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Galeano, lo scrittore che amava il Salento

Palazzo Lègari ad Alessano (Lecce) risale al 1536. E’ nel cuore della città vecchia, a due passi dal quartiere ebraico della Giudecca e della banca assorbita da un istituto di credito del Nord anni fa.
Lì qualche anno fa decisero di ospitare il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, morto a Montevideo a 74 anni (vi era nato nel 1940). Lo accolsero nel salone al piano terra.


Presentava il suo ultimo libro edito da Garzanti e girovagando per promuoverlo, era capitato nel Salento, rimanendone folgorato. Alloggiò dai fratelli Bisanti (figli di un grande maestro muratore), che mandano avanti un agriturismo da loro stessi ristrutturato, “Lu Palummaru”.

eduardo-galeano-300x295Quando me lo dissero non ci credevo. Essendo stato svezzato dagli scrittori latinoamericani: da Garcìa-Màrquez a Jorge Amado (moglie italiana, toscana: è amica di mio cugino Sandro che sposò una brasiliana e capitò a due passi dalla loro casa), passando per Manuel Rojas e Augusto Roa Bastos, Manuel Scorza e Ernesto Sabato, da Mario Vargas-Llosa a Carlos Fuentes, da Osvaldo Doriano a Octavio Paz, ho maturato una affetto commovente e grato per loro.
Credo che Galeano – paragonato dalla critica a Jhon Dos Passos e a Gabo – sia anche tornato successivamente, perché il Salento gli piacque molto, ma i Bisanti (Gianluigi, Francesco, ecc.), pur avendomi promesso che me lo avrebbero detto e lo avrei intervistato, per proteggere la sua privacy tacquero.

Quella sera diede il meglio di sé. Il popolo di sinistra accorse tutto e Galeano non ci deluse. Accusò governi corrotti, multinazionali, compagnie straniere di saccheggiare un Continente, di colonizzazione, di oppressione, sfruttamento, di giunte militari, di massacri, di amnesie. Parlò di ombre, di fantasmi, evocando Borges.
Aveva un modo di parlare dolce, smussato, sussurrato, ma diceva cose durissime. Mi ricordò Gabo, ma anche Neruda: stesso furore ideologico. Coscienza critica di un Continente. E’ forse il solo modo di essere scrittori in America Latina.

Ci lascia la trilogia delle memorabili “Memoria del fuoco”. In gioventù fece mille mestieri, anche il giornalista, e si vede dallo stile. Fu esiliato dall’Uruguay e dall’Argentina negli anni delle dittature. Fu anche un appassionato di calcio, quello d’altri tempi però, un vero intenditore. “Per una bella giocata mi emoziono, e la cerco sia sui grandi campi che in quelli parrocchiali”. In sogno, scherzava, era bravissimo, da sveglio una schiappa. Credo lo considerasse un’arte, lo vedesse anche dal punto di vista estetico.

Promise che sarebbe ritornato. Forse è accaduto, ma a “Lu Palummaru” non me l’hanno detto. Anche se si sono lasciati scappare che il grande Eduardo amava la cucina povera della Puglia. Gli ricordava quella dell’America Latina.

Francesco Greco


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