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	<description>Live from Salento</description>
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		<title>Masseria Cippano, una mina vagante</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 13:54:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cripte e Ambienti Rupestri]]></category>
		<category><![CDATA[Uggiano La Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[carlo V]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Uggiano La Chiesa.gif" width="80" height="101" alt="Uggiano La Chiesa" title="Uggiano La Chiesa" /><br/>Dal dimenticatoio delle contrade rupestri a ridosso di quel mare ancora bagnato del sangue degli otrantini, alle luci della ribalta del cinema italiano, il bel cinema. Quella della vecchia Masseria Cippano sembra essere una di quelle storie che del cinema ne costituisce ormai il pregiudizio: una situazione apparentemente paradossale che si dispiega con tanta naturalezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Uggiano La Chiesa.gif" width="80" height="101" alt="Uggiano La Chiesa" title="Uggiano La Chiesa" /><br/><p>Dal dimenticatoio delle contrade rupestri a ridosso di quel mare ancora bagnato del sangue degli otrantini, alle luci della ribalta del cinema italiano, il bel cinema. Quella della vecchia <strong>Masseria Cippano</strong> sembra essere una di quelle storie che del cinema ne costituisce ormai il pregiudizio: una situazione apparentemente paradossale che si dispiega con tanta naturalezza da non poter non sembrare autentica.</p> <p><span id="more-12336"></span></p> <p>Realizzata durante il medioevo nell’omonima contrada, in un luogo in cui le giornate si passavano con lo sguardo proteso verso il mare in cerca del nemico; su quella costa, ora puntellata dai ruderi di quelle torri di vedetta che per  anni si sono affannate a garantire la sicurezza di quel Salento ormai martoriato dalle incursioni saracene.</p> <div id="attachment_12337" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12337" title="Masseria Cippano" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0508.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Masseria Cippano</p></div> <p>Masseria Cippano divenne parte integrante di quel sistema difensivo voluto dall’allora imperatore del Sacro Romano Impero, <strong>Carlo V</strong>, in comunicazione diretta con <a title="Dalla baia delle Orte a Torre Sant’Emiliano" href="http://www.salogentis.it/2012/06/10/dalla-baia-delle-orte-a-torre-sant%e2%80%99emiliano/" target="_blank" rel="dofollow">Torre Sant’Emiliano</a>, dalla quale ricevere e inoltrare il messaggio di pericolo nelle zone più interne dell’entroterra.</p> <p>Munita di torre (alta circa 15 metri) organizzata su due piani, arricchita da una scala con ponte levatoio. Una struttura fortificata dotata di caditoie, recintata da muri paralupi e fornita d’acqua da un sistema di cisterne in grado di raccogliere, filtrare e trasportare il prezioso liquido ai vari ambienti. Un luogo di lavoro e di guerra, di vita e di morte, arricchito con il tempo da ulteriori edifici, magazzini, granai, stalle e da una chiesetta.</p> <div id="attachment_12338" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12338" title="Chiesa Cippano" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0509.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Chiesa prospiciente Masseria Cippano</p></div> <p>Dopo la vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto l’incubo del nemico turco all’orizzonte sembrava ormai un lontano ricordo. Gli elementi bellici non sarebbero stati più necessari, vennero quindi sostituiti o abbandonati. Lo sviluppo del complesso masserizio poteva ora procedere in “orizzontale”, lasciando gli ambienti alti a disposizione del signorotto o del massaro, che dall’alto avrebbe vigilato sull’operato dei suoi coloni. Ma il turco assunse un&#8217;altra forma. Non veniva più dal mare su un veliero minaccioso, ma dalla caotica capitale, Roma, con un seguito di cineprese ed attori. La masseria questa volta viene espugnata! Un attacco che ha portato un po’ di luce. Ripulita e rimessa a nuovo dopo decenni di abbandono, se escludiamo  la compagnia di una barbone con l’hobby della falconeria. Cippano diviene momentaneamente possedimento turco, quello di <strong>Ferzan</strong> <strong>Ozpetek</strong>!</p> <p>Il regista in cerca di nuove scenografie e ambientazioni, dopo una lunga parentesi romana, si stanzia nel Salento, dal quale riceverà la cittadinanza onoraria dalla capitale del barocco (<em>Dovunque tu metta la cinepresa a Lecce è una bella inquadratura, </em>afferma il regista). Qui gira il suo “Mine Vaganti”, un film che affronta le pregiudiziose esistenze di una famiglia del sud, consapevole vittima di numerosi luoghi comuni.  La mina vagante per eccellenza, colei che inaugura la pellicola con un ingresso in abito da sposa nella splendida masseria, è un po’ il perno del racconto. Una donna attraverso la quale la storia prende forma, si evolve, fino a interrompersi con un suicidio molto zuccherato, a suon di dolci.</p> <p>Ha ottenuto 13 candidature ai <strong>David di Donatello 2010</strong>, vincendo due statuette per i migliori interpreti non protagonisti (per Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini), e nello stesso anno ottiene il <strong>Premio Speciale della Giuria al Tribeca Film Festival</strong>. Ha vinto 5 <strong>Nastri d&#8217;argento</strong> e ha ottenuto una candidatura al <strong>Premio del Pubblico Europeo degli European Film Awards</strong>.</p> <p>Una location d’eccellenza esclusa dal <a title="Parco Costa Otranto Santa Maria di Leuca" href="http://www.salogentis.it/tag/parco-costa-otranto-santa-maria-di-leuca-e-bosco-di-tricase/" target="_blank" rel="dofollow">Parco costa Otranto Santa Maria di Leuca e bosco di Tricase</a>, e che dopo il rischio di crollo, minacciato da una cartello apposto dalla regione Puglia, ufficialmente ancora proprietaria del bene, rischia di divenire un presidio slow food. Una fine forse ancora più triste e indecorosa. Il progetto, redatto dal comune di Otranto che ha chiesto in concessione gratuita il bene dalla regione, sarebbe già stato scritto. Un progetto atto alla valorizzazione e conservazione del patrimonio immateriale enogastronomico salentino, con uno scrupoloso e attento occhio di riguardo nei confronti della salvaguardia del bene anche se un po’ meno della contrada che lo circonda, che rischierebbe così di divenire un enorme parcheggio.</p> <p><object type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/UjCJw40g61g" width="425" height="350"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/UjCJw40g61g&amp;border=0;" /><param name="wmode" value="transparent" /></object><br /></p> <p><strong>Marco Piccinni</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>Notte dei musei 2013 &#8211; Gallipoli, chiesa di San Pietro dei Samari</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 12:37:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gallipoli]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[gruppo archeologico di terra d'otranto]]></category>
		<category><![CDATA[notte dei musei]]></category>
