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Le cave ipogee di Cutrofiano

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Non solo grotte. Il sottosuolo è ricco di numerose cavità, anche artificili, per sopperire alla naturale necessità dell’uomo di realizzare strutture da destinare a diverse esigenze: culturali, religiose, abitative o, più semplciemente, per la coltivazione dei tufi.

Cutrofiano rappresenta indubbiamente uno dei più importanti centri per l’estrazione intensiva di calcareniti a scopi edili. In passato la scelta ricadeva spesso nell’impianto di cave ipogee a profondità variabile tra i 10 e i 40-45 m e comunicanti con la superficie tramite un boccapozzo. Questo garantiva la continuità dello sfruttamento dei terreni agricoli sovrastanti.

In circa un secolo di attività sono stati cavati decine di chilometri di gallerie che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, hanno rappresentato la principale causa di una serie di fenomeni di sprofondamento particolarmente concentrati nella zona sud del territorio comunale. Le volte e le pareti delle cave sotterranee, laddove l’escavazione è stata più aggressiva e disordinata, sono soggette a distacchi di grossi blocchi rocciosi che ne minano la stabilità strutturale, propagandosi spesso fino alla superficie con conseguente formazione di più o meno ampie depressioni del terreno (e conseguenti lesioni a strutture ed edifici) o l’apertura di veri e propri sinkholes. Solo negli ultimi anni possiamo contarne diversi già nel 1985, poi nel febbraio del 96, luglio 2008, marzo 2010, ottobre 2010 per aumentare in frequenza negli ultime decadi. Il problema non ha interessato solo il sud Italia ma, ad esempio, anche le miniere di metalli in Canada, le caverne in argilliti in Cina, le miniere in calcare nei Paesi Bassi.

I fenomeni di crollo, oltre alla caratterizzazione di scenari disastrosi, possono contribuire anche alla formazione di veri e propri ecosistemi. Qui la falda freatica superficiale si trova ad appena 5 m di profondità frammista ad un livello di sabbie per i primi 8 m con prevalenza argillosa nei livelli sottostanti (per un totale di 15-25 m). Di conseguenza una depressione in superficie, entro i limiti degli strati di argilla, può portare alla formazione di bacini di raccolta delle acque di falda superficiale come in zona Signorella, famosa per alcuni anni per i suoi “Laghi”.

Una volta scelto il sito da coltivare si iniziava a scavare un pozzo di 3 m di diametro, rivestito man mano con cerchi concentrici di mattoni in tufo. La profondità del pozzo variava in funzione della zona, solitamente tra i 7 e i 50 m. Il limite era dettato dal raggiungimento di un livello di calcarenite più compatto che avrebbe fatto da volta alla nuova cava, il mazzaro. Valutato l’opportuno spessore del mazzaro si procedeva ad un progressivo scampanamento per una sezione di 5×5 m. Da qui si procedeva allo scavo di gallerie a croce o a pilastri sfalzati, al massimo di 9 metri di ampiezza e altezza variabili tra i 6 e i 8 metri. All’occorrenza si ricavavano delle stanza da adibire a deposito attrezzi o per il riposo degli operai. L’estrazione del conci in passato avveniva tramite un argano di legno denominato macinula, o in ferro con manovella a raggio fisso denominato spidu.

Al pozzo principale si associava poi un pozzo secondario di piccole dimensioni, il lanternino, per il passaggio degli operai. Dal lanternino si accedeva alle gallerie ipogee procedendo in “spaccata”, utilizzando le apposite pedarole predisposte lungo la verticale, indipendentemente dalla profondità del pozzo.

Il buon senso avrebbe dovuto prevedere anche la presenza di un secondo pozzo di emergenza, munito da scale, da utilizzare per un abbandono rapido delle gallerie ipogee. L’ingente costo di realizzazione, che pesava inevitabilmente sul bilancio dell’attività di coltivazione dei tufi, faceva desistere i proprietari della cava che invece optarono per adottare tre misure di sicurezza:

  • non più di 20 operai potevano lavorare contemporaneamente nello scavo;
  • era possibile accedere a cave limitrofe, anche di proprietà altrui, per una rapida fuga;
  • il pozzo principale doveva essere sempre mantenuto in sicurezza.

