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PERSONAGGI. Fra Ippocrate e Virgilio, don Rocco De Vitis

SUPERSANO (Le) – Erudito e gentiluomo. Medico e appassionato di lettere classiche. Tanto da affrontare, da “traduttore appartato”, tutta l’opera di Virgilio (e non per caso), in endecasillabi, cogliendone le sfumature più intime, ma anche l’amore per la terra, Gea come rifugio contro il male del mondo e l’egoismo degli uomini, la loro stupida, abissale violenza contro se stessi innanzitutto e poi il mondo. Ecco un uomo d’altri tempi, del Novecento “secolo breve” ma denso di tragedie epocali. Un uomo di quelli che oggi si definiscono “multitasking” e che rimpiangi di non aver incrociato nella tua vita. Per arricchirti con la sua umanità, scienza, sapienza, oggi che siamo tutti bravi con Wikipedia.

Personaggi come don Rocco De Vitis non ce ne sono più. E forse anche persone così ricche di gioia interiore, felici d’appartenere alla sua epoca e al mondo, alla terra e alla sue stagioni, al paesaggio mutevole, ai suoi tramonti, alle pietre e agli ulivi, alle erbe e alla sua comunità, che ha servito da medico condotto per mezzo secolo.

Capace di mettere a dimora – nel fondo “Stesi” sulle Serre di Supersano – qualche ulivo, anche in età in cui si ozia, metafora solare dell’estrema fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di darsi altri orizzonti. A riprova di una visione in positivo delle sorti dell’uomo, sul suo futuro, lui che aveva vissuto la guerra da tenente medico in Albania. Una mente illuminata, razionale. Un uomo dinanzi alla cui memoria occorre levarsi il cappello, e tacere.

A ricostruirne la sfaccettata parabola umana e letteraria, magnificamente intrecciate, a 20 anni dalla scomparsa (10 aprile 1911-3 ottobre 1997), ecco “Quando Ippocrate corteggia la Musa” (a Rocco De Vitis medico e umanista), a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, con la sapida presentazione di Mario Spedicato (Università del Salento), Edizioni Grifo, Lecce 2017 pp. 405, s.i.p., collana “Quaderni dell’Idomeneo”, con un emozionante apparato fotografico e le pagine di quaderno delle traduzioni.

Presentazione libro de vitis

Si tratta di una miscellanea di contributi tutti di alto rilievo, piccoli saggi che offrono password per sviscerare e decodificare il personaggio. A iniziare da un toccante ricordo del banchiere Vito Primiceri: De Vitis, in una vita piena di impegno e di interessi, fu sindaco del suo paese e diresse la filiale della Banca Agricola di Matino, aperta nel 1957. Ma edificò anche, a sue spese, una cappella dedicata a San Giuseppe – che poi donò alla parrocchia locale – affrescata dall’artista Ezio Sanapo, .

Gli altri interventi, ripetiamo, tutti di notevole spessore per la materia affrontata in rapporto al personaggio, sono di Paolo Vincenti, Aldo de Bernart, Maria Antonietta Bondanese (moglie di Ruggero, psichiatra, l’ultimo dei quattro figli, gli altri sono Maria Rosaria, Roberto e Wanda), Mario Marti, Gerardo Antonazzo (Vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo), Aldo Bello, Oronzo Cosi, Carla Addolorata Longo, Matteo Greco, Antonio Elia, Gianfranco Esposito, Stefano Cortese, Stefano Tanisi, Vincenzo Vetruccio, Antonio Romano, Cristina Martinelli, Giuseppe Caramuscio, Alessandro Laporta, Remigio Morelli, Giovanni Laudizi, Maria Elvira Consoli, Luigi Bardoscia, Paola Bray, Antonio Errico, Maria Francesca Giordano, Angela Maria Silvestre, Paolo Agostino Vetrugno, Giuseppina Patrizia Morciano, Alessandra Antonella Rita Maglie, Maria Antonietta Epifani, Sergio Fracasso, Antonio Cataldi, Michele Mainardi, Arcangelo Salinaro, Luigi Scorrano.

Il libro è stato presentato, col seguito “Rocco De Vitis medico e umanista di Supersano” (Giorgiani Editore, s.i.p., commossa prefazione della prof. Bondanese), con un prologo, il 12 novembre, a Lecce, Porta Rudiae, con “Enea e Didone” (traduzione di De Vitis), lettura drammatizzata dei ragazzi del Laboratorio Teatrale “Colpo di Scena” (a cura del Teatro dell’Argo).

Un “tribute” dovuto a un uomo ignoto alle folle di bocca buona, frastornate, che si negano la bellezza e la poesia, abbrutite da una medialità superficiale, squallida, feticista (su input politico) ma amato da chi ebbe la ventura di conoscerlo e ora di apprezzarne l’opera e la statura umana. Questa terra è grande anche per i tanti De Vitis silenziosi sparsi nelle sue contrade arse e ispide, che si sono spesi nel silenzio dei loro muri di calce per donarci un’idea di bello che ci appartiene, che è il nostro invincibile patrimonio.

Francesco Greco


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