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La serra di Montevergine a Palmariggi

Anno del Signore 1595. Un piccolo pastorello porta al pascolo il suo gregge di pecore in contrada Santa Parasceve. Ha una responsabilità molto alta, così giovane, eppure ha avuto il compito dal padre di custodire il prezioso gregge, una risorsa fondamentale per il sostentamento della propria famiglia. Ma gli animali non si possono comandare a bacchetta, bisogna capirli e farsi capire. E per il giovane pastorello alle prime armi il compito si presenta più arduo del previsto, tanto chè, tra il richiamo di una pecora e l’altra, si accorge di aver perso il suo coltellino. “Devo ritrovarlo, altrimenti papà mi sgriderà”, saranno state le prime parole compostesi nella mente del fanciullo. E così, con un occhio alla pecore a l’altro tra i cespugli, si mette alacremente alla ricerca del prezioso oggetto. “«Dove si trova? Ma dove l’ho perso? Papà mi sgriderà!»”.

Una mano allora si porge verso il suo visino sporco di terra e percorso da alcune lacrime. Appartiene ad una donna, bellissima, sembra quasi brillare alla luce del sole. “E’ questo quello che cercavi?” Gli chiede. E il bambino estasiato, senza dire una parola prende delicatamente il coltellino dalle mani di quella Signora comparsa dal nulla. “«Vai, corri a chiamare il parroco del paese e tutti i tuoi concittadini»”, continua con un sorriso. E quel pastorello, inconsapevole protagonista di una storia destinata ad essere tramandata nei secoli, corre via per chiamare tutti i suoi compaesani, proprio come la bellissima Signora gli ha chiesto di fare.

In poco tempo, consci che qualcosa di miracoloso sarebbe avvenuto, il popolo accorre copioso al pascolo e comincia a scavare quasi senza nessun motivo apparente. Ciò che rinvengono lascia tutti di stucco. L’ingresso di una grotta. Il pastorello vi entra ed è lì, che sul lato orientale di quello che appare un antico luogo di culto, rivede l’immagine di quella Signora che tanto gentilmente ha ritrovato il suo coltellino. “«E’ Lei!»” dice a bocca socchiusa, con un filo di voce che nessuno è stato in grado di percepire. Un applauso dei presenti, qualcuno grida “«è un miracolo!. E’ la Vergine Maria»”. Qui sorgerà presto una nuova chiesa.

Quella zona, tempo dopo, sarebbe stata conosciuta come Montevergine.

Quella che venne rinvenuta, in un contesto misto di leggende e realtà, è ciò che resta di una cripta bizantina, ormai priva degli originali arredi, all’interno della quale si intravedono tre affreschi. Il primo, il più importante, è quello di un Vergine, ritoccata, e incastonata in una cornice barocca ovale in pietra leccese. Non distante l’Arcangelo Michele, nell’atto di trafiggere il drago e una Madonna con Bambino.

Cripta di Montevergine

Cripta di Montevergine

La chiesa fatta costruire in occasione del miracoloso ritrovamento venne riedificata nel 1707 e dedicata all’Assunzione, secondo uno stile definito “capriccioso”, in cui si alternano gradinate (le quali consentono di raggiungere la cripta, posta ad un livello più basso rispetto all’ingresso della cappella), spiazzi e balaustre. L’altare principale venne fatto riedificare nel 1727 da don Francesco Vernazza, che decorò con lo stemma gentilizio in mezzo a due angeli che suonano la tromba, e con quattro colonne tortili ornate da motivi floreali.

Chiesa di Montevergine

Chiesa di Montevergine

Nelle immediate vicinanze del santuario, un elemento pagano mescola antiche venerazioni delle divinità della natura e del creato ad un luogo fortemente cristianizzato, un menhir, identificato dal De Giorgi, alto poco meno di 2 metri. Di dimensioni ridottesi nel tempo e reduce da numerosi abbattimenti e tentativi di rattoppo, presenta numerose tacche lungo due spigoli e una cavità in cima, probabilmente utilizzata per l’alloggiamento di una croce. Secondo alcuni, il menhir sarebbe stato eretto lungo il tracciato di un fiume sotterraneo che scorre proprio ai piedi di Montevergine.

Così lo descrive l’illustre salentino nella “Rivista Storica Salentina”:

“E’ in pietra leccese, bene squadrata, ed è smussato in cima. E’ confitto nel calcare compatto. Sulle facce volte ad Est e a ovest vi sono graffite le croci. E’ tutto ricoperto da una fitta patina bianca di licheni.”

Menhir di Montevergine

Menhir di Montevergine

Una Cristianizzazione, quella della Serra di Montevergine, che si è rinnovata in diverse date nel corso dei secoli e che ancora oggi continua inesorabile in quello che per la tradizione di terra d’Otranto è diventato ormai un luogo di culto per famiglie, che cercano la pace fisica e spirituale all’ombra dell’ampia pineta e della contrada rurale arricchita dalla scene della via Crucis scolpite nella pietra e dalla statua del Cristo Redentore, che lasciandosi alla spalle l’azzurro mare che si intravede all’orizzonte, accoglie a braccia aperte il visitatore in un caldo abbraccio.

Cristo Redentore di Montevergine

Cristo Redentore di Montevergine

Il simbolo principale di Montevergine resta però l’imponente monumento dedicato a Maria SS. di Montevergine, con una basamento alto 35 metri progettato da Costantino Dimitri e Generoso da Maglie. In cima svetta la colossale statua della Vergine, alta 5 metri, realizzata da Luigi Guacci. Dopo la posa della prima pietra, avvenuta l’8 Maggio del 1905, occorreranno ben 5 anni prima di completare l’opera, e altri 9 prima di poter essere inaugurata, il 18 Maggio del 1919, al termine del primo conflitto mondiale.

Monumento a SS. Maria di Montevergine

Monumento a SS. Maria di Montevergine

Un primo restauro nel 1998, seguito, l’anno successivo, da un grave danneggiamento della statua Mariana colpita da un fulmine. Bisognerà attendere il primo Maggio del 2001 prima di poter restituire alla comunità la preziosa scultura.

Qui / dove tutto inneggia / alla regina delle Vergini / suoni imperituro e glorioso / il nome di Maria Goretti / novela Agnese del secolo XX / e a celesti amori infiammi / la gioventù / VIII Maggio MCMX”.

Marco Piccinni


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