La sicurezza del pozzo era garantita iniziando la coltivazione dalla periferia della proprietà oggetto dello scavo, procedendo in ritirata verso l’ingresso principale che fungeva così da baricentro della cava.

Schema esemplificativo delle attività di apertura e lavorazione delle cave sotterranee a
Cutrofiano. Legenda: 1) copertura; 2) piano di carico esterno; 3) gru;
4) pozzo principale; 5) rivestimento; 6) campana; 7) fassa; 8) bancata; 9) galleria. [De Pascalis A., De Pascalis F., Parise M.]

La presenza di pilastri regolari di spessore di 20 metri, il rispetto delle altezza dello scavo, un adeguato spessore del mazzaro (di almeno 1-3 m) poteva garantire una certa stabilità delle gallerie. Ai primi segni di cedimento la cava veniva abbandonata. In ogni caso, con il tempo si possono generare dei processi di degradazione meccanica della roccia tramite fenomeni ciclici di imbibizione-essiccamento (a causa dell’infiltrazione idrica dal piano campagna o veri e propri allagamenti), con formazione di fessure lungo la volta e le pareti laterali, collassi locali di porzioni di roccia dalla volta e rotture per taglio lungo le pareti laterali delle cavità con distacco ed estrusione dei blocchi rocciosi. In molti pilastri sono state rinvenute delle cavità carsiche naturali, “invisibili” esternamente, che hanno ulteriormente contribuito a minarne la stabilità.

Una galleria ipogea a Cutrofiano

Questi fattori, spesso non associati nel breve e medio periodo a fenomeni in superficie, insieme ad una labile memoria storica ed un difficile inquadramento degli sviluppi delle gallerie sotterranee, portano a sottostimare il rischio associato dall’interazione con ambienti antropizzati. Non bisogna dimenticare poi che all’inizio delle attività di estrazione, intorno al 1800 per il comune di Cutrofiano, la mancata esperienza e manualità potevano portare alla realizzazione di gallerie molto irregolari e di per sé già poco stabili. Non erano necessarie autorizzazioni e i proprietari dei terreni potenzialmente sfruttabili per la coltivazione dei tufi potevano procedere in autonomia con un semplice comunicazione al comune a otto giorni dall’inizio dei lavori.

Al fine di mitigare i rischi connessi agli sprofondamenti, l’identificazione di eventuali segni premonitori che possano precedere la fase catastrofica di collasso può risultare di estrema importanza. Sono stati sperimentati approcci di monitoraggio con telerilevamento e di superficie e tecniche di rilievo tridimensionale con laser scanner attraverso fori di sondaggio a carotaggio continuo. Non è sempre possibile accedere direttamente alle cavità. Spesso i boccapozzi sono stati sigillati per evitare continui fenomeni di inquinamento ambientale: le cave venivano infatti utilizzate come ricettacolo di rifiuti di ogni tipo rendendo gli ambienti ipogei totalmente inospitali. Laddove è possibile un accesso umano, il lavoro degli speleologi e ricercatori ha permesso, e lo fa tuttora, di monitorare visivamente la situazione oltre che stilare rilievi georeferenziati con le più moderne tecnologie a disposizione.

Rifiuti in una cava al di sotto di un boccapozzo. Foto di Salvatore Inguscio

La cavatura però, oltre ad abbondante materiale per l’edilizia, può portare anche ad affascinanti scoperte. Sempre in località Signorella, all’interno della cava SIAT-DEl Piano di 31.000 m2, sfruttata per le calcareniti fino agli anni ’80 e per le argille fino ai primi 2000, sono stati individuati nello strato calcarenitico tre scheletri di cetacei in ottimo stato di conservazione: un odontoceto praticamente completo e due misticeti (di cui uno quasi intero e l’altro presente in pochi frammenti a causa dell’esportazione della restante porzione dello scheletro durante i lavori di coltivazione dell’arglla). Un ritrovamenteo che dovrebbe destare l’attezione sull’importanza geologico-ambientale ma soprattutto paleontologica e didattica che che ben vedrebbe questi geo-siti in un constesto di Parco Museo.

