Torre Pinta

Dalla civiltà alla campagna e vice-versa, un indefinito e per certi versi enigmatico andirivieni in cerca di una forma di protezione e sicurezza il cui concetto cambia notevolmente nel corso dei secoli. Le  dimore luminose e spaziose delle città non sempre riuscivano ad offrire quel senso di tranquillità che invece infondevano delle cavità naturali o artificiali, scavate all’interno di canali obliati dalla vegetazione, in prossimità di rivoli o corsi d’acqua. È il fenomeno dei villaggi rupestri, abbondanti in tutto il Salento.

Tra tutti, quello di Otranto spicca per una maggiore caratterizzazione di questa forma di “trogloditismo dell’uomo evoluto”, in un intervallo di tempo che spazia dall’età arcaica a quella bizantina. Diverse le tipologie di ipogei, smisurate il numero di grotte e ripari in un’area molto vasta, strutture enigmatiche dalla funzione ancora indefinita.

Regina del mistero e dell’enigma dall’occulta soluzione è Torre Pinta, una masseria antichissima ripresa in più epoche per giungere al XX secolo come un rudere nel casato della famiglia De Donno. Una potenzialità che non poteva rimanere inespressa quella di questo luogo suggestivo e incantevole, sfociata presto, per un gioco di necessità e relazioni interfamiliari, in un agriturismo ricercato e rinomato, conosciuto soprattutto per l’ottima cucina e l’ospitalità di chi lo amministra e gestisce.

Durante i lavori di recupero, nel lontano 1967, l’architetto Antonio Susini riporta alla luce una struttura ipogea straordinaria, tutt’oggi oggetto di studio. Un dromos di 33 metri che termina in prossimità di tre absidi a raggiera, voltati a botte come il corridoio d’accesso, raggiungibili da alcuni scalini. Un gradino-sedile delimita il perimetro del dromos, dal quale si apre l’ingresso ad un secondo ambiente di forma circolare e dalla funzione ignota. Una cupola, in prossimità dei tre absidi, crollata intorno al XVII secolo, periodo in cui venne sostituita da una torre colombaia. Una sola costante tra queste due strutture di epoca così differente ma apparentemente molto simili: decine di centinaia di nicchie.

Torre Pinta, dromos di ingresso

Torre Pinta, dromos di ingresso

Un elemento insolito nelle architetture rupestri salentine che trova alcuni riscontri in poche strutture di epoca romana destinate all’uso di colombario: l’ipogeo della colombaia dell’antico villaggio di Spiggiano, in agro di Presicce, l’ipogeo in prossimità di masseria Santa Barbara, nella Valle dell’Idro, e il vano in superficie in prossimità di Masseria Cupelle di Ugento (solo per citare alcuni esempi).

La possibilità che la struttura originaria possa essere annoverata ad un tempio di contaminazione ellenistica, o a quello di una cultura arcaica, il cui ingresso si allineasse con il disco solare al tramonto nel giorno del solstizio d’estate, consentirebbe di datarla, tenendo in considerazione lo sfasamento dovuto alla precessione degli equinozi, intorno al X sec. a.C.

Torre Pinta, interno

Torre Pinta, interno

Un’ipotesi destinata a restare tale fino a che non verranno riportate alla luce delle prove atte a sostenerla o ad abbandonarla definitivamente. L’assenza di analogie con altre strutture in territorio italiano e non, impedisce la formulazione di ulteriori congetture. Impossibile al momento definire quindi periodo di edificazione, funzione, usi e periodi di fruizione del bene, chiuso e obliato, ad accessione della successiva colombaia, fino alla seconda metà del XX secolo.

Accanto all’ipogeo principale se ne rinviene un secondo caratterizzato da fenomeni di crollo molto simile al primo con cellette e, a breve distanza da questi, scavato nel fianco della collina di forma prettamente circolare, un terzo con evidenti tracce di intonaco, definito agorà.


Marco Piccinni


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