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La grotta delle Veneri di Parabita

Il parco archeologico di Parabita ha consentito di preservare e far conoscere alla comunità salentina alcune degli aspetti della storia di questa incredibile terra probabilmente, anzi no, sicuramente, sconosciuta ai molti. Una piccola città talmente famosa da essere menzionata anche all’interno dei libri di storia dell’arte, nel capitolo relativo all’”arte preistorica”, quando la quasi totalità degli aspetti della storia occidentale taggati con “Salento” vengono oscurati o eclissati. Il sud resta ai margini dell’impero.

Pochi mesi fa la svolta: l’attribuzione di due molari rinvenuti negli anni sessanta all’interno della grotta del Cavallo, nella baia di Uluzzo, in territorio neretino, ai primi uomini del genere Sapiens in Europa. I più antichi resti fin’ora rinvenuti e risalenti a ben 45.000 anni fa. In prima pagina su tutte le testate giornalistiche e riviste specializzate di tutto il mondo il Salento ha avuto il suo momento di notorietà. Ma abbiamo ancora molte storie da raccontare. La grotta delle Veneri di Parabita è una di queste.

La grotta delle Veneri

Si tratta di una cavità carsica, scavata dall’azione erosiva dell’acqua penetrata nel sottosuolo nel corso di millenni, composta da un primo ambiente di modeste dimensioni e di un cunicolo che si articola a forma di T per un centinaio di metri. All’esterno della cavità un secondo “ambiente” comunemente conosciuto come grotta-riparo, formatasi probabilmente con il graduale ritiro del’ambiente carsico primordiale inseguito a fenomeni di crollo della volta.

Grotta-riparo delle Veneri

Le indagini archeologiche in questi ambienti ha prodotto risultati notevoli. Sono stati rinvenuti reperti appartenenti ai Neanderthaliani e Cromagnoidi per un intervallo temporale che spazia tra i 35.000 e 10.000 anni fa: numerosissimi elaborati d’arte mobiliare e litica del paleolitico; ben 18.000 frammenti di ceramiche risalenti ad un periodo compreso tra il Neolitico e l’età del bronzo; 400 manufatti d’arte su pietra e su frammenti d’osso decorati con motivi geometrici; resti di una sepoltura di un uomo e una donna di Cromagnon con tanto di corredo funerario composto da un ciottolo e un scheggia di selce tinti d’ocra e 29 canini di cervo forati. La sepoltura è stata danneggiata durante il Neolitico e parte degli scheletri è stato asportato ma, da un rilievo rappresentato su uno dei pannelli illustrativi posti nello spiazzale antistante la grotta, si può poeticamente immaginare che i due corpi fossero uniti quasi in un tenero abbraccio, uno sovrapposto all’altro.

Ma nessuno tra queste decine di migliaia di reperti ha suscitato tanto scalpore come due piccole statuine in osso, le famose Veneri di Parabita. Sono queste che danno il nome alla grotta, alle quali è dedicato un piccolo paragrafo al’interno di tutti i libri di storia dell’arte, quelle che consentono di collocare Parabita in una delle decine di cartine che contrassegnano i luoghi in Europa nei quali sono stati ritrovati dei reperti simili: nei Pirenei, in Siberia o nelle pianure Russe e Ucraine.

Le Veneri, del cui aspetto nulla può essere messo in relazione con la dea Romana, controfigura dell’Afrodite greca, raffigurano donne dalle pronunciate forme, con il pube,il ventre, i fianchi e i seni ben in evidenza. Raffigurazioni della Grande Madre, l’impersonificazione della fertilità, non si conosce ancora la musa ispiratrice. Si sa solo che sono tutte diverse tra loro, originali, individuali, anche se i due esemplari rinvenuti a Parabita presentano alcune analogie con quelli russi: braccia lungo i fianchi e mani che si congiungono sotto il ventre.

Sono estremamente piccole, appena 9 e 6,5 centimetri, ma estremamente importanti del punto di vista antropologico. Sono entrambe senza volto ma mettono magnificamente in evidenza la loro età, tra i 10.000 e i 12.000 anni. Fisico non proprio asciutto, in controtendenza rispetto ai dettami della moda, ma portatrici di un desiderio di fertilità, di vita, scolpito dalle mani di un homo di cui non conosciamo l’identità ma che è giunto fino a noi, indenne.

Marco Piccinni


Un commento su “La grotta delle Veneri di Parabita

  1. ornella ha detto:

    una scoperta inaspettata, la Venere di Parabita è stata ispiratrice della mia opera fotografica denominata “Futuro Remoto” che ha come elemento principale la donna generatrice di vita inserita nei 4 elementi primordiali.

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