		<category><![CDATA[san pietro]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Gallipoli.jpg" width="80" height="90" alt="Gallipoli" title="Gallipoli" /><br/>Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’Italia si prepara all’importante evento “La Notte Europea dei Musei”, attraverso l’apertura straordinaria di musei, palazzi, chiese, siti archeologici, per far scoprire posti ormai dimenticati ed emozionare con la giusta atmosfera. Nel Salento l’edizione 2013 è curata dal Gruppo Archeologico di Terra d&#8217;Otranto, in collaborazione con Compagnia Teatro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Gallipoli.jpg" width="80" height="90" alt="Gallipoli" title="Gallipoli" /><br/><p>Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’Italia si prepara all’importante evento “<strong>La Notte Europea dei Musei</strong>”, attraverso l’apertura straordinaria di musei, palazzi, chiese, siti archeologici, per far scoprire posti ormai dimenticati ed emozionare con la giusta atmosfera.</p> <p><span id="more-12301"></span></p> <p><img class="aligncenter size-full wp-image-12302" title="notte dei musei 2013" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/la_notte_dei_musei_2013_large.jpg" alt="" width="460" height="240" /></p> <p>Nel Salento l’edizione 2013 è curata dal <strong>Gruppo Archeologico di Terra d&#8217;Otranto</strong>, in collaborazione con <strong>Compagnia Teatro Sud Est</strong>, il <strong>duo musicale Manduo</strong> e <strong>Associazone Castro Medievale</strong>, col patrocinio del <strong>Ministero per i Beni e le Attività Culturali</strong>, e dall<strong>&#8216;UNESCO</strong>, il supporto del<strong> Comune di Gallipoli</strong> e progetto patner <strong>International Program Itinerarium Burdigalense</strong>.</p> <p>Tale evento si svolgerà non in un contesto museale ma presso l&#8217;antica <strong>chiesa di S. Pietro dei Samari a Gallipoli</strong>. La chiesa fu fondata da Ugo di Lusignano, cavaliere templare, al ritorno dalla crociata e dedicata a S. Pietro, nel luogo in cui la tradizione registra lo sbarco del principe degli Apostoli e il battesimo di S. Pancrazio, primo vescovo di Gallipoli, proprio da parte di quest&#8217;ultimo. La chiesa attualmente è in grave degrado, nonostante siano innumerevoli gli appelli per un suo recupero. La manifestazione intende, pertanto, riaccendere i riflettori su tale importantissimo tesoro monumentale e spronare gli organi competenti affinchè ne preservino la memoria.</p> <p>Il programma prevede l&#8217;apertura straordinaria del sito, che ricade in proprietà privata, con visite guidate gratuite a partire dalle 19:00 a cura del Gruppo Archeologico di Terra d&#8217;Otranto.</p> <p>Dalle 19 alle 22:30 l&#8217;area antistante il complesso monumentale sarà animata con ricostruzioni d&#8217;epoca in abiti medievali, illuminata con suggestione da torce e fiaccole. Alle 21:30, il concerto di musica antica curato da “Manduo” allieterà ospiti e visitatori.</p> <p>Una serata coinvolgente grazie ad un programma insolito, un itinerario che si snoda tra rappresentazioni e musiche suggestive; i visitatori saranno catapultati in un singolare percorso artisrico-culturare, in uno dei luoghi più misteriosi del Salento, dove il mito si confonde con la realtà.</p> <p>&nbsp;</p> <p>Per info: 380 7784553 Elvino</p> <p>339 7444539 Francesco</p> <p><a href="http://www.terradotranto.org/" rel="nofollow">www.terradotranto.org</a></p> <p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=pGxrMAZlff0" rel="nofollow">http://www.youtube.com/watch?v=pGxrMAZlff0</a></p> ]]></content:encoded>
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		<title>I dolmen Chiancuse, Grassi, Peschio e Orfine di Giurdignano</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 06:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
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		<category><![CDATA[strada dei dolmen e dei menhir]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giurdignano.png" width="80" height="106" alt="Giurdignano" title="Giurdignano" /><br/>Chiancuse, Grassi, Peschio, Orfine. Sono i nomi di alcuni dei dolmen che sorvegliano incessantemente le contrade rurali di Giurdignano. Solitari, silenziosi, pazienti. Sono stati eretti come tante sentinelle alle quali è stato assegnato un compito ancora oscuro, svelato solo per certi versi da supposizioni e congetture. Alcuni di loro non sono stati in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Giurdignano.png" width="80" height="106" alt="Giurdignano" title="Giurdignano" /><br/><p><strong>Chiancuse</strong>, <strong>Grassi</strong>, <strong>Peschio</strong>, <strong>Orfine</strong>. Sono i nomi di alcuni dei dolmen che sorvegliano incessantemente le contrade rurali di Giurdignano. Solitari, silenziosi, pazienti. Sono stati eretti come tante sentinelle alle quali è stato assegnato un compito ancora oscuro, svelato solo per certi versi da supposizioni e congetture.</p> <p><span id="more-12275"></span></p> <p>Alcuni di loro non sono stati in grado di contenere l’inesorabile avanzata del tempo che ne ha deturpato forma e prestigio. Altri si sono nascosti tra i rovi, mentre altri continuano ancora a mettere in bella mostra una vena di narcisismo. Tutti però ci chiamano per render loro una visita. Come rifiutarsi?</p> <p>Accettiamo il loro invito. Percorriamo la Minervino-Giurdignano fino a ché una pietra megalitica posta sul lato destro della strada ci indica che siamo giunti nel <strong>Giardino Megalitico d’Italia</strong>. Ci armiamo di zaini e una buona vista, abbandoniamo l’auto e cominciamo ad abbracciare appieno la natura.</p> <p>Lasciati alle spalle smog e clacson ci inoltriamo nella campagna giurdignanese.</p> <div id="attachment_12276" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12276" title="Dolmen Peschio" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0550.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Dolmen Peschio</p></div> <p>Il primo a venirci incontro è il <strong>dolmen Peschio </strong>(identificato anche come il <strong>dolmen Paolo Niuri</strong> da Paolo Malagrinò). Ciò che ne rimane è la sola lastra orizzontale lunga all’incirca due metri e larga uno e mezzo, sollevata da terra per 70cm. Una serie di pietre sparse nelle immediate vicinanze, che potrebbero far parte del nucleo originario del megalite, si amalgamo e mimetizzano alla perfezione con un paesaggio bucolico, sgraziato solo da alcune abitazioni di recente costruzione e limitoni di mattoni di tufo. Scoperto da Maggiulli e Micalella nel 1910, ha un’apertura orientata a sud-ovest, in direzione del suo amico <strong>Orfine, </strong>che sembra quasi voler ricercare con lo “sguardo” e indicarcelo come prossima meta del nostro piccolo pellegrinaggio. Lo raggiungiamo dunque.</p> <div id="attachment_12277" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12277" title="Dolmen Orfine" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0554.