Aggiornato il 15 Agosto 2025
Tempo di lettura: 2 minutiTalàru, sciuscìtta, còfunu, cannavazzu, macìnala, cusifièrru…
Il passato torna vivo più che mai anche nelle parole. A dire anche, o soprattutto, del nostro disagio nella modernità alienante, spersonalizzante, i suoi modelli, icone, feticci, che portano solitudine e ipertrofia dell’ego.

A Palazzo Strafella (Morciano di Leuca, Lecce) il tempo rallenta, fin quasi a fermarsi e senti il battito del suo cuore, il respiro quieto.
Melissa ci fa subito notare che le donne dell’altro secolo, sedendo per infilare il tabacco, lavorare a maglia o semplicemente a chiacchierare con le vicine al fresco davanti all’uscio di casa, intrecciavano i piedi.
Declinazione antropologica che andrebbe indagata.
Poi ci mostra un telaio d’epoca messapica: l’arte della tela e del canovaccio è antica e transita dalle donne di Messapia, altere, belle, libere, dolci come il miele, transita da loro a Penelope (sono contemporanee).
Quindi ricami preziosissimi. Pezzi unici realizzati con tecniche sconosciute ai più e tramandate di generazione in generazione, di madre in figlia, mai trascritte.
Segreti ancestrali, trasmessi col sangue e la memoria, l’affabulazione, che intrecciano il dna di una terra e un popolo che rilegge in termini dialettici e identitari alla mostra “Metessi” (fino a metà settembre, a cura di Melissa Calò e Marco Cavalera, con le foto emozionanti del maestro Michele Rizzo.
Ci soffermiamo davanti al registro delle firme: i visitatori vengono da tutto il mondo. E restano senza parole.
Dinanzi ai manufatti e alla gallery di facce scure di sole, serie, mistiche, come chi sa cosa la vita vuole da loro. Quando il fuoco era sempre acceso e forse teneva distanti i dèmoni.
Uomini che piegano la natura, nella fatispecie le canne, il giunco, il vincastro, la saggina…
Ecco il maestro dei panari (cesti), la maestra delle fiscaredde (contenitori della ricotta) e l’intrecciatore delle sedie di paglia, Cosimo Greco, arte ereditata dalla madre Maria Angela, che l’aveva ricevuta in dono dal padre Domenico Maria Profico da Gagliano, che sposò Palma Maria Carmela Nuzzo da Montesardo, cinque figlie (Caterina, Cristina, Maria, Francesca detta “Chicca”) e tutte impararono l’arte.
Usciamo da Palazzo Strafella e nelle orecchie ci rimbomba il ritmo meccanico dei telaio nei vicoli di sole della nostra infanzia, la sciuscitta (spoletta) scorre veloce fra le mani piccole e svelte delle nostre nonne.
Quando il tempo aveva una scansione lenta e scorreva con una sensualità oggi perduta. La vita aveva una sua sacralità, si intrecciava come l’ordito con le canne conficcate al muro. la macinala (arcolaio), il cusifierru (incannatoio)…
Francesco Greco





