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Skujina, l’altro punto di vista sul mondo e le cose

La forza selvaggia della natura nei suoi squarci improvvisi e l’introspezione impudica nei nostri mondi interiori sono i due binari dove scorre inquieta la pittura di Agnese Skujina, artista nata nel 1985 a Limbazi (Lettonia) che giunta in Puglia non se n’è più andata e si è stabilita a vivere a Specchia, nel sud Salento: “Appena arrivata cominciai a dipingere i paesaggi italiani: l’ecomostro di Tricase Porto, per esempio… ”, afferma Agnese. L’artista si inoltra nella sua ricerca estetica nella maniera più sincera possibile, ibridando e sovrapponendo i paesaggi del luogo natio che si porta dentro e nella pelle con quelli nel cuore del Mediterraneo nella terra d’accoglienza e allo stesso tempo frugando nell’inconscio dell’uomo contemporaneo “in cerca di se stesso” come se fosse una matrioska dai colori sgargianti.

Fino a tutto settembre propone ne “L’altro lato” le ultime opere a Palazzo Coluccia (via Matteotti, 48, Specchia), una grande, vecchia casa con giardino di palme altissime nel centro antico del paese, che ancora conserva gli echi del lavoro di secoli, le voci, i rumori, col suo frantoio e il palmento. Agnese è un’artista cosmopolita che ha proposto la sua arte nel mondo: Verona, Bologna, Tricase, Riga, Valmira e Solacgriva (Lettonia), Lecce, Metaponto, etc.

La sua non è una pittura di facile decodificazione e ogni password che ti procuri per “entrare” nel suo mondo può essere relativa. Lo sguardo è puro, e quello interiore, che si sostanzia in un format psicanalitico, impietoso quanto privo di orpelli e facili soluzioni. L’artista riesce così a catturare l’ambivalenza della natura dove si ascolta il respiro dell’uomo, vedendola quasi in termini antropomorfi. Rende materiali le idee come se le estrapolasse dall’Iperurano dove vagano libere e senza mèta. E tuttavia esse tormentano l’uomo spingendolo in una dimensione angosciosa, una palude concettuale in cui si dimena inquieto “senza uscita” (titolo dell’opera accanto), mentre vuole di “scoprire quello che già c’è”.

La pittrice lettone cita, a supporto della sua percezione artistica, Sol LeWitt (1928-2007) artista americano teorico del minimalismo e del concettualismo. Postulati con cui si contamina con intensità e abbandono, ma che poi personalizza in scelte di colore, sviluppi e contenuti assolutamente originali. “Le idee sono essenzialmente simili alle cose – teorizza a proposito di 6 tele 150×150 proposte sotto il titolo <L’altro punto di vista> – che senza la presenza umana sono impersonali. L’idea è alla base di ogni cosa, occupa forma, materia e colore. Ma in tutto questo c’è l’uomo in mezzo, a fare da interfaccia tra idee e forme. Senza la presenza umana, l’idea resta nello spazio. Le idee sono la fonte di tutto, esistono in natura e sono state messe in atto prima di noi”.

Le idee dunque l’input della sua arte, che a un certo punto diviene impellente, incontenibile. Aggiunge Agnese: “Nei miei quadri si riflettono le cose che mi scatenano un prurito interiore che non mi dà pace e da cui noi non riesco a scappare. Prima o poi emerge dall’inconscio sotto forma di immagine. Perchè il titolo <L’altro lato>? Osservando i miei quadri si vede che sono composti da due strati, uno copre l’altro. Uno è più vicino dell’altro, più importante dell’altro. E’ l’uomo a essere meno importante, ho spostato l’uomo nell’altro lato, nel piano più lontano. A differenza della tematica <L’altro punto di  vista>, dove l’uomo era al centro della ricerca, questa volta ho lavorato con lo spazio intorno all’uomo. L’altro lato è quello senza la presenza umana. Una dimensione difficile da spiegare, non trovi le parole…”. Forse perchè l’inconscio dell’uomo è torbido e indecifrabile? La ricerca di Agnese Skujina continua…       

Francesco Greco


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