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Giochi di una volta

Di seguito alcuni dei giochi che i bambini praticavano nel Salento quando ancora le case non erano terse di videogame o altri dispositivi elettronici che hanno progressivamente allontanato i giovani dalle attività sociali all’aria aperta per confinarsi nella quattro mura domestiche di fronte ad una luce artificiale.

A buttuni o furmeddhre

Ci si giocava i bottoni o le formelle dei vestiti. Per poter vincere i grossi bottoni (i buttunacci) bisognava superare la prova per due volte di seguito in diverse tipologie di giochi. A volte, si strappavano dalle camicie, dalle giacche, dai pantaloni,  per poter partecipare alla partita. Quando la mamma se ne  accorgeva scoppiava il finimondo!

A palline (biglie)

Si produceva una buca per terra e i giocatori da una distanza convenuta, dopo aver tirato a sorte, dovevano far entrare una biglia nella piccola fossetta. Chi riusciva a farlo comandava il gioco. Questi, facendo centro dalla buca, allungando i palmi delle mani e tenendo la biglia nella mano destra tra il medio e il pollice, spingendo come un piccolo stantuffo, doveva cercare di colpire la biglia avversaria e allontanarla della buca; se ci riusciva vinceva la biglia colpita. Il gioco continuava in questo modo, fino all’esaurimento delle biglie da parte di qualche concorrente, oppure fino allo sfinimento dei giocatori. C’era un vero e proprio giro d’affari; si compravano e si cedevano biglie, quelle più grosse avevano un valore più elevato, insieme a quelle multicolorate.

A puzza

Era un gioco inerme; toccato a sorte con le dita delle mani, il prescelto dalla sorte doveva raggiungere qualche giocatore che intanto scappava, chi veniva raggiunto e  toccato era portatore della “puzza”, che, a sua volta, doveva cercare di trasmetterla ad un altro giocatore, raggiungendolo in corsa e toccandolo. Il gioco finiva quando si era esausti delle corse.

A rubare frutta, fave, piselli

Era un divertimento, ma anche una esigenza per assaporare le verdi primizie. Specialmente la domenica, a gruppi, ci si organizzava per recarsi in campagna a ‘rubare’ le primizie dette.

A rubare nidi

In primavera ci si divertiva ad andare a scovare nidi nei quali gli uccelli avevano deposto le uova dalle quali, più tardi schiudendosi, fuoriuscivano gli uccellini. I ragazzi o prelevavano le uova per trastullarsi con esse, alla fine venivano lanciate per distruggerle, oppure si prelevavano gli implumi più o meno grandi e si procuravano ai piccoli animaletti tante di quelle torture. Qualcuno tentava di portarseli a casa e custodirli in una scatola di cartone, i più fortunati nella gabbia, ma come era naturale, dopo pochi giorni gli uccellini morivano.

A scàrraca

Un gruppo di ragazzi tiravano a sorte, il malcapitato doveva piegarsi con la testa e le mani appoggiati al muro, gli altri, dopo una rincorsa, dovevano saltargli in groppa e quegli doveva reggere tutti sulla spalla. Il malcapitato vinceva il gioco, se riusciva a resistere per un intervallo di tempo prestabilito.

A soldi

Erano diversi i giochi in cui si puntavano dei soldi. Uno dei più comuni era  “a batta parite”. Si stabiliva la posta, tirato a sorte, il primo  batteva con la moneta al muro e doveva cercare di farla allontanare quanto più possibile, il secondo batteva al muro e doveva tentare di avvicinarsi alla moneta del primo che stava a terra di quel tanto che bastava per poter essere ‘vinta’: se cioè la seconda moneta cadeva alla distanza del palmo della mano del battitore, questi vinceva la moneta in gioco. E così via. L’abilità consisteva ad allontanare  la moneta quanto più possibile, e al proprio turno, calcolare quanta energia bisognava imprimere alla mano per cercare che la propria moneta si ponesse alla distanza inferiore del proprio palmo della mano, per poter vincere.

