano/" target="_blank">festa di Santa Domenica di Scorrano</a>.</p>
<p>Le decine di luminarie disposte lungo le strade che collegano i principali centri religiosi e di culto della comunità di Diso dipingono nell’aria incredibili effetti e giochi di luce, un dipinto dinamico, sempre nuovo, che come un pendolo ipnotizza il visitatore che rivolge lo sguardo verso l’alto, a destra, a sinistra, e poi ancora in alto…</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6817" title="Festa patronale Diso" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_1570.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>A migliaia si recano sotto le luminarie non ancora accese, quando il sole primaverile è ancora alto nel cielo, per non perdere il fantastico momento in cui “<em>viene fatta la luce</em>”, preceduto da uno spettacolo pirotecnico e dalla musica delle bande, che ogni anno si ripresentano puntuali in prima serata nel giorno dedicato alla festa dei lavoratori.</p>
<p>Il culto per i due santi Apostoli nel piccolo centro del capo è molto antico. All’acquisto nel 1715 di due statue lignee che li rappresentano, e che sono tutt’ora venerate, è seguita una rinascita per l’intera comunità di Diso segnata da un lungo periodo di crisi economica e da un intenso spopolamento. Venne eretta una nuova chiesa, nel 1758, su una preesistente con la medesima intitolazione.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6818" title="Festa patronale Diso" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_1574.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p> </p>
<p>Un’organizzazione, quella della festa dei Santi Filippo e Giacomo, che dura un anno intero. Un comitato in continuo rinnovamento da edizione in edizione che coinvolge tutte le generazioni e direttamente, o indirettamente, tutti i membri della comunità. La raccolta delle offerte, sempre generose nonostante la crisi, l’organizzazione degli intrattenimenti canori, delle bande e tutto quanto occorre per rendere ogni anno, ogni festa, degna di essere ricordata.</p>
<p><strong>Marco Piccinni</strong></p>
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		<title>Filosofia, l’Agenda della virtù contro l’infelicità</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 18:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Tricase]]></category>
		<category><![CDATA[agenda della virtù contro l'infelicità]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Tricase.jpg" width="80" height="104" alt="" title="Tricase" /><br/>Bene e male, gioia e dolore, vita e morte, fortuna e fato avverso. Da quando è nata, da Aristotele e Plotino a Severino e Sgalambro, la filosofia specula su questi e altri temi forti che intrigano nel profondo l’uomo e la sua coscienza. E se è vero che le culture, da Oriente a Occidente, trasversalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Tricase.jpg" width="80" height="104" alt="" title="Tricase" /><br/><p>Bene e male, gioia e dolore, vita e morte, fortuna e fato avverso. Da quando è nata, da Aristotele e Plotino a Severino e Sgalambro, la filosofia specula su questi e altri temi forti che intrigano nel profondo l’uomo e la sua coscienza. E se è vero che le culture, da Oriente a Occidente, trasversalmente alle confessioni religiose, sono attraversate dallo stesso fiume carsico, che vivono e si alimentano di una forza oscura, in una osmosi strutturale, è anche vero che la riflessione si adegua al tempo che si attraversa e pur attingendo agli archetipi del passato non può, per sua natura ontologica e per la sua stessa sopravvivenza, che rinnovare, rimettere a nuovo le radici adeguandole agli input della modernità. In questo modo l’albero del pensiero si rinnova e fruttifica a ogni stagione donando all’umanità i suoi frutti.     </p>
<p><span id="more-6811"></span>Lo conferma il giovane (è del 1976, è nato a Tricase, nel Leccese, ha studiato pianoforte, si è laureato in Lettere e Filosofia all’Università del Salento, segue assiduamente il Festival Filosofia di Modena)  <strong>Alessandro Del Genio</strong>, appena giunto in libreria con “<strong>Agenda della virtù contro l’infelicità</strong>”, Edizioni Miele, pp. 120, € 9.50 (collana “Ben-Essere”). Un libro che insegna, con un suo candore dialettico convincente, come ritrovare se stessi nella perversa babele semantica in cui siamo avvolti, attraverso il pensiero dei grandi del passato riletto in chiave moderna, la meditazione, il silenzio in noi, la solitudine del mondo.</p>
<p>E dunque, la forza delle idee di ieri per curare le ferite della modernità, consapevoli che “l’essenza della felicità consiste in un’imperturbabile serenità e nella fiducia incrollabile di conquistarla”. Ma anche l’inquietudine che allaga l’animo umano quando l’individuo si rende conto delle asprezze incontrate nella ricerca, e con Kant conviene che se “date a un uomo ciò che desidera egli sentirà che questo tutto non è tutto”. Quindi l’insoddisfazione come condanna quasi biblica, archetipo culturale che magari andrebbe relativizzato convenendo con Voltaire: “Tutti gli uomini sarebbero necessariamente uguali, se fossero senza bisogni…”.</p>
<p>Del Genio riflette alla grande collocandosi al crocevia delle culture d’ogni latitudine e longitudine, di ieri e oggi, sospeso fra le confessioni religiose, dal Cristianesimo al Buddismo, enucleandone i punti di contatto, rimodulandone l’etimologia. Specula sui loro topos attualizzati al terzo millennio. L’equanimità, per esempio. Una delle qualità di un sentire equanime? “L’estrema duttilità, elasticità che conferisce forza, di contro alla rigidità di un atteggiamento non equanime”, che converge verso la “liberazione”, ovvero “il totale e completo rilassamento di tutte le tensioni fisiche, emotive e mentali”, ma “senza attaccarsi al nulla, manco al non attaccamento” (Nagarjuna), che completa il pensiero: “Non dobbiamo andare da nessuno. Lascia stare il nulla”.</p>
<p>Altro pensiero degno di speculazione: la devotio, concetto con cui Crisostomo e Benedetto da Norcia contrastano gli avversari del monachesimo e che si regge sul silenzio, la riflessione appartata, mèmori del fatto che “è necessario controllare gli occhi e la lingua, che sono la sorgente del peccato. Il peccato non dovrà mai passare dal cuore alla bocca”. E infine l’imparzialità. Osserva Del Genio (riprendendo Umberto Galimberti): “Oggi che il sacro non c’è più, esso ci abita nell’inconscio; non avendo più riti collettivi siamo usciti dalla dimensione sacrale”. Non solo riti collettivi (quelli ci sono: la tv-spazzatura), ma non abbiamo più nemmeno”Weltanschauungen”, cioè visioni scagliate nel futuro: ci limitiamo alla miserabile gestione dell’esistente, una condizione umana frustrante e paranoica. Eppure Max Weber, nel secolo scorso, teorizzò l’uomo “donatore di senso”, perché siamo noi, la nostra scala di valori, a infonderglielo. L’angoscia e lo smarrimento nascono anche dal fatto che essi sono stati relativizzati. Questo libro aiuta a lenire i morsi della desolazione esistenziale, lo smarrimento cosmico, per rimodularsi: in cerca della bellezza possibile.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6812" title="Agenda-della-virtù-contro-linfelicità" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/Agenda-della-virtù-contro-linfelicità.jpg" alt="" width="500" height="727" /></p>
<p><strong>Francesco Greco</strong></p>
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