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La strada della saggezza popolare tra il Menhir Mensi e la “loggia degli sberleffi” a Giuliano di Lecce

Percorrendo le strade del centro storico di Giuliano di Lecce, piccola frazione di Castrignano del Capo, ci si rende conto che qualcosa tra le case del vecchio abitato, nelle antiche strade lastricate di chianche, negli sguardi delle persone che le abitano, rende questo borgo diverso dagli altri.

Non si tratta di particolari artifizi architettonici o ghirigori decorativi ma di una saggezza popolare che trasuda dai mattoni di tufo estratti nelle vicine cave dagli “zzoccaturi” e utilizzata per la costruzione di umili dimore. Una saggezza che spazia tra gli argomenti più disparati: religione, lavoro, vivere in comunità. Una saggezza che parla principalmente il latino, la lingua del clero e dei colti, con la quale sono state incise decine di lapidi sparse tra via Regina Elena e via Verri.

Queste lapidi hanno accompagnato la quotidianità di Giuliano di Lecce negli ultimi 250 anni. Piccoli insegnamenti di vita e di buon costume come:

Vide Manticae quod in tergo est

(Vedi della bisaccia ciò che sta alle spalle)


 

ossia cerchiamo di riconoscere i nostri difetti prima di criticare quelli degli altri. Questo, ci insegna un antico proverbio posto sull’architrave di una finestra. Un modo di dire che molto si addice agli abitanti dei piccoli borghi dove ogni piccolo evento, anche se apparentemente insignificante, fa notizia. Si, è facile criticare gli altri, ma è molto difficile criticare se stessi:

Se pur di me saprete pensate a voi e poi di me direte (A.D.1776)

 

L’arte dello “spettegolare”, nonostante recenti ricerche abbiano dimostrato che sia un ottimo toccasana contro lo stress, è costata cara a molti uomini illustri Salentini che,nonostante addussero lustro alla terra natale con la loro fama, non furono risparmiati da calunnie e dicerie di ogni tipo. Ne sa qualcosa il celebre “Alchimista” Matteo Tafuri di Soleto il quale, nonostante i prestigiosi studi in medicina e scienze naturali e i suoi innumerevoli viaggi in tutto il mondo, veniva additato come uno stregone dal quale stare alla larga. Una sorte ben peggiore è toccata invece a don Liborio Romano di Patù. Nonostante una vita spesa per l’amore della sua terra e il prezioso contributo fornito alla causa risorgimentale del Regno delle due Sicilie, venne considerato da tutti fino alla morte come un traditore del meridione nonché causa di molti dei mali sociali che lo affligerrano fino ai giorni nostri.

Gossip a parte, L’unica possibilità di risollevare dalla mediocrità di un’esistenza segnata da sacrifici e di stenti è sempre stato il lavoro, principale soggetto di molti detti, proverbi e frasi che richiamano l’attenzione dell’occhio del lettore che ha trovato del tempo, nella frenesia che ormai accompagna ogni singolo giorno,  per meditare in silenzio misto a stupore.

Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero” come disse anche lo stesso Charles Darwin. Una frase che con il tempo è stata strumentalizzata per scopi bene meno nobili, divenendo il messaggio di saluto di un campo di concentramento: Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Nonostante il triste epilogo della storia  il concetto di lavoro associato alla libertà ha accompagnato da sempre l’uomo nel suo peregrinare nel tempo. Lo afferma Giovanni Verga nella sua novella “Libertà”, la storia del massacro di Bronte ad opera dei Garibaldini durante la spedizione dei 1000, dopo aver negato ai contadini la terra che era stata loro promessa in cambio del sostegno all’impresa. Lo ribadisce anche il proprietario di un frantoio ipogeo, costruito nell’anno dello scoppio della Rivoluzione Francese, sulla cui porta di ingesso si legge:

Non spe lucri sed liertatis p(osuit)

A(nno)  D(omine) 1789

(Il padrone lo ha costruito non con la speranza del guadagno ma della libertà. Nell’anno del signore 1789)

Nonostante non siano più tra noi, i nostri avi continuano a guidarci con semplici parole, sintesi di secoli di esperienze che come la selezione naturale teorizzata da Darwin, poc’anzi citato, ha posto un filtro nelle generazioni che si sono susseguite nel tempo, privilegiando i savi, i pii, e spesso anche i più furbi.

Noli dirigere somnum  ne te egestas opprimat. Quae parasti cuius erunt lucro sunto

A.D. 1788

(Non amare il sonno affinchè la povertà non ti opprima. ciò che hai messo da parte sia da guadagno per l’erede. Nell’anno del signore 1788)

Non bisogna dunque abusare della buona sorte, è meglio conservare e stipare ciò che è possibile affinchè ne possiamo trovare giovamento in futuro, anche se pur indirettamente. È opportuno resistere anche al proprio istinto, per garantirci ciò di cui potremo aver bisogno all’indomani, come ribadisce anche Donato Serracca:

Durate et vosmet ipsi rebus servate se cundis Donato Serracca

A.D. 1854

(Resistete a voi stessi, conservate per eventi migliori. Donato Serracca nell’anno del signore 1854)

E cosa dire a coloro che non possono tollerare la propria quotidianeità, un’esistenza alla quale ci si è abituati ormai, che si preferirebbe cambiare con quella di qualcun altro che magari vige nella medesima condizione ma che, ai propri occhi, può sembrare migliore, anche per piccoli, inutili dettagli:

Virtus invidiam frangit labor fortunam conciliat humiltas fortiori vincit

(La virtù annienta l’invidia, il lavoro concilia la fortuna, l’umiltà vince la difficoltà)


Ma via Regina Elena non è conosciuta solo per le sue celebri frasi. Ad una delle sue estremità osserva lì, immobile da secoli, il famoso menhir con cappello, il menhir Mensi, realizzato in carparo locale e alto ben 2 metri e 34 centimetri, protetto da un piccolo cancelletto in ferro. Tra le diverse funzioni che sono state attribuite ai menhir vi è quella di segnalare arterie stradali  o centri importanti. In tal caso la sua collocazione non potrebbe essere più azzeccata. Ma se un’estremità di questa magica strada è delimitata da una pezzo fondamentale della storia del Salento, dall’altra parte invece troviamo una struttura apotropaica, la loggia degli sberleffi, realizzata nel 1609 su 15 mensoloni rappresentanti diverse figure che si fanno beffa, per l’appunto, degli spiriti maligni che vorrebbero turbare la quiete domestica, allontanandoli così con le loro smorfie, linguacce e musi lunghi. Alcune delle figure hanno un aspetto che rasenta il grottesco, orecchie da folletto, guancie cadenti, enormi baffi. Altre invece sono estremamente simpatiche. Sono sicuramente rappresentanti diversi instanti della vita di un uomo, da volti che spaziano dalla giovinezza alla vecchiaia, aspetto messo in risalto anche dalla mimetica e dai lineamenti del volto.

Loggia degli sberleffi

Loggia degli Sberleffi – dettaglio

Menhir Mensi

Marco Piccinni


Un commento su “La strada della saggezza popolare tra il Menhir Mensi e la “loggia degli sberleffi” a Giuliano di Lecce

  1. francesco lopez y royo ha detto:

    anni fà furono pubblicati dei quaderni, a cura dell’Associazione Italiana di Cultura Classica – Lecce ,edizioni Congedo, proprio sulle iscrizioni latine del Salento,ben fatti.

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