A schiànta schiànta

Un gruppo di ragazzi, tirato a sorte, cominciava il gioco. Il sorteggiato doveva cercare di raggiungere l’altro che si dava a correre, ma era un correre non rettilineo, in modo da ingannare la traiettoria di chi rincorreva, se però si era raggiunti e toccati, la corsa del primo giocatore terminava e bisognava bloccarsi; si doveva attendere l’eventuale “liberazione” da parte di un altro compagno se riusciva ad eludere la rincorsa e la sorveglianza dell’incaricato a bloccare tutti. Il gioco terminava se tutti erano stati toccati dal sorteggiano decretando la sua vittoria.

A stacce

Generalmente si giocava il pomeriggio della domenica. La staccia era una pietra piatta, grande a sufficienza da essere manovrabile con la mano. Ogni giocatore si cercava la propria, oppure la si conservava di volta in volta. Si tirava a sorte e cominciava il gioco. Una pietra più rozza, più arrotondata fungeva da punto che il primo lanciava ad una certa distanza, i giocatori dovevano far giungere la propria pietra (staccia) il più vicino possibile al punto; chi si avvicinava di più acquisiva una punto. Si vinceva la partita quando si totalizzavano 15 punti. Si dava poi seguito al “padrone”. La pietra più vicina al punto segnava il ‘padrone’ che poteva fare il bello e il cattivo tempo con le poste in gioco di chi aveva perso la partita. Di solito ci si recava alla “putea de mieru”, dove gli anziani giocavano a carte e bevevano vino. Il ‘padrone’ comprava, a suo piacimento, con le somme corrispondenti alle poste, fave, ceci arrostiti, aranciate, gassose (‘sitalore’) e le distribuiva ai giocatori a suo esclusivo giudizio. Il giocatore al quale il ‘padrone’ (patrunu) non elargiva nulla, si diceva, che era rimasto ‘all’urmu’ (all’olmo). Espressione dal significato botanico; come l’olmo campestre era, nel passato, tutore della vite, così il ‘padrone’ era tutore dei beni di consumo rivenienti dalla perdita della posta della squadra sconfitta e che poteva ritirare la ‘sua’ protezione, non elargendo la sua ‘bontà’ a chi riteneva che non dovesse essere ricompensato. Naturalmente in seguito si intrecciavano propositi di riscatto da parte di chi rimaneva ‘all’olmo’ e nelle giocate successive il malcapitato avrebbe cercato di rifarsi, cercando di diventare ‘padrone’, esercitando una maggiore abilità con la ‘staccia’ in mano per poi attuare la vendetta nei riguardi del suo predecessore.

Il gioco delle ‘stacce’ era la brutta copia di quello delle bocce che non era consentito fare a noi ragazzi, perché vietato dall’esercente ‘a putea de mieru’ che riservava le bocce ai grandi. La felicità domenicale era quando, diventati adulti, potevamo finalmente adoperare anche noi le bocce. Non c’erano le piste di oggi, si giocava per strada e le tecniche di avvicinamento della propria boccia al ’punto’ erano tante. Per esempio il ‘punto scusi, cinca nne face, nne face doi’: il giocatore che si avvicinava di più al punto nascosto era premiato con un doppio punteggio; era un modo per provare le proprie abilità e la propria attenzione. Il punto veniva fatto arrivare in un sito non visto, nascosto, il giocatore doveva tentare di avvicinarsi tenendo conto della sua velocità, della traiettoria, facendo affidamento sul proprio intuito. Era un gioco di destrezza, ma anche di abilità manuale.

Il gioco dei lapuni

Consisteva nel produrre nove buche simmetriche per terra, si stabiliva una certa distanza e con un arancio o una pallina, tirato a sorte, si provava a farli entrare in una buca, tanto meglio in quella centrale. La posta in gioco poteva essere diversa: bottoni, nocciòli, soldi, chi riusciva a far entrare la pallina in una buca, aveva diritto a riscuotere la sua posta, se invece era fortunato e riusciva a far entrare la pallina o l’arancio nella buca centrale, aveva diritto a riscuotere tutte le poste in gioco.

Quando l’oggetto che rotolava si fermava sul bordo delle buche si diceva: “Ha fattu tiddhra”. Quando entrava in una buca: “aggiu fatta a mia”. Quando invece entrava in quella centrale, era l’esultanza del giocatore: “aggiu fattu menzu”.