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Dolmen Orfine</p></div> <p>Parte della lastra di copertura e degli ortostati del dolmen Orfine sono riversi al suolo. Pezzi che è possibile ricomporre virtualmente nelle tre dimensioni osservando l’incisione del 1893 del Nicolucci, la quale riporta alla mente un’immagine molto simile alla descrizione del De Giorgi, che riteneva dovesse avere una lastra di copertura  di 2,3 x 1,45 metri.</p> <p><img class="aligncenter size-full wp-image-12281" title="orfine1" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/orfine1.jpg" alt="" width="300" height="188" /></p> <p>Nello stesso anno Nicolucci immortalò con la sua arte un ulteriore dolmen, il <strong>Chiancuse, </strong>scoperto poco prima dal Maggiulli e successiva meta del nostro vagare. Dei sette ortostati che sorreggevano l’imponente lastra di copertura oggi non rimane più nulla. Il dolmen è completamente riverso al suolo dalla seconda metà del secolo scorso e, nonostante sia sottoposto a tutela, è completamente ricoperto da rovi che ne impediscono la vista.</p> <div id="attachment_12278" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12278" title="Dolmen Chiancuse" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0563.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Dolmen Chiancuse ricoperto dai rovi</p></div> <p><img class="aligncenter size-full wp-image-12280" title="chiancuse1" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/chiancuse1.jpg" alt="" width="300" height="169" /></p> <p>Il 1893 si presenta come un anno fruttuoso per la ricerca del Maggiulli, ai già citati “cimeli” recuperati dall’oblio storico e riconsegnati al presente se ne aggiunte un altro, o forse due? <strong>I(l) dolmen Grassi</strong>.</p> <div id="attachment_12279" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12279" title="Dolmen Grassi" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0573.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Dolmen Grassi</p></div> <p>Caso emblematico o forse pura casualità. Il dolmen sembrerebbe in realtà costituito da due strutture contrapposte, sorrette in totale da 17 ortostati, con una coppella parallelepipeda in pietra nell’intermezzo, utilizzata per quale rituale legato all’acqua? Canaline e coppelle sono evidenti su una delle due lastre, con un rimando al vicino <a title="Quattromacine, una Stonehenge italiana intorno al dolmen Stabile?" href="http://www.salogentis.it/2011/11/15/quattromacine-una-stonehenge-italiana-intorno-al-dolmen-stabile/" rel="dofollow">dolmen stabile</a>. Il suo aspetto lo rende paragonabile per similutine, anche se non per dimensioni, al dolmen <strong>San Silvestro</strong> di Giovinazzo (Bari)</p> <p>Il sole tramonta alle nostre spalle. Lasciamo riposare questi giganti del tempo. Torniamo a casa soddisfatti del viaggio.</p> <p><strong>Marco Piccinni</strong></p> <p>SITOGRAFIA:</p> <p style="text-align: left;">Le incisioni d&#8217;epoce e i dettagli tecnici sono tratti dal link:  <a title="Pino de Nuzzo - Giurdignano" href="http://www.pinodenuzzo.com/pietre/Giurdignano.htm" rel="nofollow">http://www.pinodenuzzo.com/pietre/Giurdignano.htm</a></p> ]]></content:encoded>
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		<title>La Madonna del Monte di Palmariggi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 12:15:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano De Pascalis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Palmariggi.png" width="80" height="98" alt="Palmariggi" title="Palmariggi" /><br/>A poche centinaia di metri dall&#8217;ingresso di levante al paese, su di una collinetta che è ricordata, dalla  storia come il &#8220;Monte della Guardia&#8220;, perché lì, manipoli di sentinelle si alternavano nel tentativo di tenere sotto controllo l&#8217;intera terra d&#8217;Otranto (vessata nel tardo Quattrocento dalle scorribande Ottomane che avrebbero, poco dopo, messo a ferro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Palmariggi.png" width="80" height="98" alt="Palmariggi" title="Palmariggi" /><br/><p>A poche centinaia di metri dall&#8217;ingresso di levante al paese, su di una collinetta che è ricordata, dalla  storia come il &#8220;<strong>Monte della Guardia</strong>&#8220;, perché lì, manipoli di sentinelle si alternavano nel tentativo di tenere sotto controllo l&#8217;intera terra d&#8217;Otranto (vessata nel tardo Quattrocento dalle scorribande Ottomane che avrebbero, poco dopo, messo a ferro e fuoco, proprio la <a title="Gli 800 martiri di Otranto: la storia della presa della città" href="http://www.salogentis.it/2009/04/08/gli-800-martiri-di-otranto-la-storia-della-presa-della-citta/" target="_blank" rel="dofollow">città dei Martiri</a>) e dalla tradizione come &#8220;<em>Monte Iuzzo</em>&#8220;, elaborazione dialettale del latino &#8220;Monte di Giove&#8221;, poichè si racconta della presenta di un tempietto classico in favore del Padre degli Dei dell&#8217;Olimpo, sorge una cappellina dedicata al culto della Vergine di Costantinopoli.</p> <p><span id="more-12265"></span></p> <div id="attachment_12266" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-12266" title="Chiesa Madonna del Monte" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0225.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Chiesa Madonna del Monte</p></div> <p>Volgarmente appellata <strong>Madonna del Monte</strong>, l&#8217;intera zona probabilmente era stata già in uso in età romana, vista la privilegiata posizione rispetto ai luoghi circostanti. Spesso la memoria collettiva ricorda, proprio in quei luoghi, anche la presenza di una maestosa meridiana tracciata sulla pietra viva della stessa collinetta e che avrebbe scandito, puntualmente, il tempo del lavoro nei campi; di cui purtroppo, però, se ne sono ormai perse le tracce.</p> <p>La chiesetta attuale, che guarda a Ponente, è il frutto dell&#8217;impegno e della devozione di una pia patrizia del luogo, <strong>Donna Carmela Elia Modoni</strong>, che la fece ricostruire, a proprie spese, a metà del XIX secolo, sulle rovine di una cappellina ancora precedente, edificata laddove sarebbero sorte, come già detto, le vestigia di un tempietto di età classica. A chiudere il quadro &#8220;storico&#8221; citiamo il racconto secondo cui verso la fine del Rinascimento, quei luoghi siano stati testimoni di numerose <strong>apparizioni mariane</strong> ad un giovane del posto di umili origini.</p> <div id="attachment_12267" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-12267" title="Altare con affresco Madonna di Costantinopoli (Madonna del Monte)" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0235.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Altare con affresco della Madonna di Costantinopoli</p></div> <p>La gente di Palmariggi, per tradizione e devozione, compie un pellegrinaggio annuale sui quei luoghi proprio il primo martedì di Marzo, nel giorno della festività della <strong>Madonna di Costantinopoli</strong>: là, dopo la messa ed un momento di preghiera sotto la guida del parroco paesano, i convenuti banchettano sulle aie degli uliveti che circondano la costruzione votiva. Come vuole la tradizione, lo si fa mangiando al sacco un panino con &#8220;<em>pimmitori e pipirussi scattarisciati</em>&#8221; e delle uova sode. Da qualche anno a questa parte è il lavoro e l&#8217;impegno dei volontari della locale Pro Loco che tiene ancora viva questa meravigliosa usanza.