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Salento: migranti di ieri e oggi sospesi ai confini del tempo

Sospesi sulla linea d’ombra del tempo, i migranti di ieri e d’oggi. Il fenomeno è come il serpente: muta pelle di continuo, offre sempre nuove interfacce. I flussi migratori sono speculari alla storia dell’umanità, la tracciano nel profondo: il melting-pot è una forza, una dialettica, una ricchezza reciproca: solo il serpeggiare infido di una cultura xenofoba può relativizzare l’archetipo. Metti una sera a Salve (Palazzo Ramirez), piccolo centro del sud-Salento, must del turismo mondiale (4 spiagge, 12 km di sabbia dal bagliore accecante: il paese salentino che ha più turisti: 100mila nel giorno medio), sotto le stelle a scavare una materia sempre attuale: ogni giorno dallo Jonio e l’Adriatico spuntano carichi pregni di umanità, speranze, sogni: quel che noi fummo appena ieri, in una terra che più contaminata non si potrebbe e che accoglie d’istinto, senza i parametri di Maastricht, Schengen, Bossi-Fini o Turco-Napolitano: banali tentativi di razionalizzare quel che sfugge a ogni scanner metodologico e normativo.

Fonte dalla rete

Su 4700 abitanti, Salve ha 2000 iscritti all’Aire (l’elenco dove i Comuni segnano chi se ne va, ieri con la valigia di cartone, oggi col pc nel trolley). E’ il paese della Puglia a più alto tasso di emigrazione. Terzo nel Leccese per numero di immigrati: dopo Lecce e San Cesario (da 3 mesi ospita all’hotel “L’Arca” 40 migranti da Senegal, Nigeria, Ciad, Libia, ecc.). Ottimamente organizzato dall’Associazione “Archès” (Lucugnano), l’evento, costruito da Marco Cavalera e Sandra Sammali con un sapiente equilibrio fra parole, immagini, silenzi, testimonianze live, vis polemica, è stato condotto da Giacomo Andrea Sergi. Immagini in b/n dell’altro secolo, quello “breve”: facce scure di sole, dignitose, qualche cravatta annodata alla svelta da mani callose, cartoline sgrammaticate di saluti, “sto bene e lo stesso spero di voi e aspetto pronta risposta”, pagine di diari naif: “oggi sono partito alla Svizera” (una zeta). Le rigorose visite mediche a Chiasso: chi non le superava doveva tornare a coltivare la terra amara degli agrari per un tozzo di pane duro e a farsi umiliare.

“Era 50 anni che aspettavo questa serata”, dice Antonio Coi, incisore, galleria d’arte a Neuchatel. Lasciò Salve a 15 anni, e racconta, racconta, racconta… Dal dopoguerra, come lui, 6 milioni di italiani han cercato pane e dignità lontano dalla patria “stanchi di zappare le terre dei don”, dice Donato Nuzzo. Ecco le baracche: anni ‘60, venne giù la diga di Mattmark e le schiacciò, 83 morti, 57 italiani: mai risarciti di un misero franco. I padroni hanno soldi e avvocati capaci di piegare il diritto a interessi di parte: cosa può fare chi sa solo piegare la schiena sotto il sole a “pala e picu”? Racconti di tragedie: la miniera di Marcinelle (Belgio, 1956), gli oltre 2300 morti, carcinoma provocato dall’amianto dell’eternit, sparsi fra Corsano, Tiggiano, Gagliano. Ecco un trailer commuovente: il grande Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, nella baracca improvvisa stornelli con la chitarra, un emigrante vesto da Gegia canta per scacciare la malinconia e la solitudine. Un altro piange… Il film “In nome del padre” di Nuzzo e Fulvio Rifuggio, prodotto da Isidoro Colluto (Mexapya Production), tutti di Castiglione di Andrano, figli di emigranti che hanno voluto sdebitarsi storicizzando il fenomeno tra Salento e Svizzera negli anni ‘70, mentre preparano il seguito (tema Eternit).