Disposizione di alcuni resti di uno dei due misticeti. si noti come l’escavatore abbia notevolmente danneggiato le vertebre; (b) alcune vertebre in connessione anatomica dell’odontoceto, al centro le coste disposte parallelamente l’una all’altra, in basso i resti di una delle pinne pettorali. [Margiotta S., Varola A.]

La coltivazione dei tufi ha vissuto lunga prosperità, almeno fino al 1970, anno in cui ebbe inizio una sensibile lievitazione dei prezzi per la concessione del diritto di sfruttamento del sottosuolo, della manodopera, dello scavo del pozzo e per la successiva estrazione della tufina, nonché ai costi sempre crescenti per macchine e manutenzione e, di conseguenza, sull’impatto del costo della materia finita sul mercato.

I compiti di sorveglianza sulle attività estrattive erano riservati al “Corpo delle Miniere” ruolo tecnico della direzione generale delle miniere del Ministero Ind. Comm.cio e Artig.to., istituito con legge del 20 novembre 1859 n. 3755, raccogliendo l’eredità del “Corpo di Ingegneri per le Miniere” del regno sardo-piemontese, attivo dal 18 ottobre 1822.

Nel Regno delle due Sicilie, la legge del 17 ottobre 1826 emanata dal re Ferdinando I, lasciava le cave a libera e completa disposizione del proprietario del suolo o a chi ne faceva richiesta se dimostrava di avere le competenze necessarie per avviare l’attività. Lo stato italiano con la legge mineraria R.D. del 29 luglio 1927 n.1443 cercava di mettere armonia tra tutte le legislazioni degli staterelli regionali, conservando il concetto di appartenenza dei giacimenti minerari al patrimonio indisponibile dello stato, lasciando le cave nella disponibilità del proprietario del suolo a condizione di intraprendere la coltivazione del giacimento, pena il trasferimento al patrimonio indisponibile dello stato.

Spesso l’abusivismo favoriva l’inosservanza delle norme di sicurezza per la tutela e la salute dei lavoratori. era frequente lo sfruttamento del lavoro minorile, fronti di cava strapiombanti, scavi non a distanza di sicurezza da abitazioni e luoghi pubblici, inosservanza di adempimenti distrettuali e prefettizi. Molti sindaci non provvedevano alla denuncia delle cave nel proprio territorio secondo quanto disposto dalle legge del 30 marzo 1893 n .184 e ribadito dal D.P.R 09 marzo 1959 n.128, circa l’obbligo di trasmettere al Distretto Minerario annualmente ed entro il mese di gennaio l’elenco delle cave attive nel comune con l’indicazione del proprietario, dell’imprenditore, della località dove si svolgevano i lavori, e per le cave di nuova apertura, della data di denuncia del servizio. Il Distretto Minerario venne smantellato nel 1960 dando vita a realtà regionali, come ad esempio l’ufficio minerario regionale pugliese istituito 20 anni più tardi, con competenze mirate sull’attività estrattiva.

Tutti gli infortuni verificatisi nella cave di Cutrofiano non sono stati attribuiti al metodo di cavatura ma a pratiche scorrette assunte dai lavoratori che spesso dimenticavano le basilari norme di sicurezza. Nella maggior parte dei casi di decesso si è trattato di morte per schiacciamento dovuto al distacco di alcune lastre di interstrato della volta, l’utilizzo del pozzo principale invece del lanternino per accedere alla cava, o molto più frequentemente per non aver indossato un casco. Le vite spente durante la coltivazione delle calcareniti sono ricordate a imperitura memoria sulle pareti delle gallerie con croci o altarini incisi. A corredo spesso venivano graffite le iniziali del nome del malcapitato. Questi sono i pochi messaggi che i cavatori hanno lasciato ai posteri, insieme a quelli che indicavano il nome del titolare della cava, posto spesso sotto il boccapozzo principale o nelle zone periferiche al confine con altre cave, o l’anno di apertura dell’attività estrattiva.