</p> <p><img class="aligncenter size-full wp-image-12268" title="Madonna del Monte - dettaglio affresco" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/DSCF0241.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p> <p><strong>Emiliano De Pascalis</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>Le avventure di Matisse, cane naif un po’ filosofo</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 20:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Specchia]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Specchia.png" width="80" height="112" alt="Specchia" title="Specchia" /><br/>Ecco un cane che ha capito come va il mondo e soprattutto conosce l’uomo meglio degli stessi esseri umani. Affronta lea vita con candore naif e armato di sottile saggezza, riflette da psicologo scafato sulla realtà intorno, fa citazioni da vero erudito, talvolta si atteggia a filosofo (“…avevo imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno… [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Specchia.png" width="80" height="112" alt="Specchia" title="Specchia" /><br/><p>Ecco un cane che ha capito come va il mondo e soprattutto conosce l’uomo meglio degli stessi esseri umani. Affronta lea vita con candore naif e armato di sottile saggezza, riflette da psicologo scafato sulla realtà intorno, fa citazioni da vero erudito, talvolta si atteggia a filosofo (“…avevo imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno… Diamine! Sono un cane!  Non sono un uomo che complica anche le cose più semplici!”) tanto per mostrare di aver ereditato dagli avi un disincanto quasi da snob che gli consente di godere delle piccole cose quotidiane, di smussare i conflitti sul nascere, di capire quel che vogliono i suoi padroni, di rendersi a loro utile per giustificare la sua presenza in casa e nel mondo.</p> <p><span id="more-12246"></span></p> <p>Da un animale così c’è solo da imparare, lo si ascolta perché portatore di una visione del mondo per noi alternativa, ma che potrebbe essere quella giusta per stare al mondo con meno angoscia e paranoia se decidessimo di adottarne qualche lacerto. Letto da tale angolazione, si rivela prezioso “Matisse a quattrozampe”, di Tiziana Cazzato, Lupo Editore, pp. 64, € 12 (con le bellissime le illustrazioni di Valentina D’Urbano, Roma 1985, ha frequentato l’Istituto Europeo di Design della Capitale).</p> <p>Questo yorkshire italiano alto appena 25 centimetri, che ci porta nel suo mondo così simile a quello degli umani: stesse dinamiche sociali, esistenziali, sociologiche, ci è simpatico sin dalla quarta di copertina in cui rivela scetticismo sul modo di fare degli uomini, non si fida delle loro tendenze a mistificare, a essere partigiani, a interpretare la realtà invece di raffigurarla così com’è. E riflette: “La mia storia la scrivo da me: meglio un cane-scrittore che uno scrittore-cane”.</p> <p>L’input per scrivere questo libro (che riscuote molto interesse nelle presentazioni, a Lecce alla Feltrinelli, a Taurisano, ad Alessano alla libreria Idrusa, ecc.) affonda nella biografia della scrittrice  (che è nata a Uster, Zurigo e ha pubblicato sinora due libri di versi, “Macchie d’inchiostro”, Edizioni Il Filo, Roma 2004 e “Fiori di campo”, Edizioni Libellula, Tricase 2007), che una bella mattina d’inverno, il 2 febbraio, Candelora (pastiddhe, pestanache e candele), festa della luce, ha perduto il suo cane sparito dal marciapiede davanti alla casa sulla piazza: era giorno di festa e di fiera a Specchia Preti (Lecce) e forse magari avrà seguito qualche bambino di passaggio: insomma, non è più tornato. Forse il libro è l’elaborazione del lutto di quella perdita, con la deliziosa trovata dell’autocitazione (signorina Gambalunga).</p> <p>La sua scrittura è lieve, come si addice alle favole, e rivela le letture giuste: da Esopo a Fedro, sino ai Fratelli Grimm, Gianni Rodari e Roberto Piumini. Lieve ma decisa, priva di barocchismi, essenziale. Evocatrice di un mondo che ha una sua grazia, dove nessuno è mai solo, prevalgono i sentimenti veri, una carezza vale più di una zuppa, senza finzioni, ipocrisie, pur con le sue regole “che mi venivano date”, necessarie a far procedere lo sgranare misurato dei giorni.</p> <p>Matisse è una bestiola del tempo che viviamo, sensibile all’attualità: ecologista, animalista: “Come poteva amare gli animali?”, si chiede alla vista di una signora con addosso una pelliccia. Che presto impara che deve difendersi dai suoi simili ma anche dall’animale a due zampe: “Essere aggredito… anche da esseri umani, i soli che sanno essere cattivi per scelta?!&#8230; a volte gli uomini fanno paura quando ridono! ”. Coccolone e rispettoso delle gerarchie, riconoscente a chi gli riempi la ciotola di latte (“Ero ogni giorno sempre più incantato dalla sincerità di quegli occhi e di quel cuore  che aveva compreso la mia paura… “, buongustaio: “Ebbene si, lo confesso: mi piace mangiare!&#8230; Mangiavo volentieri anche le noci… ), capace di riconoscere il buon cibo da quello sofisticato dal sapore dozzinale. E’ orgoglioso, ha molta autostima (“un signore come me, amante degli agi e dei lussi, aristocratico di natura… nobile e intelligentissimo”), scopre il mondo (“mordicchiavo un po’ d’erba e mi sentivo meglio”) con stupore giorno per giorno, assaporando le piccole conquiste: “Uno dei miei programmi preferiti era Zelig… Guardavo volentieri anche Il commissario Rex…”. Odia l’acqua, ovvio: “… aveva il vizio di farmi il bagno… e la maledetta e odiata spazzolata quotidiana… mi sottoponevano alla  vera tortura: quella del phon!”. La scrittrice ci tiene col fiato sospeso sino alla fine: quando scopriamo dove è andato a finire l’amato Matisse, che forse si è vendicato per essere stato lasciato dalla Zia del piano di sotto dalla padrona che va a trovare i figli lontani…</p> <p>C’è una morale da trarre, come in tutte le favole? Certo. I nostri amici a quattro zampe sono arrivati prima all’isola che non c’è, nella città del sole, all’utopia che inseguiamo da sempre. Matisse l’ha trovata. Magari potremmo raggiungerli in quell’iperurano dove vivremmo meglio anche noi…</p> <p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-12247 aligncenter" title="matisse" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/matisse.jpg" alt="" width="500" height="514" /></p> <p><strong>Francesco Greco</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>Il Tarantolismo Pugliese di Ignazio Carrieri</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 19:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grottaglie]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni e Folklore]]></category>
		<category><![CDATA[ernesto de martino]]></category>
