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STORIA. “A nuda voce”, tributo alle tabacchine di Calimera

Tabacchine/ sembra un diminutivo quasi un vezzeggiativo/ ma non evoca amene campagne/ pittoreschi paesaggi/ ma solamente brutale lavoro…“.
Il mondo delle tabacchine, le lavoratrici nei magazzini del tabacco, in tutta la sua ricchezza semantica e complessità, le gerarchie, i rapporti di forza, la socialità, la quotidianità minimalista, lo sfruttamento, le umiliazioni, anche le percosse, la nocività, i veleni, a volte fatali.

Un affresco di questo mondo a parte ce lo offre Elio Coriano (Calimera, 1955) in “A nuda voce” (Canto per le tabacchine), Musicaos Editore, Neviano, Lecce 2015, pp. 158, euro 15,00, collana Poesia (edizione italiano/ inglese, traduzioni di Giuliana Pagano). Una ricerca dalla valenza multipla: sociologica, antropologica, culturale, economica, sul Novecento in bianco e nero, quando quel tipo di economia segnava i paesi di Terra d’Otranto e che adesso non c’è più, e diventa un “tribute” alle nostre mamme e nonne, che uscivano alle 7 del mattino con un po’ di pane e rape in mano e tornavano a pomeriggio inoltrato, al tramonto, come ombre ossute, a cucinare un boccone al marito e ai figli, perché “A noi non è stata data alcuna scelta/ siamo nate e già sapevamo il nostro destino…“.

A nuda voce

A nuda voce, copertina

E lo conosceva bene Rosetta, la tabacchina dal cui archivio (“un fascicolo di carte un po’ sparigliate e sgualcite…“) Ada Donno ha attinto il materiale consegnatogli dal figlio maggiore Salvatore tempo dopo la sua morte.

Poche pagine per rievocare un mondo di coscienza politica e di lotta per il lavoro e soprattutto la dignità. Siamo negli anni della guerra e nell’immediato dopoguerra. Il fascismo degli agrari sta morendo, il mondo nuovo non è certo migliore: i latifondisti si riciclano, veloci come Gattopardi. Manco loro sanno quanta terra hanno (i vicerè di Maglie con l’Arneo, per esempio). A chi le lavora a mezzadria o colonia resta un piatto di lenticchie. Poche per sfamare famiglie di 7-8 figli.

I concessionari del tabacco sono gli stessi di prima e chiamano le ragazze figlie dei loro stessi contadini a lavorare. Poi il tabacco americano farà strame delle qualità levantine, col silenzio complice dei politici servi delle lobby.
L’emigrazione di massa ha radici antiche. Una tragedia epica per gli agrari, poi costretti a parcellizzare il latifondo per venderlo, come direbbero i Genesis “by the pound” e campare della rendita fondiaria.

Meccanismi che nessuno, a destra e a sinistra, hanno mai messo in discussione. Per cui la desertificazione di oggi inizia da lontano e i colpevoli sono noti: gli stessi assassini che oggi vorrebbero salvarci.

La “Nuda voce” del poeta si eleva alta e possente per Generosa Bonatesta, Rosetta (la cui “piccola storia” andrebbe magari raccontata in un documentario con le parole usate da Ada Donno nelle vesti di storica) e per le sei tabacchine bruciate vive il 13 giugno 1960 a Calimera (Lecce), in un incendio divampato nella ditta Villani e Franzo. “Vedo sempre fiamme tutta la notte…”, dice Elvira Castrignanò a Miriam Mafai che lo scrive nel suo bel reportage su “Vie Nuove”.

Completano il lavoro due pregevoli riflessioni di Francesco Aprile e Luciano Pagano.

Francesco Greco


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