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Quando al Ciolo Villaggio mangiò i “pupiddhi”

ROMA – “Sai una cosa, avevo più pazienza, quando ero giovane, ma allora avevo tanto tempo… ”. Paolo Villaggio (1932-2017) era molto professionale, oltre che intelligente e ironico: disse questa battuta due o tre volte. Interpretava un vecchio boss napoletano affaticato e annoiato.

Paolo Villaggio, fonte: Wikipedia

Paolo Villaggio, fonte: Wikipedia

Sul set c’era un elegantissimo Rade Serbedzija vestito di bianco e Ignazio Oliva, un giovane attore di cui si è persa la traccia. Si sapeva della “amichevole partecipazione” di Emir Kusturica, il mio autore preferito, ma quel giorno non c’era.

Poi il regista ordinò la pausa-pranzo. L’attore mangiò alcuni pupiddhi (zeri) fritti allineati su un grande vassoio e ne distribuì alla troupe. C’erano anche seppie e calamari a pezzetti. Un’assistente alla regia, la donna più magra che ho visto in vita mia, ne prese uno dalle sue mani. Aveva molto carisma e intorno tutti facevano silenzio. Mi colpì la bassa statura e l’enorme pancia.

Era il 29 giugno 2000 e con altri colleghi ci eravamo arrampicati sulle aspre scogliere del Ciolo (poco a nord di Capo Leuca) dove si stava girando “Hermano”, opera prima di Giovanni Robbiano, anche lui genovese, film che non ebbe  fortuna e navigò nei palinsesti notturni delle tv: ogni volta che lo danno sganciano 20mila euro.

Ponte Ciolo

Ponte Ciolo

Bevemmo qualcosa, cercai di fare qualche domanda (Fantozzi è di destra o di sinistra?), ma era impossibile: parlava a raffica come un vecchio filosofo della Magna Grecia. Forse era un timido. Ripresero a girare e ce ne andammo: eravamo d’intralcio.

Aveva cominciato col cabaret e con De Andrè, aveva scritto “Carlo Martello”. Poi la tv in b/n col cattivo Krantz, una cosa nuova, rivoluzionaria, destabilizzante nell’imperante melassa del tubo catodico dc: scendeva la scala con un cavalluccio sottobraccio maltrattando il pubblico.

Aveva un gemello e anche lui fece l’impiegato e da lì, dal servilismo, il mobbing (a seconda del ruolo che la vita ci fa recitare), ma anche dall’imboscamento, dall’ostentare cultura che non abbiamo (sulle orme di Totò e Sordi),

aveva preso spunto per le immortali maschere di Fantozzi (il primo fu diretto da Luciano Salce) e Fracchia, dai romanzi ai film di cui scriveva la sceneggiatura, girati nei palazzi metafisici dell’Eur sulla Cristoforo Colombo. Come format narrativo si rifaceva al cinema muto. Qualcuno dice che portò la lotta di classe in ufficio, in realtà portò di più: rise del potere.

Si era inventato uno slang che oggi appartiene a tutti: “Com’è umano, lei…”, “La corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!”, “Venghi!”, ecc.

Nel 1987 si candidò come deputato con Democrazia Proletaria, “una setta di protocristiani”: non fu eletto per poco, gli italiani preferirono Cicciolina (proposta da Pannella).

Nel 2000, Giubileo, lo pescarono in coda a San Pietro, lui, non credente (avrà funerali laici). “Non si sa mai…”, rispose imbarazzato al solito cronista impiccione.

Fece film d’autore: “Brancaleone alle Crociate” (Monicelli), “Il segreto del bosco vecchio” (Olmi)” e “La voce della luna” (Fellini), ebbe il leone alla carriera già negli anni Novanta. Ultimamente si lamentava del fatto che nessuno più lo chiamava.

Ciao Villaggio, speriamo che dove sei andato adesso (Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) troverai la tua vecchia Bianchina sottosopra e il basco, i tornelli alle 5 e il geometra Calboni, la signorina Silvani,e il ragionier Filini…

E magari anche i “pupiddhi” di Leuca fritti che quel giorno d’estate al Ciolo ti piacquero tanto…

Francesco Greco

 


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