		<category><![CDATA[esorcismo]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[san paolo]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Grottaglie.png" width="80" height="113" alt="Grottaglie" title="Grottaglie" /><br/>L’alibi provvidenziale è quello di identificarsi con il ragno. “La tarantata si fa ragno, diventa il ragno che è in lei: il suo pensiero si muta in ritmo puro e nel movimento quasi meccanico sorgono figure di liberazione travolte però ancora da ombre disperate. La donna in piedi lotta con la taranta, immaginando di calpestarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Grottaglie.png" width="80" height="113" alt="Grottaglie" title="Grottaglie" /><br/><p><em>L’alibi provvidenziale è quello di identificarsi con il ragno. “La tarantata si fa ragno, diventa il ragno che è in lei: il suo pensiero si muta in ritmo puro e nel movimento quasi meccanico sorgono figure di liberazione travolte però ancora da ombre disperate. La donna in piedi lotta con la taranta, immaginando di calpestarla e di ucciderla con il piede che batte la danza</em>” [1]</p> <p><span id="more-12156"></span></p> <p>Il Tarantismo, strano ed emblematico fenomeno che per secoli ha indotto uomini e fanciulle a danzare un ballo dai ritmi dettati da una melodia, una sola tra decine, in grado di “attivare“ l’esorcismo coreutico-musicale sotto l’egida di San Paolo. Ciò che per lungo tempo è stata definita una forma di possessione, comune a quella di molte altre culture nell’area del Mediterraneo, comincia ad assumere già dal ‘700 una realtà inquadrabile con una cartella clinica, una forma di isteria. Il popolo è scettico, la comunità scientifica divisa. Se <strong>Nicola Caputi</strong> nel 1741, con il suo <em>De Tarantulae Anatome et Morsu, </em>ribadiva l’efficacia della danza come cura possibile contro il fenomeno dei “morsi e rimorsi”, criticando aspramente quanti ritenevano il contrario pur non avendo mai assistito direttamente al fenomeno, nel 1893, invece, un altro medico di Grottaglie, <strong>Ignazio Carrieri</strong>, tornava a sostenere la tesi dell’isteria come unica spiegazione contro il secolare malanno, anticipando di fatto le conclusioni del De Martino nella campagna del 1959.</p> <div id="attachment_12157" class="wp-caption alignleft" style="width: 191px"><img class="size-full wp-image-12157" title="ignazioni carrieri" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/ignazioni-carrieri.jpg" alt="" width="181" height="270" /><p class="wp-caption-text">Ignazio Carrieri (Fonte: vedi bibliografia)</p></div> <p>La laurea in medicina, conseguita a 23 anni, e un bagaglio di esperienze vissute sul campo a diretto contatto con i più poveri e deboli,  furono degli ingredienti più che sufficienti per far maturare la sua opera d’esordio <em>Il Tarantolismo Pugliese. </em>Un vero e proprio successo che di fatto andava a riempire una lacuna imperdonabile nella medicina della prestigiosa scuola napoletana, per la spiegazione di un <em>fenomeno</em>, pardon, <strong>patologia</strong>, che ha turbato le menti di illustri studiosi e scienziati, tra cui lo stesso <strong>Leonardo da Vinci</strong>, spesso denigrato o ritenuto una scusa alla concupiscenza femminile. “<em>Pubblico questo lavoro senza la pretesa di essere andato in fondo all’ardua questione del Tarantolismo, un tempo molto dibattuta ed oggidì del tutto negeltta per la smania di un malinteso e spesso esagerato positivismo, che nella seconda metà di questo secolo ha invaso le lettere, le scienze, le arti</em>”.[2]</p> <p>Nonostante fosse intriso del folclore dell’antica provincia di Terra d’Otranto, lo studio del Carrieri rimane critico e scrupoloso. Ribadisce una netta separazione tra <strong>nevrosi</strong> e <strong>psicosi</strong>, per distinguere quanti dal ragno venivano morsi per davvero, da quelli che invece lo ritenevano solo un evento plausibile ma che in realtà non si era mai verificato.  Il veleno del <em>latrodectus </em>(il ragno che prende il posto della ben più generica taranta) diviene il colpevole del tarantismo, quello “vero”,  assai più raro del pregiudizio e del contagio morale che irrorano quella “<em>psicopatia ritenuta volgarmente Tarantolismo</em>”. [1]</p> <p>“<em>Mi studierò di delineare brevemente i periodi storici di questa malattia, a cominciare da Strabone, il quale visse mezzo secolo prima della venuta di Cristo e fu il primo, dopo quanto ne scrissero Galeno, Aristotele, Plinio ed altri molti a descriverla come già nota nelle regioni del Caucaso ed in Albania, facendo menzione della musica e della danze ivi adoperate come mezzo curativo</em>.” [2]</p> <p>Uno studio cronologico che il Carrieri ripercorre usando magistralmente le già note doti di letterato e giornalista fecondo. Un’analisi proficua ma non priva di insidie. Il veleno del Tarantolismo sembra essere entrato nella testa del pugliese prima che nel suo sangue. Ogni ragno, ogni animale potenzialmente dotato di veleno, diviene il capo espiatorio di questo “stato dell’anima”, come un legame invisibile che vincola il salentino alla sua terra, un patto siglato con il diavolo dal quale sembra impossibile svincolarsi.</p> <p><em>“L’anima del pugliese (com’ebbi a dimostrare in altra occasione) è essenzialmente musicale: la musica pulsa nel nostro sangue e vibra nelle più intime latebre del nostro essere</em>”.[2] Ed è proprio la Puglia, soprattutto nel leccese, dove questa malattia sembra essere stata coltivata più che in qualsiasi altro territorio.</p> <p>La danza vista in ultima istanza come eccitamento dei centri nervosi motori, la cui cura era non dissimile da quella delle altre ferite da morso. Il ballo diviene una potenziale conseguenza, non più la cura. E benché Charcot riteneva fondamentale l’utilizzo della musica come palliativo per molte patologie, per Carrieri sembra non possa svolgere la stessa funzione per il tarantolismo. Non più misticismo dunque, ma semplice patologia.</p> <p><strong>Marco Piccinni</strong></p> <p>[1] [Salvatore Quasimodo, in commento al film documentario di Gianfranco Mingozzi “La taranta”, 1961]</p> <p>[2] Il Tarantolismo pugliese, Ignazio Carrieri</p> <p>[3] [Discorso inaugurale detto dal Cav. Uff. Dott. Ignazio Carrieri in “Circolo Ennio. Statuto sociale e Discorso Inaugurale”, Taranto, Stabilimento tipografico Pappacena, 1991]</p> <p>BIBLIOGRAFIA:</p> <p>L’ombra della vedova nera, il tarantolismo pugliese di Ignazio Carrieri nel 120° anniversario – a cura di Floriano Motolese – Edizioni dell’iride (2012)</p> <p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded>
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		<title>Il Menathol sul Manfio</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Apr 2013 08:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Ruffano]]></category>
		<category><![CDATA[archeoastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[manfio]]></category>
		<category><![CDATA[menhir]]></category>
		<category><![CDATA[pietra forata]]></category>