Il gioco dei sassi (paddhri)

Era un gioco prettamente femminile, ma anche noi maschietti ci cimentavamo. Ci si procuravano cinque sassolini quanto più rotondeggianti possibile. Una volta toccato a sorte, la prima cominciava il gioco che si snocciolava lungo diverse fasi.

-A uno. Seduti su una superficie piana, si lanciavano i sassi per terra e si dovevano raccogliere uno alla volta, lanciando sempre in aria un sasso e mantenendo via via nella mano i sassi raccolti, recuperando quello lanciato in alto; si perdeva se non si riusciva a condurre a termine il gioco.

-A due. Lanciati i sassi per terra,  se ne lanciava uno in alto e simultaneamente si dovevano raccogliere a due a due i sassi da terra e riprendere il sasso lanciato in alto.

-A tre. Si spargevano i sassi per terra, uno si lanciava in alto, mentre bisognava raccogliere prima un solo sasso, poi al secondo lancio tre sassi insieme e recuperare sempre quello lanciato in alto.

-A quattro. Si procedeva allo stesso modo e lanciato un sasso in alto si dovevano raccogliere nel palmo della mano gli altri quattro da terra e recuperare quello lanciato in alto. Successivamente si doveva rilanciare in alto un sasso e battere a terra gli altri quattro che erano nella mano e raccoglierli di nuovo tutti insieme e recuperare sempre quello lanciato in alto.

-Al portone. Si posizionava la mano sinistra sulla superficie con il pollice e l’indice aperti a costituire una specie di ‘portone’. Con la mano destra passando da dietro quella sinistra si lanciavano i sassi davanti al ‘portone’, si sceglieva il sasso da lanciare in alto e simultaneamente bisognava far entrare nel ‘portone’ ad uno ad uno gli altri sassi. Dopo si disfaceva il ‘portone’ della mano sinistra per poi cercare di riprendere i sassi tutti in una volta insieme ad un ultimo che veniva invece lanciato per aria.

-A traballante. Si ponevano i sassi per terra, se ne sceglieva uno da lanciare in alto mentre con la stessa mano se ne raccoglieva uno da terra; ora i due venivano lanciati in alto e contemporaneamente si doveva raccogliere un altro sasso da terra, ora si lanciavano in alto i tre sassi e raccogliere da terra un altro, ora erano quattro ad essere lanciati in alto e si doveva simultaneamente raccattare l’ultimo da terra, infine venivano lanciati tutti in alto e raccolti di nuovo nel palmo della mano. Perdeva naturalmente chi non avesse l’abilità a raccogliere i sassi dall’alto e da terra.

-Al dorso. Si lanciavano i cinque sassi in alto, intanto si girava la mano sul dorso, abbassando il medio in modo da formare una sorta di vuoto nel quale dovevano essere raccolti i sassi lanciati in alto. Quanti più sassi si riusciva a mantenere in qul cavo delle dita più punti si acquistavano.

Il gioco terminava così, vinceva la manche chi riusciva a superare tutte le fasi senza errori.

Il gioco della campana

Consisteva nel tracciare per terra nove  circonferenze a zig zag, lungo un asse centrale. I circoli venivano numerati. Il giocatore doveva lanciare successivamente nei circoli, dal primo al nove, un coperchio di terracotta e poi saltellare con un solo piede, dal primo circolo all’ultimo e ritorno, e così successivamente fino all’ultimo circolo. Se il coperchio cadeva fuori del circolo si perdeva il turno e il gioco passava al secondo giocatore. Questo era un divertimento prettamente femminile.

Il gioco delle noci

Quando si avevano a disposizione le noci novelle, da settembre in poi, si giocava con queste. Ogni giocatore doveva mettere alla posta la sua noce che venivano sistemate su un ciglio di terra o sabbia, ad una distanza convenuta, si tracciava una linea per terra, da quella linea, tirato a sorte, ogni giocatore lanciava la propria noce per colpire quelle posizionate sulla terra. Le noci rovesciate venivano acquisite dal giocatore che le aveva colpite. Se la noce lanciata superava la linea delle noci posizionate, dopo che tutti i giocatori avevano esercitato il proprio turno, dal più lontano al più vicino, di spalla e arcuandosi all’indietro, si ripeteva il lancio per cercare di rovesciare le noci.