Memoriale per una morte sul lavoro in una cava a Cutrofiano.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA:

-TONI L., Le cave in sotterraneo di Cutrofiano. Riscoprire e valorizzare la cultura mineraria nel Salento, 2001, Edizioni del Grifo
-DE PASCALIS A., DE PASCALIS F., PARISE M., Genesi ed evoluzione di un sinkhole connesso a cavità antropiche sotterranee nel distretto estrattivo di Cutrofiano (prov. Lecce, Puglia), su https://www.researchgate.net/publication/235698436_Genesi_ed_evoluzione_di_un_sinkhole_connesso_a_cavita_antropiche_sotterranee_nel_distretto_estrattivo_di_Cutrofiano_prov_Lecce_Puglia
-FIORE A., PARISE M., Cronologia degli eventi di sprofondamento in Puglia,con particolare riferimento alle interazioni con l’ambiente antropizzato, su https://iris.cnr.it/retrieve/070e05ca-643b-43de-a034-06e200262d6d/prod_274646-doc_76867.pdf
-LOLLINO P., PARIRE M., La valutazione della stabilità di cavità sotterranee: approcci semplificati e metodi avanzati di calcolo, su https://www.researchgate.net/profile/M-Parise/publication/263304698_La_valutazione_delle_condizioni_di_stabilita_di_cavita_sotterranee_approcci_semplificati_e_metodi_avanzati_di_calcolo/links/00b7d53a8432c065a1000000/La-valutazione-delle-condizioni-di-stabilita-di-cavita-sotterranee-approcci-semplificati-e-metodi-avanzati-di-calcolo.pdf
-PARISE M., CALò F. FORNARO G., ZENI G., L’utilizzo del monitoraggio satellitare e di superficie per la mitigazione del rischio derivante da sprofondamenti di origine naturale e antropica, su https://www.researchgate.net/profile/M-Parise/publication/259323152_L'utilizzo_del_monitoraggio_satellitare_e_di_superficie_per_la_mitigazione_del_rischio_derivante_da_sprofondamenti_di_origine_naturale_e_antropica/links/00b7d52b003949351d000000/Lutilizzo-del-monitoraggio-satellitare-e-di-superficie-per-la-mitigazione-del-rischio-derivante-da-sprofondamenti-di-origine-naturale-e-antropica.pdf
-SPALLUTO L., FIORE A., LEPORE D., LUISI M., MICCOLI M.N., Tecnica di acquisizione del laser scanner da foro: applicazione al rilievo di cavità ipogee nell’abitato di Cutrofiano (Salento, Puglia), su https://www.researchgate.net/profile/Luigi-Spalluto/publication/289536386_Tecnica_di_acquisizione_del_laser_scanner_da_foro_applicazione_al_rilievo_di_cavita_ipogee_nell'abitato_di_Cutrofiano_Salento_Puglia_The_borehole_laser_scanner_technique_application_to_the_survey_of_u/links/568fbf6b08aeaa1481b3c36f/Tecnica-di-acquisizione-del-laser-scanner-da-foro-applicazione-al-rilievo-di-cavita-ipogee-nellabitato-di-Cutrofiano-Salento-Puglia-The-borehole-laser-scanner-technique-application-to-the-survey-of-u.pdf
-MARGIOTTA S., VAROLA A., Il paleosito di Cutrofiano (Salento): proposta per l'istituzione di un parco museo, su http://www.stsn.it/images/pdf/serA112/01%20Margiotta-Varola.pdf

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