		<category><![CDATA[riti funebri]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Ruffano.gif" width="82" height="122" alt="Ruffano" title="Ruffano" /><br/>Cornovaglia Occidentale, Regno unito. Una misteriosa pietra circolare con un ampio foro,  posta al centro di un retta che congiunge alle estremità altre due pietre verticali, di epoca imprecisata, viene ribattezzata Mên-an-Tol, un termine cornico che significa  per l’appunto “pietra forata”. Intorno a questa pietra numerose leggende, superstizioni e tradizioni hanno avuto origine: gnomi che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Ruffano.gif" width="82" height="122" alt="Ruffano" title="Ruffano" /><br/><p>Cornovaglia Occidentale, Regno unito. Una misteriosa pietra circolare con un ampio foro,  posta al centro di un retta che congiunge alle estremità altre due pietre verticali, di epoca imprecisata, viene ribattezzata <strong>Mên-an-Tol,</strong> un termine cornico che significa  per l’appunto “pietra forata”.</p> <p><span id="more-11963"></span></p> <p>Intorno a questa pietra numerose leggende, superstizioni e tradizioni hanno avuto origine: gnomi che si trasformano in bambini oltrepassando il foro al centro della pietra più e più volte, donne che riacquistano la <strong>fertilità</strong> o che vengono magicamente rese gravide, inspiegabili guarigioni. Artifici fantasiosi, forse, ma che si intrecciano magistralmente con nozioni tecniche e teorie più filo-scientifiche, che abbracciano postulati di <strong>archeo-astronomia</strong> o arcaici <strong>rituali funebri</strong>.</p> <p>Un bagaglio di informazioni e credenze che il Salento ha importato e fatto proprio. Dalla Cornovaglia passiamo alla magnifica collina del <strong>Manfio</strong>, ciò che sopravvive di un ricco feudo nel territorio di Ruffano, conosciuto per la splendida <a title="Il crocefisso della Macchia (o cripta del Crocefisso)" href="http://www.salogentis.it/2013/01/20/il-crocefisso-della-macchia-o-cripta-del-crocefisso/" rel="dofollow">chiesa-cripta del crocefisso</a>.</p> <p>Cambia la location ma il racconto rimane lo stesso. Anche qui, protetto da rovi e querce spinose, sorge un monolite, conosciuto dai locali come “<em>la tartaruga</em>”, che di quella pietra forata d’oltre manica ha preso in prestito il nome, salentinizzato per quanto possibile:  <strong>menanthol. </strong>La struttura base è quella del menhir, con una coppella a V sulla sommità ed un foro sottostante leggermente spostato dall’asse mediano. Liscio da una parte, più ruvido dall’altra, il foro farebbe pensare a rituali di  passaggio di qualche genere, anche se non è dato sapere quali.</p> <div id="attachment_11969" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-11969" title="Menanthol" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_2886.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Menanthol</p></div> <p>Troppo piccolo per i riti di guarigione e fertilità, gentilmente concessi in gestione ad una seconda pietra forata salentina, quella sita nella <a title="Pasqua e fertilità, la pietra “magica” di Calimera" href="http://www.salogentis.it/2010/03/20/pascqua-e-fertilita-la-pietra-magica-di-calimera/" rel="dofollow">chiesa di San Vito di Calimera</a>, il menanthol potrebbe inscriversi in contesti più ampi che lo vedrebbero utilizzato come una strumento astronomico o per il computo di un rozzo calendario.</p> <p>Poche le certezze, numerose le congetture, tantissime le domande! Oltre al menathol anche la collina sul quale è sito, il Manfio, si presta a dubbi e interrogazioni. Ricca di grotte/cisterne, di uno spaventoso numero di specchiolle che non giustifica un tentativo di spietramento del territorio a fini agricoli, ed un ulteriore (potenziale) menhir mozzato con una scanalatura lungo un lato,  non può che contribuire a coltivare confusione e senso di smarrimento nel curioso avventuriero, che qui decide di prendere una boccata d’aria, conscio di poter godere di un panorama che spazia da Ugento a Gallipoli.</p> <div id="attachment_11968" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-11968" title="Specchiolle del Manfio" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_2882.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Specchiolle del Manfio</p></div> <p>Un percorso quasi labirintico quello che dalla Chiesa del Crocefisso conduce al menanthol, che alterna scorci naturali dall’incontaminata bellezza a veri e propri scempi partoriti dall’idiozia umana, che qui ha riversato cucine e frigoriferi in disuso. Ma la natura è sempre pronta a perdonare e a riprendersi i suoi spazi, se ne gliene dessimo la possibilità.</p> <div id="attachment_11967" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-11967" title="Menhir manfio" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_2843.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">(Potenziale) Menhir mozzato del Manfio</p></div> <p>Un altro monolite che arricchisce la già ricca offerta salentina che non ha nulla a che invidiare a mete turistiche più rinomate. Cornovaglia o Salento, che differenza vuoi che faccia ormai.</p> <p><strong>Marco Piccinni</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>Salento, è festa grande con la &#8220;Bohème&#8221; della Stajano</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Apr 2013 11:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Parabita]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Parabita.jpg" width="80" height="89" alt="Parabita" title="Parabita" /><br/>Salento in festa dal 16 al 23 aprile (dalle ore 19 alle ore 24, in contrada Est Bavota) con la manifestazione musicale &#8220;Messapia in&#8230;.rondine&#8221; che si svolge a Parabita (Lecce), la città delle celebri &#8220;Veneri&#8221; e il cui Comitato Organizzatore è presieduto dall&#8217;avv. Mario Nicoletti, personaggio molto noto in Salento ed extra-moenia. Questo evento è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Parabita.jpg" width="80" height="89" alt="Parabita" title="Parabita" /><br/><div id="yiv295412996yui_3_7_2_18_1365833857637_80" dir="ltr">Salento in festa dal 16 al 23 aprile (dalle ore 19 alle ore 24, in contrada Est Bavota) con la manifestazione musicale &#8220;Messapia in&#8230;.rondine&#8221; che si svolge a Parabita (Lecce), la città delle celebri &#8220;Veneri&#8221; e il cui Comitato Organizzatore è presieduto dall&#8217;avv. Mario Nicoletti, personaggio molto noto in Salento ed extra-moenia. Questo evento è considerato la festa di primavera di tutta la Murgia Salentina e cade nel periodo della secolare e tradizionale Festa della Madonna della Coltura, protettrice di tutti gli agricoltori, riconosciuta come tale da Giovanni Paolo II nel settembre del 1994, che così rafforzò un culto da secoli è molto sentito dalla popolazione di tutta l&#8217;area attorno alla mitica città messapica di Bavota.</div> <div dir="ltr"></div> <div id="yiv295412996yui_3_7_2_18_1365833857637_80" dir="ltr"><span id="more-11957"></span></div> <div dir="ltr">Il programma messo in cantiere prevede l&#8217;esibizione delle bande musicali di Conversano (Bari) e di Squinzano (Lecce), delll&#8217;Orchestra Filarmonica  &#8221;Valente&#8221; con la direzione del Maestro Salvatore Valente. Ma a impreziosire questa edizione sarà la grande musica, il bel canto. La sera del 20 a Parabita arriva infatti la &#8220;Bohème&#8221;, l&#8217;opera immortale di Giacomo Puccini, portata dalla Compagnia Lirica &#8220;Mondo d&#8217;Arte&#8221; del tenore Davide Olivoni, che firma anche la regia. La &#8220;gemma&#8221; della serata sarà la guest-star Francesca Stajano (in foto), attrice cinematografica e televisiva, produttrice, di origine leccese: una personalità artistica eclettica e multiforme, un talento naturale, quel che si dice &#8220;un&#8217;eccellenza di Puglia&#8221;.