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San Martino, il capodanno celtico nella festa del vino novello

San Martino… chi era costui? Cosa crediamo di sapere davvero sulla figura di un Santo divenuto importantissimo nell’Europa occidentale? Al secolo Martino di Tours, festeggiato l’11 Novembre, il cavaliere romano che donò metà del suo mantello ad un povero mendicante che gli rivelò successivamente in sogno di essere Gesù Cristo divenne rapidamente simbolo di grazia, bontà e carità in tutto il mondo cristiano e non.  Quella stessa mantella, la cappa, ricongiuntasi con la sua metà recisa, venne considerata alla stregua di una  sacra reliquia, conservata in una stanza dalla quale prese il nome,  “cappella“,  e sorvegliata da un “cappellano.”

San Martino in un affresco di Simone Martini - Fonte: Wikipedia

Divenne rapidamente un simbolo per tutta la Francia,  patrono della sua monarchia, punto di riferimento per la dinastia Merovingia e una figura importantissima anche per i più piccoli ai quali distribuiva piccoli doni o fruste a seconda della condotta assunta durante l’anno. Chissà se questa sua attività non abbia acceso dei dissapori con il collega San Nicola che si vedeva derubato della sua attività dopo anni di onorato servizio.

Educato tra idoli pagani, Martino si discostò dal credo dei suoi famigliari per abbracciare il Cristianesimo divenendo un intransigente evangelizzatore. Abbandonò la carriera militare nell’esercito romano; divenne un potente taumaturgo; affrontò in una smisurata collezione di aneddoti e leggende  il demonio, vincendolo, e il luogo della sua sepoltura, Tours, divenne un importante meta di pellegrinaggi

I festeggiamenti in onore di questo santo, che oggi sopravvivono principalmente in Francia, nel Salento e in pochissimi altri centri, sarebbero da ricondurre a quelli del capodanno celtico, ricorrenza che durava all’incirca una decina di giorni a partire dal primo di Novembre, nel mese del samain, quando i semi giacciono nel terreno, negli “inferi”, in attesa di rinascere a nuova vita in primavera. Nel samain si riprendeva l’attività giudiziaria, agricola, economica all’insegna di un nuovo periodo, un rinnovamento, la cui transizione sarebbe durata poi fino al mese di Aprile. Ma qual’è il legame tra un’importantissima figura della Cristianità e la ricorrenza di una religione pagana?

Dalla Pannonia, terra celtica che diede i natali a Martino nel 316, si diffuse la venerazione  un dio cavaliere che indossava una mantellina corta nera e che cavalcava un cavallo dello stesso colore. Era colui che vinceva sugli inferi, sulla morte, che garantiva il rinnovamento e la rinascita della natura al termine di ogni stagione invernale. Ed ecco che il cavallo si tinge di bianco, gli inferi si antropomorfizzano nel demonio da sconfiggere e il cavaliere diviene sempre più somigliante a Martino. La sovrapposizione avvenne quasi con naturalezza e quella che la chiesa temeva come un potente culto pagano, difficile da sradicare, divenne ben presto il passato di uno dei santi più amati delle prime comunità Cristiane in occidente.  Divenne protettore della gente di Chiesa, dei soldati e dei cavalieri, dei viaggiatori, degli osti e degli albergatori, dei vignaioli, dei vendemmiatori e di molte confraternite.

La collocazione temporale delle celebrazioni in onore del santo lo ha reso anche indissolubilmente legato al vino novello tanto che un famoso detto recita: “a San Martino, ogni mosto si fa vino“. Gli anziani di un tempo attendevano con trepidazione questo giorno, durante il quale avrebbero potuto assaggiare il vino novello nelle puteche de mieru. E assaggiarlo così ripetutamente da non poter quasi essere in grado di ritornare a casa con le proprie gambe ebbri di alcool e di felicità. E non c’è da dargli torto dato che il vino del salento è stimato da sempre come un prodotto eccellente anche se poco conosciuto. La parola stessa che si utilizza, mieru, basterebbe come garanzia. Il termine deriva da miere, dal latino mierum, che indica schietto, puro. Presso i romani il vino aveva solitamente una consistenza ed un gusto poco piacevole, tanto da dover essere trattato dai cosiddetti “mesciatori” con aromi e miele al fine di addolcirne il sapore. I vini che non subivano questo trattamento veniva indicati come “vino miere”, da cui mieru.

Gli stessi principi Gallone, abili commercianti di olio lampante e signori di Tricase, ebbero la possibilità di apprendere quanto apprezzato fosse il nostro vino. Queste importanti testimonianze ci sono pervenute grazie ad una serie di epistole inviate da Napoli da Giuseppe Gerardo Gallone nel 1788:

6 Settembre 1 788 A D. Antonio Gargasole – Gagliano

Con la presente occasione devo partecipare un fatto accadutomi mattine addietro: ritrovandomi a pranzare con varie Dame e Cavalieri con i quali venuto a discorso de’ vini del Regno, lodai all’eccesso il vino da lei fattomi assaggiare nella mia dimora nello Stato, ed essendomi un po’ troppo avvanzato a lodarlo, con esser giunto a dire che era superiore a qualunque vino forestiero, fui preso in parola da una Dama e obbligato a promettere di farglielo assaggiare. Da questo impegno lei solo può farmene uscire con onore e perciò l’avanzo le premure di rimettermene qualche poco, ma del più eccelente e superiore che si ritrova avere, facendosi carico delle circostanze in cui mi trovo.

6 Dicembre 1 788 Sig. Agostino Foresio – Tricase

Mi scrive D. Antonio Gargasole di aver consegnato ad uno dei miei guardiani li promessimi quattro bambolotti di vino ben cautelati e sugellati e me ne descrive la qualità. Vi prego di spedirli a Gallipoli e farli imbarcare per Napoli.

6 Dicembre 1 788 A D. Antonio Gargasole – Gagliano
Passo a renderli li dovuti ringraziamenti nella certezza di dovermene fare onore alla dama la quale sarà costretta a confessare che nel Regno abbiamo vini capaci di star a fronte dei migliori forestieri.

L’11 Novembre segna un incontro-scontro tra due religioni, due culture, due modi differenti di vedere e interpretare il creato, la vita: il mondo Cristiano e quello Celtico, così diversi ma al contempo fusi in un’unica grande celebrazione. E’ curioso però pensare come San Martino, che tanto lottò contro i celti imponendo l’abbattimento degli alberi a loro sacri durante la sua attività di evengelizzazione, sia arrivato a impersonificare una divinità di quella religione contro la quale si era duramente battuto.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA

Alfredo Cattabiani – Calendario le Feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno – Mondadori (2003)

ALFREDO RAELI, N. VACCA – Rinascenza Salentina. (Archivi del Castello di Tricase)


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