Grazie ai sacrifici dei padri hanno studiato, oggi sono professionisti, quelli in Svizzera dottori, avvocati, direttori di aziende e banche. Come alcuni salvesi al top: Giovanni Sammali ha diretto “Le Matin” (Losanna), oggi è passato a una tv, Tina Tasco-Coi è consigliere generale della città di Neuchatel e c’è persino una ragazza, cognome Vantaggio, sindaco di un paesino svizzero. “Qui  – riflette il sindaco Vincenzo Passaseo – l’emigrazione ha lasciato segni nel corpo e nell’anima”. Sensibile sulla tematica, da anni ha aperto un canale comunicante con i “suoi” emigranti e di continuo li va a trovare fra Neuchatel e Cressier. Di recente ha ricevuto alcune donne tornate in paese: erano emigrate in Brasile, a San Paolo, 50 anni fa. Scorrono nella mente di un pubblico silenzioso ricordi condivisi: la terra rossa abbandonata, ulivi, valige con lo spago, frammenti di lettere, baracche umide, i vaglia rosa delle rimesse (il successo turistico di Salve è dovuto a quei sudati denari), nel Leccese 30 miliardi dal ‘58 al ’78, le littorine affollate, le panche di legno dei treni (da Lecce partiva alle 12.30, arrivava il giorno dopo alle 6 e 10), 10 mesi di solitudine, senza moglie e figli, 4 anni da stagionale, 5 annuale, poi il sospirato permesso C, gli italiani facevano i lavori che nessuno voleva fare, poi è toccato a spagnoli e portoghesi (oggi qui li fanno i migranti), le associazioni (“Ci cacciavano dai ristoranti di Neuchatel perché giocando a carte alzavamo la voce, nel 1971 nacque Famiglia Leccese: si friggevano peperoni e si mangiavano i piatti di casa…”), ricorda Marcello Fortis.

“Sono una vittima di Scharzenback”, afferma un altro Antonio Coi, pensionato  – dopo il referendum anti-stranieri dovetti andare in Germania”. Ce ne furono due: 1970 e 1974: andò male, ce ne fu uno pure pro-stranieri, tanti svizzeri votarono a favore. “Animali dal coltello facile” gli italiani nell’immaginario svizzero. Lo scrittore Max Frisch li sdogana: “Abbiamo chiesto braccia, sono arrivati uomini: la Svizzera di oggi è grata agli italiani”.

E poi la storia di Amadou: nel 2005 lascia il Senegal, dov’è capocantiere, moglie e due figli e va in Francia, poi Milano, vende libri sull’Africa e arriva in Salento: sposa Antonella Coletta, un altro bambino: si racconta in “Se Dio vuole – Inshallah”. Legge l’attore Riccardo Buffelli: “Modu Modu ci chiamano nel mio paese. Siamo quelli che lavorano sempre per mantenere chi, laggiù, non ha lavoro…”. Dice Amadou: “Ho scelto l’Italia, mi piace il vostro modo di vivere… Ho incontrato tanta gente e ognuno ha lasciato in me un segno… Al mio paese però la tv diffonde una realtà che non c’è, come se qui i soldi si trovassero a terra… Ma il lavoro è scarso, la sanatoria sempre da venire…”. Reggono l’economia senegalese sognando un bagno all’europea.

Altro racconto, di Giammaria Testa, Buffelli lo rende vivido, toccante: “l’odore delle stive / l’amaro del partire / una lingua da disimparare / e un’altra da imparare in fretta…” e “ho sognato il pane / caldo e profumato…”, da “La terra dei sogni”, di Romeo Site. Infine testimonianze, sogni e speranze raccolti e tradotti da Arci-Cassandra dei 40 africans “sospesi” in un albergo cittadino e degli avvocati baresi Luigi Paccione e Alessio Carlucci, “attori popolari” che han voluto vedere cos’accade al Cie (Centro identificazione espulsione) di Bari, lager che nei moduli format camere a gas ospita innocenti che non hanno commesso reati, in un’Italia dove l’uguaglianza è un’idea vaga scritta solo nella Costituzione, dove “l’uomo nasce diseguale”, e invece “dobbiamo sviluppare all’interno delle relazioni sociali una cultura antirazzista che spieghi la bellezza dell’individuo”. Hanno scritto al Ministero dell’Interno: nessun cenno di vita. Distante dall’uomo, la realtà, il potere ormai si muove su un’orbita sua frullando leggi dettate da un’etica delirante. Scampoli di fine regime.

Francesco Greco


Un commento su “Salento: migranti di ieri e oggi sospesi ai confini del tempo

  1. cosimo ha detto:

    Articolo puntuale che riporta la cronaca e l’atmosfera dell’incontro. Un bravissimo all’autore.

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