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EVENTI. Il pane che sazia gli occhi e il cuore, a Santu Lasi

SALVE (Le) – Scirocco viene dal mare e scuote i mandorli in fiore avvolgendo in un caldo abbraccio colorato di rosa e denso di salsedine il popolo di Santu Lasi. Che sfida anche la pioggia per esserci. L’artista della land art Fabio Pedone si è inventato un tunnel intrecciando i rami appena fioriti. Entriamo in masseria ubriacandoci di un profumo intenso e delicato, che il vento ci impregna sulla pelle mescolandolo all’odore di sale e di olio fritto delle “pìttele” che ingravida l’aria. Un’emozione forte ritrovare odori e profumi del passato, ce li portiamo nel cuore ovunque. Un rito che ci inventiamo d’istinto: la suggestione è forte, forse porterà bene alle nostre vite sospese e borderline, canne al vento.

  
Ormai da dieci anni nessuno sa resistere al richiamo della masseria cinquecentesca di Santu Lasi (San Biagio), alla periferia sud di Salve, la bella dimora di Eliana e Vincenzo Cazzato (cattedre a Roma e Lecce) dove il tempo ha una modulazione sensuale e lenta e ognuno pare aver trovato il suo Graal.
L’architetto Corrado Cazzato ci spiega che l’ha restaurata con i materiali del paesaggio, facendo riemergere la sua anima antica. Par di vedere le ombre di chi ci ha vissuto nel tempo, i loro dolci sorrisi. Ormai si è trasfigurata in un topos, un grumo semantico ricco di contaminazioni, di implicazioni semantiche, di una dialettica che parla a tutti.
 
  
 
E’ la X edizione (organizzata da Comune di Salve e Masseria Santu Lasi, d’intesa con l’Associazione Ville e Giardini di Puglia) di una festa popolare unica, nel cuore dell’inverno ma tiepida di primavera, un po’ cristiana un po’ pagana, input estetici e mistici, popolo e intellettuali insieme, incrocio tra passato e futuro, passaggio di conoscenze. Una piccola sagra dei sapori antichi fa rivivere a ognuno la sua infanzia, le foto sparse per il mondo con l’app.
  
E’ una community germogliata spontaneamente fra Europa e Mediterraneo, sempre aperta, che il 3 febbraio accorre a un richiamo sottinteso delle radici rinate, a ricomporre il mosaico di una memoria condivisa, rinnovare più intensa un’energia universale che imbratta i nostri cromosomi. I viandanti hanno messo il vestito della festa, le signore gli abiti più belli, le ragazze sciolto le chiome. Appartati e pudici, i vecchi mangiano ceci cotti al fuoco e bevono il vino nero, i bambini masticano “pittele” calde calde fatte dalle buone massaie del paese, la vera forza del Sud che ci appartiene e che nessun vento riuscirà mai a fermare. La formula alchemica di questo stato d’animo lieve, denso di serendipity, non si può dire, ma c’è.       
  
“Pane nostro…” (dai pani di San Biagio ai pani di San Giuseppe) è il tema 2018: poteva essere più dentro al mood del tempo? Il nostro pane è sempre più incerto e amaro, è la stagione dei diritti perduti, degli atomi disaggregati, della schizofrenia sovrana e, curioso nodo gordiano della storia, siamo invasi da chi non ha manco il pane nero e l’acqua e vede in noi la Terra Promessa dove vagheggiare un futuro meno gramo e misero e salta su un gommone. Li accogliamo con amore, sono nostri fratelli: per noi della Magna Grecia eredi di Ennio e Livio l’ospite è sacro agli dei, e con loro dividiamo il poco pane che ci lascia la globalizzazione e la politica miserabile, e insieme lottiamo per una briciola di dignità.
   
A mezzogiorno la messa è finita nella chiesetta dedicata al santo medico in Armenia, vescovo di Sabaste (lo decapitarono nel 316), invocato per il mal di gola e per proteggere i greggi contro i lupi (anche per questo ci sta simpatico: siamo circondati da perfide belve travestite da agnelli, labbra di miele, cuore di sasso).
  
