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La grotta del tam tam

Tam tam.

Avete sentito?

-No, cosa?

Tam tam,…tam tam,…tam tam.

-E adesso? Avete sentito?

-Si si, sembra quasi il rumore di …, il rumore di…

-un tamburo!

Un brivido percorre la schiena di quest’uomo costretta in una posizione assurda, quasi innaturale, nello stesso istante in cui quella parola è emessa, senza nemmeno rendersi conto se avesse avuto o meno il tempo di essere pensata, concepita in un contesto nel quale, se ragionata anche un secondo, sarebbe apparsa completamente fuori luogo e del tutto irrazionale. Una goccia di sudore scava una piccolo solco sulla pelle ancora giovane, è freddo, ma si adatta immediatamente alla forte umidità. Il corpo è immobile, quasi incastrato nella fredda roccia. Tutto è buio, completamente buio, solo una torcia di media gittata riesce ad illuminare a poca distanza dal suo utilizzatore, quà e là, dove capita, intercettando nel suo cammino incerto un’ombra. Si muove irregolarmente, quasi a voler fuggire dal raggio luminoso. Poi un paio di occhi, rossi, come il fuoco, li di fronte a lui.

-Cè qualcuno? C’è qualcuno!

1985. L’uomo costretto in uno stretto cunicolo di una grotta ipogea si chiama Isidoro, Isidoro Mattioli e questo è l’inizio di una leggenda, quella del tam tam della Grotta del Serpente.

Il dialogo, immaginato da chi scrive, sintetizza sommariamente quanto deve essere accaduto in pochi istanti, quando quella che probabilmente è stata una mera percezione, falsata dall’alterazione dei sensi all’interno di un ambiente per il quale l’uomo non può giovare degli adattamenti predisposti dalla selezione naturale nel corso dell’evoluzione, divenne da li a poco una vera ossessione.

Una prima esplorazione nel 1975 di una nuova cavità, ribattezzata dagli scopritori come Grotta del Serpente,  accedibile tramite un ampio pozzo che si dirama rapidamente in un cunicolo stretto e obliquo rispetto alla verticale di discesa,  aveva già inculcato nel giovane speleologo, reduce della scoperta dell’importantissima Grotta dei Cervi ad appena poche centinaia di metri di distanza, insieme agli inseparabili compagni di avventura Remo Mazzotta e Saverino Albertini, una strana idea in relazione a quel rumore che sembrava tutt’altro che naturale. Successive esplorazioni della cavità negli anni che seguirono renderanno quell’innata idea una vera e propria ricerca maniacale per un entità, accusata del tam tam, che assumerà una connotazione fisica ben definita: alta 80 cm, un cranio ovale e appuntito, due occhi che emettono una fluorescenza rossastra.

omino occhi rossi tam tam

Fonte: http://wallpaperswa.com/

I compagni di Mattioli, testimoni dell’accaduto, per anni hanno cercato di ridimensionare la faccenda, collocandola in un contesto più reale e probabilmente più verosimile. Saranno dei tassi Isidoro!

Ma un’ossessione non sarebbe tale se non coltivasse in chi si insinua un’affannosa ricerca dell’impossibile materializzato sul reale. Mattioli è convinto di quello che ha visto e coinvolge la stampa pubblicando un resoconto dettagliato sulla Gazzetta del Mezzogiorno dell’1 Febbraio 2000, spronando l’attenzione di figure di spicco del mondo accademico e scientifico, come Giuseppe Colaminè del CUN Lecce, il paletnologo Anati, la geologa Carrozzo e il giudice Maritati.

Nel 2006 Isidoro Mattioli comincerà il suo viaggio eterno nell’oscurità, senza l’inseparabile torcia che accompagna fedele come nessun altro compagno la vita di uno speleologo, con la convinzione di aver avuto un contatto con una forma di vita a noi sconosciuta. La stessa che secondo alcuni uomini dotati di una spiccata fantasia avrebbe contribuito alla realizzazione dei pittogrammi nella Grotta dei Cervi, i quali vedrebbero protagoniste popolazioni locali catturate da civiltà aliene atterrate da strani oggetti volanti.

La fantasia corre veloce come il suono del tam-tam che nel giro di trent’anni ha alimentato leggende e storie romanzate dagli scenari sempre più indefiniti, impostati sulla falsa riga di quello che Mattioli riteneva di aver visto e udito. Una verità, la sua, custodita ora in una tomba,  e nel buio di quella grotta del Serpente che non vedrà mai più luce, chiusa per sempre dal proprietario stanco del via vai di speleologi e curiosi.

I cunicoli di quella grotta, visitati per i suoi  65 metri solo da 7 persone, rivivono parzialmente nelle 13 foto di Gianni Binucci, anch’egli testimone diretto del tam tam, che ha voluto mostrare in occasione di una piccola conferenza sull’argomento tenutasi nel giardino del bar Astoria a Lecce, insieme all’amico Riccardo Rella, lo scorso 26 giugno.

Pianta della Grotta del Serpente

Pianta della Grotta del Serpente

Tassi, solo tassi, il cui disturbo arrecato da presenze estranee nei meandri della grotta avrebbe indotto nel relativo innato senso di protezione ed autodifesa ad emettere rumori ritmici per tener lontano l’invasore. Questa è la spiegazione di Binucci. Non c’era altro. Non c’è stato altro. Tutto il resto è pura fantasia.

Il sole tramonta, le rondini copiose salutano i partecipanti a questa piccola convention. Molti rimangono con il beneficio del dubbio, certi che la spiegazione, se pur razionale, non sembri sufficiente. Altri chiosano un “lo sapevo io!”. Altri vanno via così come sono venuti, con nessuna pretesa, se non mossi dalla curiosità di qualcosa di cui, a intervalli regolari, come quel tam tam, torna a far discutere di sé.

Marco Piccinni


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