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La cicala: la venerazione del canto

Un tempo, prima che nascessero le Muse, le cicale erano uomini. Ma quando nacquero le muse e comparve il canto, alcuni uomini furono colpiti a tal punto dal piacere che continuavano a cantare trascurando cibi e bevande, e senza accorgersene morivano. Da loro spuntò la stirpe delle cicale alle quali le muse hanno concesso il privilegio di cantare fino alla morte senza avere mai il bisogno di nutrirsi e poi di salire fino a loro per riferire su chi le onori sulla Terra e quale in particolare onori fra di loro”. [Parole associate a Socrate nel Fedro di Platone].

Figlie di Mnemosine (la memoria celeste) e Zeus, le muse sono state create con il solo scopo di “celebrare”: Clio, colei che rende celebri; Euterpe, colei che rallegra; Talia, la festiva; Melpomene, la cantante; Tersicore, colei che si diletta nella danza; Erato, colei che suscita desideri; Polimnia, ricca di inni; Urania, la celeste; Calliope, colei che ha una bella voce. Rappresentano la materializzazione del “canto” tramite poeti, musicisti, danzatori che dalla terra inviano al cielo la propria arte sotto l’egida di Apollo, loro mentore.

Exuvia di cicala

Exuvia di cicala

La cicale secondo i grandi uomini del pensiero classico sarebbero quindi le ministre delle muse, attributo di Apollo-Elio, loro maestro, che impera incontrastato nella bella stagione quando fuoriescono dalla terra nella quale hanno atteso per oltre 10 anni il momento di uscire alla luce del sole e liberare al cielo la voce in un infinito canto. Si sbarazzano dell’involucro in cui sono state costrette in attesa di rivelare la loro vera forma. Lo abbandonano lì, dove capita, sulle cortecce degli ulivi, su piccoli arbusti di macchia mediterranea. Le campagne risplendono sotto la luce dei caldi riflessi di queste piccole “pepite” che, come l’oro, ammaliano e catturano lo sguardo.

Quello delle cicale è un canto che inebria, che ipnotizza, che assorda, che circonda e permea ogni anfratto della calda estate del sud che nella cicala vede uno dei suoi simboli indiscussi.

Antica incarnazione dell’iniziazione ai misteri, sinonimo di riservatezza, materializzazione del concetto di purezza e innocenza, la cicala è più simile agli dei che agli uomini dai quali è stata generate. E per questo degne di venerazione.

Si riteneva si nutrissero solo di rugiada che succhiavano con una piccola proboscide in quanto apparentemente sprovviste di una vera e propria bocca e di un apparato escretore. Incapaci di parlare e di imputridirsi il corpo con alimenti impuri impersonificavano quanto di più più puro esistesse sulla Terra. Concetto ripreso anche nella simbologia Cristiana che associa alla cicala una delle innumerevoli rappresentazioni del Cristo. Simbolo anche di resurrezione e di ringiovanimento del corpo il canto della cicala, che  esplode sul finire della sua esistenza, è stato paragonato alla loquacità dell’uomo nella vecchiaia che sembra quasi riacquisire vigore dopo anni di torpore. Una ideologia che ritorna nel mito di Titono, secondo il racconto di Bachofen, amante mortale della dea Aurora che desiderò per lui una vita immortale senza alcuna menzione ad un altrettanta eterna giovinezza. Quando i segni del decadimento cominciarono a comparire sul volto dello sfortunato Titono la donna che si ritrovò costretto ad amare lo ripudiò, serrandolo in casa e abbandonandolo a consumarsi, per l’eternità, fino a quando non venne trasformato in una cicala. Nell’antica Cina erano infatti simbolo di immortalità, materializzato in un amuleto da riporre nella bocca dei defunti.

Ma se una strada porta alla venerazione e all’identificazione come un simbolo di purezza e saggezza, un’altra uguale e opposta vuole la cicala come simbolo negativo: rappresentazione dell’ozio, della pigrizia, di chi insegue il piacere, di chi parla troppo e non riesce a tener per sè un segreto, una confidenza. Una duplice realtà testimoniata da queste due celebri favole di Esopo.

La cicala e la volpe:

Una cicala cantava su un alto albero. Una volpe, avendo desiderato di mangiarsela, ricorse a questo inganno. Standole di fronte ne ammirava la bella voce e la invitava a scendere, dicendo che desiderava vedere chi fosse l’animale che emetteva una tale voce. Ma quella sospettò il suo tranello e, staccata una foglia, la lasciò cadere. E dopo che la volpe fu accorsa prontamente sulla foglia, come se si fosse trattato della cicala, le disse questa: «Ebbene ti sei sbagliata, amica mia, se hai creduto che sarei scesa giù; infatti mi guardo dalle volpi dal tempo che ho notato in una fatta di volpe delle ali di cicala».

La cicala e la formica:

Era d’inverno, e le formiche stavano asciugando il loro grano, che si era bagnato. Ed ecco che una cicala affamata andò a chiedere loro del cibo. Ma le risposero le formiche: «Perché  durante l’estate non hai fatto anche tu le provviste? ». Rispose la cicala: «Non avevo tempo, ma cantavo armoniosamente». E quelle ridendole in faccia, le dissero: «Beh, se nel tempo estivo cantavi, d’inverno balla». La favola insegne che in ogni circostanza di vita bisogna guardarsi dall’essere trascurati, per non soffrire e non trovarsi nei pericoli.

Marco Piccinni

Bibliografia:

Esopo – Favole, Newton Compton Editori (2012)

Alfredo Cattabiani – Volario. Simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti, creature fantastiche, Mondadori (2001)


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