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Il contributo dei salentini alla Resistenza

In ricordo di Maria Tersa Sparascio nella ricorrenza

del 110° anniversario della nascita

di Francesco Accogli

Dedicato all’On. Teresa Bellanova

Viceministro allo Sviluppo Economico

Onorevole Teresa Bellanova_daticamera

Onorevole Teresa Bellanova

PREMESSA

Il 25 aprile 2016 ricorre il 71° anniversario della festa della Liberazione e il 110° della nascita di Maria Teresa Sparascio [Caprarica del Capo – (Tricase), 16.10.1906, Langhirano (Parma), 07.10.1944) staffetta partigiana tricasina.

Il 25 Aprile è la festa della Libertà, è la festa della Democrazia, è la festa della Liberazione dal nazifascismo. E’ una festa che ci deve vedere tutti uniti, al di là delle proprie ideologie, e che non dobbiamo mai dimenticare.

Il 25 aprile del 1945 è stata una giornata importante nella storia d’Italia e d’Europa; è uno spartiacque indiscutibile nella storia del Novecento. Pertanto, sono giuste le celebrazioni e le commemorazioni, ma è ancora più giusto e necessario il bisogno profondo di conoscenza e di scoperta di una grande esperienza umana, ricca di valori autentici e di messaggi sempre attuali.

Il 25 aprile è una giornata che non può assolutamente essere ignorata e dimenticata. La memoria, però, non deve essere intesa come puro esercizio intellettualistico o come semplice ricordo, ma come base del nostro agire quotidiano, inteso ad allargare lo spazio dei diritti civili e sociali, della convivenza pacifica, dell’interesse pubblico e collettivo, dell’educazione alla legalità, della ricerca continua della pace nella libertà.

Settantuno anni fa, grazie al coraggio di tanti partigiani e di tanti soldati, grazie ad un popolo che riprendeva in mano il proprio destino, l’Italia veniva liberata dai nazisti e dai fascisti, si incominciava ad “assaporare il piacevole gusto” della Libertà, nasceva così la Democrazia, e l’anno dopo la Repubblica (2 giugno 1946) e successivamente (1 gennaio 1948) entrava in vigore la Carta Costituzione. I valori dell’unità nazionale, della libertà, della giustizia sociale e della pace che nella Costituzione sono sanciti, sono valori universali che non possono e non devono essere soggetti a contesa politica, così come è assolutamente fuori luogo equiparare fascismo e antifascismo, perché la nostra libertà e la nostra democrazia nascono dall’antifascismo e non possono prescindere da questo.

LA RESISTENZA IN EUROPA E IN ITALIA

Ė doveroso di ricordare, anche se solo di sfuggita, che la Resistenza italiana, a differenza degli altri movimenti europei, deve essere considerata sotto termini cronologici assai più ampi. In Italia essa è coeva al fenomeno stesso che combatte, e precede di due decenni l’analoga manifestazione negli altri paesi d’Europa. Anche se abitualmente riconosciuta in questo primo periodo come “antifascismo militante” o come “opposizione democratica” alla dittatura, essa non può non andare compresa sotto il termine più generale di Resistenza.

La Resistenza in Italia è stata, prima di tutto, Antifascismo; essa non è iniziata con l’8 settembre 1943, ma, se vogliamo prendere in prestito una data, è iniziata il 10 giugno 1924, dopo l’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, quale chiara espressione di opposizione al fascismo e al potere di Mussolini.

Dinanzi alla statica e legalitaria opposizione parlamentare, i primi nuclei di cultura e di azione antifascista si costituirono nel Paese poco dopo il caso Matteotti, quali l’associazione “Italia libera” a Firenze, per iniziativa di ex combattenti, e l'”Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche” a opera del deputato Giovanni Amendola, che morirà in Francia in seguito alle percosse subite dai fascisti. Lo stesso destino incontrerà il giovane torinese Piero Gobetti, che a Torino redigeva il periodico “Rivoluzione liberale”.

Un altro gruppo di intellettuali, i futuri fondatori del movimento “Giustizia e Libertà”, si raccoglieva a Firenze attorno al periodico clandestino “Non mollare”, provocando le ire sanguinarie del locale fascio.