La folla invade il cortile battuto dal vento, le vecchie pietre bagnate di pioggia, gli ambienti arredati in modo spartano: vecchie radio, un telaio dove si tesseva la dote, libri dell’altro secolo: il mondo contadino aveva una sua anima innocente.
Attrezzi e cose evocano racconti, la fatica di chi c’era. I frantoi erano paragonati a gironi infernali: “Meno male che arrivarono gli asini a girare le ruote che macinavano le ulive…”, sorride un vecchio di quelli che non gli dà noia essere chiamato così.  
  
“Tutto ciò che viene dalla terra è grazia di Dio – dice don Lorenzo Profico alzando l’aspersorio per benedire il pane del Santo – ma pensiamo a chi non ha il pane da mettere in tavola…“. I nostri avi ci pensavano: nei forni il viandante trovava sempre una pagnotta “sospesa”, chi panificava la lasciava “per l’anima dei Morti”, come se a mangiarla fosse un caro estinto.
C’è chi ricorda quando fare il pane era un rito pregno di sacralità e silenzio: impastare col lievito madre, dar forma ai pani belli grandi, cuocerli e poi il dolce profumo che si spandeva nell’aria, nella via, in casa. Tutti ne avevano: i vicini, il compare di San Giovanni, la “mamma ranne” (bisnonna). Spesso si faceva per grazia ricevuta (“il potere salvifico”, dice l’arch. Luigi Nicolardi che ogni anno col prof. Cazzato si inventa il mainstream della festa) e lo si donava ai poveri. Archetipi delle civiltà affacciate sul Mediterraneo.
  
Dopo i saluti del sindaco Vincenzo Passaseo, la musica della banda di Poggiardo è gioiosa, piena di luce, come la nostra terra e la gente del “Capo” dove terra e mare sono un solo mistero, una sciarada barocca. Lo “scarcagnulu” umido ci spalma addosso i petali dei mandorli, la pioggia bagna i capelli dei bambini: in queste contrade arse e sitibonde, come quelle cantate da Omero, l’acqua è un dono prezioso che non basta mai: abbiamo l’incubo della sete più che della fame.
  
Il pane benedetto passa di mano in mano, di bocca in bocca. I bambini mangiano silenziosi, i vecchi lo spezzano con mani grandi e nere, attenti a non perderne una briciola, sarebbe peccato.
  
In un angolo c’è una ragazza alta e magra, è Tamara Triffez, belga, una delle più grandi fotografe viventi. Ha sovrapposto Santu Lasi in Salento e il culto di San Biagio nella Valle del Belìce: qualche assonanza, molte diversità. Ha fotografato i pani di Specchia Gallone e Trapani, di Giurdignano e Santa Ninfa, i sontuosi barocco siciliano e il nostro più delicato, intarsiato. Il progetto l’ha impegnata per tre anni.
  
Il bianco e nero ha colto sfumature altrimenti irraggiungibili, i chiaroscuri sono crudi, essenziali, densi di messaggi palesi e sottintesi, comunicano un background fascinoso intrecciato di storie e leggende, scavano storytelling sepolti, epos sedimentati nel tempo ignoti a noi stessi. Un lavoro monumentale che dà alla festa un atout popolare e al tempo stesso intellettuale. Il bello seduce lo sguardo di tutti.  
 
Il vento rinforza, raffiche di pioggia lavano le antiche pietre ma nessuno se ne va da questo luogo magico dove la parola ritrova il suo etimo primitivo, come fosse trattenuto da un’energia ancestrale, avviluppato da una ragnatela di dolcezza e appartenenza. Un evento sotto il segno di una riappropriazione identitaria dopo il tempo del’esproprio, delle lacerazioni nella memoria, e nel paesaggio.
  
Qui a Santu Lasi si è felici solo per essersi rivisti dopo un anno, nessuno è mai forestiero, si spezza il pane con lo sconosciuto, si alza il bicchiere con chi viene da lontano. Sottinteso l’appuntamento al 3 febbraio 2019: sole, vento, pioggia o neve, Santu Lasi ci vuole qui, e qui saremo sino alla fine del tempo… 
 
Francesco Greco

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