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Il canale del Ciolo, tra terra e mare, natura e archeologia

Paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore[…]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura [1].

Il paesaggio che fa da cornice al Canale del Ciolo è un susseguirsi di veri e propri monumenti della civiltà contadina: villaggi di capanne litiche circondati da dedali di muretti a secco che si stagliano in perfetto equilibrio su un promontorio proteso verso il mare, dove l’orizzonte in alcune giornate limpide collima con la catena montuosa degli Acrocerauni.

Alcuni terrazzamento del canalone del Ciolo

Le opere in pietra testimoniano una continua lotta tra l’uomo e la natura, con il primo impegnato a liberare spazi coltivabili e arabili anche laddove la seconda sembrava nettamente prevalere.

L’asprezza di queste contrade è stata descritta da Cosimo De Giorgi, che ha percorso stradine campestri per discendere nelle valli e nei burroni, arrampicandosi tra i sassi delle colline che fiancheggiano l’Adriatico e la vegetazione tipica della Macchia mediterranea che copre di verde tutto l’altopiano: bisogna tentare una ginnastica da scojattoli, scriveva lo studioso-viaggiatore, per osservare i burroni profondi e tanto pittoreschi del Ciolo e di Novaglie, che somigliano alle gravine di Castellaneta nel Tarantino, e per visitare le grotte delle Prazziche, molto sollevate sul mare, di fronte all’immenso mare di Leuca[2].

Il sentiero, ora perfettamente fruibile, si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia da Punta Palascìa (presso Otranto) alla catena montuosa degli Acrocerauni e al profilo erto dell’isola di Othonoi (Fanò).

Falesia del Ciolo

Sulle alte falesie del Canalone del Ciolo, sospese tra Terra e Mare, si affacciano tante cavità che da sempre hanno offerto riparo e protezione ad uomini ed animali.

La stessa località è stata intensivamente indagata, negli anni ’60, da un’equipe di archeologi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, coadiuvata da alcuni gruppi speleologici locali, con ottimi riscontri dal punto di vista della conoscenza della Preistoria salentina.

I depositi rinvenuti all’interno delle grotte hanno conservato importanti reperti archeologici e faunistici che attestano una loro frequentazione fin da epoche molto remote.

Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una cavità naturale che si apre a 35 metri sul livello del mare lungo il costone sud-occidentale del Canale del Ciolo. Si tratta della Grotta dei Moscerini, così definita per via del cunicolo orizzontale infestato dai moscerini[3]. Nel 1962 fu effettuato un piccolo saggio di scavo che ha messo in evidenza tracce di un focolare e numerosi frammenti di vasi ad impasto dell’età del Bronzo[4]. Dieci anni dopo, nel 1972, venne rilevata dal Gruppo Grotte Milano, condotto da Adriano Vanin, che segnalava la presenza non solo dei moscerini ma anche di nasse utilizzate dai pescatori del luogo[5].

Grotta dei moscerini – interno

A poche decine di metri di distanza, su una quota un po’ più elevata (60 metri s.l.m.), inglobata in una proprietà privata, si individua una cavità il cui ampio ingresso è chiuso da un muretto a secco. L’ambiente interno ospita un vetusto albero di fico che pare abbia trovato il suo habitat ideale, mentre delle buche nel sedimento di terra indiziano la presenza di piccoli mammiferi assopiti nel lungo letargo invernale. La grotta è costituita da un ampio ingresso, da cui si dirama un corridoio il cui sviluppo si segue con lo sguardo per pochi metri. Un altro cunicolo, di ridotte dimensioni, si apre a circa tre metri di altezza sulla parete a sinistra. Frammenti di ceramica ad impasto protostorica e acroma di incerta datazione si rinvengono qua e la sparsi sia sulla superficie interna della grotta che sul terrazzamento antistante.

Cavità naturale lungo la falesia del Canale

Sull’opposto pendio del Canale del Ciolo si apre, a 62 metri s.l.m., la Grotta Prazziche di Sopra, da alcuni anni attrazione di un noto locale notturno. Lunga 42 metri e larga 6 metri, è stata oggetto di due campagne di scavo svoltesi nel 1964 e 1965, che hanno messo in luce una stratigrafia con abbondante fauna (cervi, volpi, cavalli e bovidi) in associazione con industria litica su calcare forse del Paleolitico superiore. Di estrema importanza archeologica è il rinvenimento di industria neolitica legata a tecniche di lavorazione paleolitiche, che dimostra il lento processo di neolitizzazione della popolazione indigena, rispetto ad altri gruppi umani della penisola già assimilati dalla nuova cultura neolitica.

I rinvenimenti più importanti da Grotta Prazziche sono stati effettuati dall’archeologo Borzatti Von Lowenstern. Si tratta di due oggetti con testimonianze di arte mobiliare: un osso fluitato dipinto a macchie rosse ed un ciottolo graffito.

Un’altra cavità che ha conservato per millenni frammenti di storia umana è la Grotta della Serratura, in località Fogge, a nord del canalone. Anche in questo caso le indagini di superficie hanno rilevato la presenza di un deposito che consisteva in ceramica riferibile a diverse fasi dell’età protostorica[6].

A conclusione di questa breve disamina su alcune grotte ad interesse paletnologico del Canale del Ciolo, si riporta una riflessione di Marco Piccinni, tratta da un contributo sulle Grotte Cipolliane, quanto mai di attualità in quest’ultimo periodo[7]:

Teniamo in mano questo filo, quasi come delle moderne Parche che vogliono giocare con il destino degli uomini. Decidiamo di non reciderlo affinché possa continuare a connettere il nostro presente con il futuro che verrà. Gli dei ci hanno osservato per tutto il tempo da dietro un cespuglio, ci invidiano, vorrebbero questo luogo per sé. Ma il loro tempo è finito, lasciamo lo spazio agli uomini ormai, tutto questo è nostro! Facciamone buon uso.

 

Marco Cavalera

Articolo già pubblicato su Associazione Archès

Bibliografia:

 

Cavalera M., Piccinni M., Il complesso delle Grotte Cipolliane in Controcanto. Rivista culturale del Salento, Anno VIII, N. 4 (dicembre 2012), pp. 11-12, Alessano 2012.

Cazzato V., Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento, in Oltre il giardino. Le architetture vegetali e il paesaggio, a cura di Guerci, Pelissetti, Scazzosi, 2003.

De Giorgi C., La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce, 1888.

Palma di Cesnola A, Borzatti Von Lowenstern E. 1962. Provincia di Lecce, Marina di Novaglie e Ciolo (Comune di Corsano), Riv. Sc. Pr. 17 : 1 – 4.

Sammarco M., Le grotte preistoriche del Capo di Leuca. Primo contributo alla carta archeologica, in Grotte e dintorni, Anno 2, N. 4, pp. 64-65, Fasano 2002.

Vanin A. , Breve campagna nel Salento, in Il Grottesco. Notiziario del Gruppo Grotte Milano, n. 28-29 (1972-73), pp. 16-24.



[1] Cazzato 2003.

[2] De Giorgi 1888.

[3] Vanin 1972-73.

[4] Sammarco 2002.

[5] Vanin 1972-73.

[6] Sammarco 2002.

[7] Cavalera, Piccinni 2012.


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