Venne così soffocata la vita politica in Italia; essa si ridusse clandestina o si trasferì all’estero. Si sviluppò allora quel fenomeno dei “fuorusciti”, cioè l’emigrazione forzata di un’elitè intellettuale e politica (come non ricordare Turati, Nitti, Don Sturzo, Salvemini, Sforza, Ferrero, ecc., ecc.), costretta a vivere in esilio. In questi primi vent’anni circa, dal 1924 al 1943, la Resistenza italiana fu lotta al fascismo, fu lotta contro la dittatura di Mussolini. Come non ricordare ancora uomini come Antonio Gramsci, Pietro Nenni, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, solo per fare qualche nome.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, il ventennale antifascismo di una minoranza consapevole si tradusse nel sentimento dilagante del popolo italiano: il fascismo fu abbandonato, se non da tutti (in quanto numerosi erano pur sempre gli irrimediabilmente compromessi o i fanatici), dalla maggior parte del popolo italiano; anche se a sacrificarsi e a combattere fossero ancora i pochi cui la formazione culturale, la maturazione politica fatta in lunghi anni di guerra, e la stessa scelta che necessariamente s’imponeva fra le due parti in lotta, imposero di raccogliere le armi per combattere contro il nazifascismo.

Diversamente dai moti del primo Risorgimento, “di quel fatto impossibile che è l’indipendenza e l’unità italiana compiute da un pugno di intellettuali e di idealisti”, le lotte partigiane, le lotte per la Resistenza combattute tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, presentano, per la prima volta nella storia d’Italia, il carattere di movimento popolare di ampio respiro per aver saputo aggregare vaste masse di operai, artigiani, contadini, intellettuali, donne, ragazzi, militanti di partito.

Questa coscienza della libertà, penetrando in ogni strato sociale della nazione, valse ad identificare la Resistenza nel nostro secondo Risorgimento. In virtù di questa rinata coscienza patriottica del popolo italiano, germinata sul tronco della grande tradizione risorgimentale, il nostro Paese poté conoscere una nuova stagione di libertà e rivivere per la seconda volta il suo riscatto nazionale e patriottico. Così, mentre il primo Risorgimento unificò e rese indipendente un Paese spezzettato ed asservito da secoli ad una pletora di più o meno grandi principati, il secondo Risorgimento (la lotta partigiana, la Resistenza, la Liberazione) lo affrancò dal regime dispotico che lo aveva gettato nell’avventura di una guerra non voluta e, al tempo stesso, lo sottrasse al pericolo di essere assoggettato ad una barbarie peggiore: quella nazista.

LA RESISTENZA IN PUGLIA E NEL SALENTO

Quale è stato il contributo della Puglia e del Salento alla Resistenza?

Nel Mezzogiorno la resistenza militare e civile assunse un carattere «patriottico» e spontaneo. Gli italiani in Puglia non si divisero e si assistette a forme eroiche e coraggiose di opposizione alla violenza nazista che ebbe un carattere punitivo e razzista come attestano le note vicende di Cefalonia in Grecia, di Barletta, e di tanti altri centri della Puglia e della Basilicata. Centinaia di pugliesi persero la vita nella resistenza antinazista, molti altri morirono nei campi di concentramento, migliaia di soldati pugliesi mantennero alto l’onore e il giuramento prestato, furono catturati nei Balcani, nelle isole dello Jonio e dell’Egeo e deportati dagli uomini di Hitler.

Nel Salento si costituirono le prime formazioni militari che combatterono con coraggio a fianco degli Alleati contro i nazisti (battaglia di Montelungo, liberazione di alcune città del Nord Italia). Una delle più belle pagine della Resistenza italiana è stata scritta dai pugliesi alle Fosse Ardeatine (basti ricordare il medico Ugo Baglivo di Alessano, Maria Teresa Sparascio di Tricase, morta a Langhirano, in provincia di Parma e tanti altri ancora).
E sebbene la nostra regione sia accreditabile di una notevole tradizione anti-fascista, è vero anche che al momento dell’armistizio non poté disporre di un’efficiente organizzazione di lotta perché erano mancati agli antifascisti il tempo e le condizioni materiali per prepararla.