Lu fitu e il gioco delle noci in una teca del museo civico di Giuggianello

Il telefono

Da ragazzi si giocava col telefono. Ci si procurava uno spago piuttosto lungo, ad un capo si legava un oggetto cavo e lo si poneva all’orecchio, mentre dall’altro parte del capo, l’emittente parlava in un altro oggetto cavo, i suoni viaggiavano così lungo lo spago e ci si divertiva, simulando la telefonata.

La palla al muro.

Si tirava a sorte e la giocatrice, ad una distanza convenuta dal muro, lanciava la palla contro di questo che doveva poi raccogliere dicendo: sono. Poi la rilanciava ancora al muro e doveva girarsi su sè stessa e raccogliere poi la palla dicendo: faccio. A volte, le più abili potevano girare su sè stesse anche due volte, riuscendo sempre a recuperare la palla che ritornava dal muro. Si rilanciava la palla al muro e la si faceva battere a terra e la si recuperava, dicendo: tocco. Si rilanciava la palla al muro e la si lasciava rimbalzare tre volte a terra e la si recuperava dicendo: rimando, uno, due, tre.

Il gioco finiva così. Anche questo gioco era ad esclusivo appannaggio delle ragazze che dimostravano una maggiore capacità elastica rispetto ai ragazzi.

U carrarmatu

Si trattava di un rocchetto di cotone esaurito, che  veniva gettato e noi ragazzi lo raccoglievamo, lo sottoponevamo ad operazione chirurgica. Facevamo delle scanalature sui due cerchi esterni e per noi diventavano le ruote dentate del carro armato. Nel tunnel facevamo passare un elastico di camera d’aria di bicicletta, da un lato lo agganciavamo ad un piccolo legnetto o piccolo chiodo che doveva fungere da fermo,  dall’altra parte dell’elastico si attorcigliava un chiodo più lungo. Si faceva a girare quanto più possibile il chiodo in modo che l’elastico attorcigliato subisse una tensione, posato per terra e lasciato il chiodo, il rocchetto si muoveva per effetto dell’elastico interno che si srotolava e a noi sembrava che fosse un carro armato con i cingoli.

U fitu (trottola)

Il gioco consisteva nell’attorcigliare uno spago intorno alla fusoliera della trottola di legno, tenerne il capo nella mano e lanciarla per terra, tirando velocemente a sé lo spago, la trottola prendeva a girare su sé stessa velocemente. Vinceva chi faceva durare di più la rotazione della trottola. Un’abilità aggiuntiva era poi prenderla nel palmo della mano, mentre la stessa continuava a ruotare per poi terminare la sua rotazione gradualmente.

U vurlu

Consisteva nel correre dietro un cerchio nudo di bicicletta,  spinto da un bastoncino, col quale si guidava il percorso del cerchio. L’abilità consisteva nel fare le curve, nel  salire o scendere  col cerchio da un gradino, nel lanciarsi a tutta velocità in una discesa.

A cacai e cannallini

Quando seguivamo una sposa lo facevamo per raccogliere da terra i “cacai e i cannellini”, i confetti più grossi e più piccoli che gli invitati, lungo il tragitto dalla casa della sposa alla chiesa, lanciavano per festeggiare l’avvenimento e noi ci lanciavamo a capofitto a raccoglierne quanti più possibile. A volte si arrivava anche a darsele di santa ragione per affermare il diritto del chi avesse visto  il “cacao” o i “cannallini” per primo.

Dopo che il corteo nuziale aveva finito di attraversare le vie del paese, ritirandosi in casa dello sposo, per i festeggiamenti, noi ragazzi cominciavamo a giocare a “cannallini”. Si sceglieva uno scivolo, sotto una cunetta e, a sorte, si lasciavano cadere dall’alto i “cannallini”. Ognuno vinceva i cannallini degli altri giocatori che veniva colpiti dal proprio durante la discesa.

Rocco Margiotta


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