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La cripta di San Salvatore a Giurdignano

La cripta di San Salvatore di Giurdignano rappresenta una delle massime espressioni dell’arte e dell’architettura bizantina nel territorio salentino esprimendosi in molte peculiarità che la rendono unica nel suo genere.

Scavata interamente nel banco tufaceo, al di sotto del livello del manto stradale quasi tredici secoli fa, è rimasta per lungo tempo nascosta agli occhi dell’uomo.Nel corso degli anni  l’area è stata circoscritta ad uso sepolcrale prima e per l’edificazione di un edificio religioso poi, creando una stratificazione tale da impedire qualsiasi accesso all’ambiente ipogeo.

Interno cripta San Salvatore

L’ingresso originale, anche’esso affrescato, è ancora ben conservato. Un accesso che sembra portare quasi in un’altra dimensione, dove si può ancora percepire il profumo del misticismo, della fede dei monaci e dei pochi intimi che presenziavano alle loro cerimonie alla luce di alcune fiaccole o piccoli lucernari.

Riscoperta in seguito al cedimento di una porzione del pavimento della chiesa di San Vincenzo Ferreri che sormonta tutt’ora questo luogo di culto, la cripta ha subito una primo intervento di recupero negli anni ’80 durante il quale sono emerse numerose sepolture anche se ormai prive di resti umani e corredi funerari. Degli affreschi che un tempo decoravano buona parte della struttura solo alcuni sono sopravvissuti, come una Madonna con il Bambino e due arcangeli, tre apostoli e, forse, i committenti della costruzione: tre figure tra le quali si può riconoscere un vescovo bizantino con tanto di omoformio e vangelo. Gli affreschi, oltre che per la brillantezza dei colori, dovevano risultare particolarmente scintillanti agli occhi di monaci e fedeli poichè decorati con piccole pietruzze di madreperla.

Affresco della Vergine Maria e dei due Arcangeli

Questi sono gli unici tasselli decifrabili dell’immenso mosaico di pitture e immagini che decoravano la cripta. Gli altri, oltre che dall’usura del tempo, potrebbero essere stati danneggiati da una forte umidità, causata anche da una possibile immersione totale o parziale delle pitture in acqua. Probabilmente la cripta venne utilizzata in tempi antichi come cisterna; l’acqua sarebbe stata assorbita in buona parte dalle pareti porose per poi rivelarne le drammatiche conseguenze con il tempo. Solo pochi altri motivi decorativi si sono salvati, come quelli floreali, simbolo si purezza.

La sua pianta è a tre navate e quattro pilastri crociformi definiscono nove campate che terminano con tre absidi. Per ognuno di questi è presente un piccolo altare ricavato, come per le colonne, da un unico blocco in pietra. Tra gli absidi e il resto dell’ambiente è presente un piccolo perimetro divisore che delimita due zone, il bema e il naos. Il primo indica il posto riservato agli officianti della cerimonia i quali utilizzavano di solito l’altare centrale. I due altari laterali venivano utilizzati per riporre i libri sacri da utilizzare per le celebrazioni (alla destra del bema) e per riporre i paramenti e abiti da cerimonia (alla sinistra del bema). Il naos invece indica la cella, la parte del tempio greco di solito dedicata ad ospitare la statua delle divinità alla quale è dedicato. In questo caso è il posto riservato ai fedeli, i quali potevano sedersi su un sedile ricavato lungo tutto il perimetro della cripta e intorno alla base delle colonne, anch’esso scavato direttamente nel banco tufaceo.

Il bema visto dal naos

Gli affreschi meglio conservati all’interno della cripta sono tutti compresi all’interno del bema, l’iconostasi sembra essere sopravvissuta secondo le regole che scandiscono il rito bizantino. L’iconostasi aveva una funzione di divisorio tra il bema ed il naos. Doveva essere necessariamente affrescata anche se, in mancanza di affreschi, si sarebbero potuti utilizzare pale con le icone di Maria e il Cristo Pantocreatore.

La celebrazione greco-binzantina è sopravvissuta in Italia fino alla soppressione dell’ordine religioso (anche se ormai ridotto a semplice rito) avvenuta a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo e conclusasi definitivamente nei due decenni successivi all’annessione del Regno delle due Sicilie all’Italia. Questo sopravvisse in una forma particolare nella parte meridionale della Puglia, nella quale assunse una connotazione autoctona e leggermente distaccata dall’ortodossia della chiesa d’oriente. In generale la celebrazione doveva essere officiata da un sacerdote che, con lo sguardo rivolto verso le sacre immagini dei santi, degli angeli, del Cristo, e con le spalle rivolte al pubblico, scandiva ogni fase delle liturgia con cori e canti ai quali poteva partecipare anche la platea.

Le particolarità della cripta non finiscono qui. La volta dell’ipogeo è diversamente scolpita al fine di realizzarne diverse tipologie: a cassettoni, con croce greca, un motivo con quattro crociere a vela e, nella navata centrale, poco prima della zona che delimita il bema, la simbologia di una scala, strumento di purificazione per raggiungere la salvezza dell’anima.

Un tesoro tutto sa scoprire.

Volta a cassettoni

Marco Piccinni


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