Ma è vero anche che molti intellettuali come Tommaso Fiore, Gaetano Salvemini, Vincenzo Calace, Antonio Lucarelli, Michele Cifarelli, Vito Mario Stampacchia, Carlo Mauro, Pantaleo Ingusci e tanti altri ancora, anche dal carcere e dal confino avevano fornito lezioni esemplari di antifascismo per i giovani ed erano riusciti ad allargare il dissenso e a penetrare non solo tra gli studenti, bensì tra le file dei lavoratori, sicché, sebbene molti lo ignorino, “le isole e i confini erano popolati anche da pugliesi, da capi e operai comunisti e di altre idee, tutti uniti per la stessa battaglia”.

Analogo discorso deve essere fatto per il nostro Salento. Personalmente concordo con quanto scritto e affermato, più volte, dal prof. Salvatore Sicuro, già Presidente Provinciale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Lecce. Il prof. Sicuro affermava: “E’ opinione assai diffusa che ben poco il Sud, la Puglia e il Salento hanno dato a quel vasto movimento popolare, armato e non, che dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 ha visto i figli migliori d’Italia, civili e militari, a contrastare con tutti i mezzi la barbarie e la tracotanza nazifasciste. Se è vero che la sorte ha voluto risparmiare alla nostra terra le dolorose esperienze delle stragi, delle rappresaglie e delle deportazioni che insanguinarono le regioni dell’Italia centro-settentrionale, è altrettanto vero che assai alto è stato il contributo dei soldati e dei civili originari del Sud sorpresi dagli avvenimenti del settembre ‘43 nel Centro-Nord, nei Balcani e in tutti i territori occupati dai nazisti; un contributo rilevante per la sua entità e consistenza numerica è certamente ben degno di collocarsi a fianco del sacrificio delle popolazioni e dei combattenti del Centro Nord”.
E a questo proposito, in occasione del 40° anniversario della Liberazione, giustamente l’ANPI di Lecce, d’accordo con il Presidente di allora, l’indimenticabile pittore partigiano Enzo Sozzo, pubblicava il volume dal titolo “Il Salento per la Libertà e la Pace”, nel quale c’è una documentazione certa e inconfutabile della partecipazione dei salentini alla Resistenza nazionale antifascista.

Il Salento per la libertà e la pace, copertina

Il Salento per la libertà e la pace, copertina

Da pag. 21 a pag.39 viene precisato “Il contributo dei Leccesi alla Resistenza antifascista”, e la partecipazione dei nostri conterranei sia morti che vivi alla lotta di liberazione; da pag.41 a pag.69 vengono pubblicati i nomi dei “Partigiani e Patrioti Leccesi decorati al valor militare”, con la citazione del relativo Comune di appartenenza. Non intendo ripete il lungo elenco dei nomi e delle comunità salentine. Chi è interessato può farlo da solo. Quello che, invece, mi interessa ricordare è il fatto che la partecipazione anche dei Salentini alla lotta di liberazione è in larghissima misura la somma di tante vicende individuali, di tante scelte di vita, di tante presenze singole in tutti i settori di attività che il movimento di resistenza seppe opporre al fascismo. Tanto più significativa è questa partecipazione ove si pensi che essa è la testimonianza di giovani, di giovani contadini, braccianti ed artigiani, allevati dalle famiglie per essere soprattutto dei buoni figli, dediti al lavoro, nella dura scuola della campagna e della bottega artigiana. Il fascismo li aveva mascherati da guerrieri, voleva farne degli oppressori di altri popoli, di altri contadini o artigiani. Essi però nel momento cruciale della scelta decisiva si schierarono con altri contadini, con altri artigiani o operai che magari parlavano una lingua o un dialetto diversi, ma con i quali seppero tuttavia intendersi e collaborare per conquistare la pace nella libertà.

Grazie proprio a questo volume dell’ANPI di Lecce, dove a pag. 75 viene citata una partigiana tricasina, Maria Teresa Sparascio, alcuni anni dopo sono riuscito, con il contributo e la disponibilità della famiglia, a ricostruire la vita e la storia dell’unica staffetta partigiana salentina.

Questa ricerca, utile per la comunità tricasina e salentina, è stata da me voluta quale omaggio a tutte le donne che hanno preso parte alla Resistenza e alla lotta partigiana. È un dato inconfutabile che in nessun periodo della storia dell’Italia unita le donne ebbero l’opportunità di testimoniare, nella forma più completa e differenziata, le innate qualità di intelligenza, di coraggio, di fermezza d’animo e di spirito di sacrificio.

Francesco Accogli

Note Biografiche su Maria Teresa Sparascio


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