</div> <div id="attachment_3332" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-3332" title="Basilica di parabita" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/img_3911.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Basilica Madonna della Coltura</p></div> <div id="yiv295412996yui_3_7_2_18_1365833857637_80" dir="ltr"> &#8221;Mondo d&#8217;Arte&#8221; vede la luce nel 2006, quando Olivoni ebbe l&#8217;occasione di presentare al teatro &#8220;Ambra&#8221; di Poggio a Caiano (Grosseto) la sua prima opera lirica, un testo del teatro classico, &#8220;La statua&#8221; (ovvero le donne di Pigmalione), di George Bernard Show. Da allora è stato un crescendo di proposte e di spettacoli nei teatri di tutta Italia (dall&#8217;Emilia Romagna alla Sicilia, dalla Calabria al Piemonte) con un vasto repertorio di opere della nostra sconfinata e raffinata tradizione lirica: oltre all&#8217;opera pucciniana, &#8220;Elisir d&#8217;amore&#8221; di Gaetano Donizetti, la &#8220;Traviata&#8221; di Giuseppe Verdi, i &#8220;Pagliacci&#8221; di Ruggero Leoncavallo, sono solo alcuni dei successi da &#8220;tutto esaurito&#8221; di Olivoni e Stajano, una diva molto amata dal pubblico che la segue ovunque in tutte le &#8220;piazze&#8221;.</p> <div id="yiv295412996yui_3_7_2_18_1365833857637_80" style="text-align: justify;" dir="ltr"></div> <div style="text-align: justify;" dir="ltr">A Parabita sarà la &#8220;Bohème&#8221; che piace al pubblico sin dal 2007, conforme all&#8217;originale: un allestimento che vedrà in scena i cantanti principali e altre figurazioni attoriali. &#8220;L&#8217;ambientazione scenica e costumistica sarà contemporanea, perché &#8211; fanno sapere dalla produzione &#8211; l&#8217;argomento dell&#8217;opera è attualissimo: la povertà degli artisti, e l&#8217;indistruttibilità dei loro sogni, sono sempre esistiti e continuano a esistere&#8221;. E, c&#8217;è da aggiungere, non c&#8217;è crisi né recessione che tenga: esistono sin dalle corifee ateniesi e le tragedie greche, passando per il Carro di Tespi sino alla polvere del palcoscenico dei teatri d&#8217;avanguardia, da Brecht a Beckett e Jonesco.</div> <div id="yiv295412996yui_3_7_2_18_1365833857637_80" style="text-align: justify;" dir="ltr"></div> <div style="text-align: justify;" dir="ltr">I cantanti, oltre allo stesso Olivoni (&#8220;Rodolfo&#8221;), sono Yuri Yoshikawa nel ruolo di &#8220;Mimì&#8221;, Merita Dileo è &#8220;Musetta&#8221;, Stefano Lovato (&#8220;Marcello&#8221;) Stefano Madeddu (&#8220;Alcindoro&#8221;), Francesca Stajano (&#8220;Momus&#8221; e coro), al pianoforte Alina Gregul e Antonio Serrano. E non finisce qui: questa edizione della festa della Madonna della Coltura si annuncia memorabile, ricordata a futura memoria: nelle serate del 21 e 23 avranno luogo infatti anche due concerti lirici, presentati da Francesca Stajano, eseguiti sempre dai cantanti della Compagnia Lirica &#8220;Mondo d&#8217;Arte&#8221;. In programma arie e duetti tratti dalle opere liriche più conosciute e più amate da secoli dal pubblico di tutto il mondo: Verdi, Donizetti, Leoncavallo, Mozart, Puccini, Mascagni, Giordano, ecc. Anche per queste arie e duetti, al piano la Gregul (impegnata anche come cantante) e ancora il maestro Serrano.</div> <dl id="attachment_11961" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px;"> <dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-11961" title="yuri_yoshikawa" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/yuri_yoshikawa.jpg" alt="" width="300" height="450" /></dt> <dd class="wp-caption-dd">Yuri Yoshikawa</dd> </dl> </div> <p>E&#8217; proprio il caso di dire: è qui la festa! Sipario!</p> <p>&nbsp;</p> <p><strong>Francesco Greco</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>La Madonna del Riposo di Alessano</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 10:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Piccinni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alessano]]></category>
		<category><![CDATA[Leggende]]></category>
		<category><![CDATA[affreschi]]></category>
		<category><![CDATA[apparizioni]]></category>
		<category><![CDATA[pellegrinaggi]]></category>
		<category><![CDATA[pellegrini]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Alessano.png" width="80" height="112" alt="Alessano" title="Alessano" /><br/>Uno dei tanti luoghi del Salento, secondo la tradizione, protagonista di un’apparizione Mariana. Un evento che in questa terra sembra essere stato quasi all’ordine del giorno nei secoli passati. Numerosi sono, infatti, i templi religiosi edificati in tutte l’antica provincia di Terra d’Otranto in seguito all’esplicita richiesta da parte dell’Altissima Madre, oppure semplicemente per acclamazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="/wp-content//icone/Alessano.png" width="80" height="112" alt="Alessano" title="Alessano" /><br/><p>Uno dei tanti luoghi del Salento, secondo la tradizione, protagonista di <strong>un’apparizione Mariana</strong>. Un evento che in questa terra sembra essere stato quasi all’ordine del giorno nei secoli passati. Numerosi sono, infatti, i templi religiosi edificati in tutte l’antica provincia di Terra d’Otranto in seguito all’esplicita richiesta da parte dell’Altissima Madre, oppure semplicemente per acclamazione popolare, dopo una visione onirica o una presunta grazie ricevuta.</p> <p><span id="more-11776"></span></p> <p>La piccola cappella della <strong>Madonna del Riposo</strong>, ad Alessano, è uno di questi. Situata all’estrema periferia del paese, su una collina dalla quale lo domina e lo contempla completamente, in uno scenario che raccoglie sia gli elementi della tradizione architettonica rupestre che di quella moderna, viene degnamente festeggiata dai suoi fedeli compaesani l’8 Settembre di ogni anno.</p> <div id="attachment_11787" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><img class="size-full wp-image-11787" title="Madonna del Riposo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_3205.jpg" alt="" width="375" height="500" /><p class="wp-caption-text">Madonna del Riposo</p></div> <p>La struttura attuale risale al 1882, anno in cui il tempio venne ampliato e ristrutturato sulla base di un edificio preesistente, gravemente danneggiato da un incendio.</p> <p>Un affresco posto alla base dell’Edificio, in un’edicola sulla scala di accesso, narra la <strong>deposizione del Cristo dalla Croce</strong>, vegliato dalla Madre. Un’immagine agli antipodi del dipinto che invece sovrasta l’altare. Maria che tiene tra le braccia il suo bambino, ancora piccolo, vegliato da angeli che sorreggono la croce, un triste avvertimento di quello che sarà il suo destino, un arcangelo alla sua sinistra, e (probabilmente) il committente alla sua destra. I quattro evangelisti osservano i fedeli dall’alto della volta, inscritti in altrettanti medaglioni.</p> <div id="attachment_11788" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-11788" title="Affresco della deposizione" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_3196.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Affresco della deposizione</p></div> <p>Qui, la tradizione vuole che un pellegrino, di ritorno dal santuario di Santa Maria di Leuca, decise di sostare per riposare il corpo e quietare lo stomaco. Prese qualcosa dalla sacca, acquistata durante il viaggio, e la mangiò all’ombra di un albero. Il sole cocente, ancora alto nel cielo, la stanchezza per i numerosi chilometri percorsi e il tipico abbiocco post pasto, vennero accolti come ottime motivazioni per rubare al viaggio di ritorno un paio di ore di sonno. Si addormentò.</p> <div id="attachment_11789" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-11789" title="Alessano, vista dal santuario della Madonna del Riposo" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/IMG_3207.jpg" alt="" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Alessano, vista dal santuario della Madonna del Riposo</p></div> <p>Nell’oscurità della sua pace onirica cominciarono a comporsi delle figure, dapprima sbiadite e monocromatiche, per poi prendere rapidamente colore. Una presenza celestiale, calma, bella, gli apparve. Il pellegrino, perso in qualche angolo del suo stesso essere, incapace di prendere parte attiva nella scena ma consapevole di ciò che stava accadendo, riconobbe nel volto della giovane donna la <strong>Madonna di Santa Maria di Leuca</strong>. Colei per la quale ha avuto luogo il suo lungo viaggio e che aveva, poche ore prima,  onorato con la sua visita. Guardava amorevolmente suo figlio,  come solo una Madre sa fare. L’immagine si sfocò rapidamente fino a scomparire del tutto. La luce penetrò nuovamente nelle retine dell’uomo che assemblò, nella confusione degli eventi che appena succedutisi, nuove immagini. Gli alberi e le pajare che aveva visto prima di addormentarsi. Si alza, raccoglie le sue cose, per poi fermasi a pensare: “Ho sognato la Madonna…devo dirlo a tutti, qui deve sorgere una chiesa!”. E così fu.</p> <p><strong>Marco Piccinni</strong></p> ]]></content:encoded>
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		<title>Deliri di una verità, romanzo di Raffaella Verdesca</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 20:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Rausa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[raffaella verdesca]]></category>

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		<description><![CDATA[<br/>Qual è la verità? Quella di Bianca Salemi, che è partita da Catania per raggiungere lo zio Roberto a Buenos Aires e realizzare il suo sogno? O quella di Stefano, il fratello avvocato, che si è trasferito a Roma per esercitare l’arte forense, ereditata dal padre Ovidio, che non smette di rodersi perché è rimasto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p>Qual è la verità? Quella di Bianca Salemi, che è partita da Catania per raggiungere lo zio Roberto a Buenos Aires e realizzare il suo sogno? O quella di Stefano, il fratello avvocato, che si è trasferito a Roma per esercitare l’arte forense, ereditata dal padre Ovidio, che non smette di rodersi perché è rimasto irrisolto l’omicidio dei fratelli Antonio e Santo sgozzati da ignoti sulla Principessa Mafalda, gloria della Marina Mercantile Italiana,  durante l’ultima traversata per l’Argentina il 23 marzo 1927? O quella della madre Lucia che vede sfuggire dalle sue mani i figli senza riuscire ad afferrare il senso riposto nelle loro ansie e aspirazioni? Su tutti aleggia la figura mitica del patriarca Arcangelo, un padron ‘Ntoni Malavoglia, che racchiude nella sua saggezza, autorevolezza e ostinazione tutti gli elementi della civiltà meridionale.</p> <p><span id="more-11730"></span></p> <p>Un romanzo molto avvincente, intessuto con fili e disegni diversi da Raffaella Verdesca, una scrittrice che ha ormai espresso con varie opere il suo genio letterario. Ha pubblicato con successo lo scorso anno i racconti “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu”, ambientato nel Sud d’Italia, la Porta d’Oriente così da lei definito. Negli anni precedenti il romanzo “Chandra Mahal” nel 2005 e un’altra raccolta di racconti “All’ombra dell’Arca” nel 2007 e i “Racconti per ridere. La lisca” nel 2011, tutti abbelliti da illustrazioni confezionate di sua mano. La trama è robusta, complessa e i luoghi dello svolgimento dell’azione molteplici. Nel romanzo, che possiamo definire un’epopea, la saga dei Salemi di Catania, si snodano le vicende di un secolo, il ’900, attraverso la storia di una famiglia. Dal capostipite Arcangelo, duro come una roccia, ai suoi figli Roberto, Antonio e Santo, che sono costretti a inseguire il sogno sudamericano dell’Argentina come le centinaia di migliaia di emigranti italiani che solcarono l’Oceano in direzione “la Merica” speranzosi di futuro, in un viaggio funestato dallo strano e irrisolto – se non verso la fine &#8211; omicidio dei due fratelli Antonio e Santo. L’ultimo dei figli, Ovidio, invece resterà in paese a esercitare la professione di avvocato in bilico fra il passato che non passa e il presente indeterminato, mentre i nipoti, Bianca in Argentina e Stefano a Roma, che si nutrono di vicendevole  grande affetto, saranno sospinti a inseguire e a rappresentare nella loro storia la divaricazione in due rami della famiglia. Un romanzo d’amore, vissuto con pienezza di sentimenti, con un coinvolgimento passionale sino all’inverosimile, allo sfinimento e allo stordimento finale.   Si nutre di questo sentimento Bianca, che acquista la Espanola, una estancia, una fattoria agricola con una villa monumentale, che racchiude nel ritrovamento di antichi monili indiani un mistero. Che rapporto ha questo tesoro con il fattaccio avvenuto sulla Mafalda? Qui il romanzo si tinge di giallo, la vicenda si aggroviglia e solo grazie al diario di Bianca e all’opera preziosa e paziente di Stefano, che intercetta su questo esile filo in cui si dipana la matassa della narrazione la vita di Marilena, una sua vecchia fiamma ancora innamorata di lui, è possibile intravedere una via di salvazione. Non immaginata, tanto è ricca di colpi di scena la vicenda sino alla conclusione del romanzo. Una storia tragica e appassionata, di cui Raffaella Verdesca sa renderci partecipi ed emozionare con questi personaggi che navigano nel mare della vita, fragili ed esposti alle tempeste e alle traversie, che non si attaccano come cozze allo scoglio per resistere, ma che si affidano alla passione dell’amore, un sentimento che pervade inesplicabilmente le loro e le nostre vite. ”Deliri di una verità” di Raffaella Verdesca, Albatros, Il Filo, Roma 2010, pp. 302, € 19,00.</p> <p><img class="aligncenter size-full wp-image-11731" title="deliri di una verità, romanzo di raffaella verdesca" src="http://www.salogentis.it/wp-content/uploads/deliri-di-una-verità-romanzo-di-raffaella-verdesca.jpg" alt="" width="484" height="732" /></p> <p>&nbsp;</p> <p><strong>Paolo Rausa</strong></p> <p>Articolo già pubblicato su <a href="http://italiaexpress.wordpress.com/2013/04/02/deliri-di-una-verita-romanzo-di-raffella-verdesca/#more-1788" target="_blank" rel="dofollow">ItaliaExpress</a></p> <p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded>
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