Uno degli studi più importanti condotti sul Tarantismo lo dobbiamo all’insigne antropologo Ernesto De Martino, che nell’estate del 1959 giunse nel Salento con un équipe composta da un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa culturale, un etnomusicologo  e, infine, un documentarista cinematografico per studiare come nessuno aveva mai fatto prima il complesso fenomeno delle “tarantate“. Il risultato del suo lavoro fu un libro “La terra del rimorso”.
La campagna-studio di De Martino si è articolata in un lasso di tempo piuttosto breve, dal 22 Giugno al 10 Luglio, periodo nel quale si sarebbe risvegliato il mistico rimorso delle ultime tarantate di Galatina e dintorni, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo. Su quest’ultimo si è avvolto lo stadio finale dell’evoluzione del tarantismo.
Quella che oggi si festeggia gli ultimi tre giorni di Giugno con bancarelle piene di giochi per i più piccini, stand di dolciumi per i più golosi, musica tipica e tante luminarie,  rappresentava un tempo un periodo in cui le “vittime” del terribile morso della taranta potevano chiedere la grazia a “Santu Paulu de le Tarante” ed essere liberate, una volta per tutte, dai terribili effetti di questo tremendo veleno. Questi ritornano puntualmente a cadenze ben definite con il “rimorso” proprio nel periodo in cui vengono festeggiati i due Apostoli a Galatina (festa che ha rappresentato per De Martino e la sua equipe un occasione fondamentale per lo studio e l’analisi diretta dei tarantati), quasi come a voler scandire un ritmo calendarizzato da una tradizione culturale più che i sintomi indotti da un avvelenamento. Per i tarantati la cura prevedeva un vero e proprio esorcismo in un atmosfera a volte raccapricciante, strana e decisamente inusuale come quella che ci racconta De Martino in occasione del suo primo incontro diretto con un tarantata.
Il vano, l’unico della miserabile dimora, riceveva luce da una porta e da un finestrino così piccolo e così in alto che tutto sarebbe stato avvolto nella penombra se due candele non avessero, come potevano, diffuso nell’intorno il loro incerto chiarore. Addossato alla parete di fronte all’ingresso vi era un letto in disordine, il cui piano si inclinava verso il pavimento, come per favorire lo scivolare al suolo di qualcuno che non volesse o non potesse alzarsi con le sue forze. Al di sopra di questa stranissima alcova, alcune immagini sacre in una cornice di fiori di carta componevano alla parete un rustico altarino. Sul comodino, accanto al letto, quadri di San Paolo e San Pietro, e una boccia della miracolosa acqua di San Paolo, attinta dal pozzo di Galatina. [...]
Per delimitare lo scenario del rito ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi. Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempostamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora.
Ernesto De Martino – La terra del rimorso.
Dalla descrizione emergono componenti quasi ritmici, coreografati, ad altri più improvvissati. La tarantata segue un ritmo distinto a meno che la vista di un colore a lei poco gradito non ne alteri il ciclo coreutico. In tal caso l’unica alternativa consiste nel fornire alla tarantata dei nastri di ugual colore sui quali poter sfogare il proprio disagio e riprendere la catarsi. L’esorcismo continua fino a quanto i suonatori non sono più in grado di suonare, ammenoché San Paolo non decida di intervenire per concedere la grazia alla malcapitata.
Ma chi sono in realtà le tarante? Quali sono gli effetti del morso e del rimorso di animali velenosi? Perchè sono associate alla figura di San Paolo? Ma soprattutto da dove ha avuto origine il Tarantismo?
IL FENOMENO DEL TARANTISMO
Il termine Tarantismo deriva dal nome della città di Taranto, dove si ritiene che sia stato condotto un primo esperimento, se così si può definire, volto a  dimostrare come una taranta, un aracnide appartenente ad una specie non ben definita, sia indotta al “ballo” se sollecitato con il giusto ritmo musicale.
Il morso di uno di questi ragni sarebbe in grado di indurre nello sfortunato destinatario del veleno una forma di malessere diffusa, che può essere curata con il solo utilizzo di un esorcismo coreutico-musicale-cromatico.
Il fenomeno, conosciuto con il termine di Tarantismo, ha avuto una diffusione piuttosto ampia nelle regioni del Regno di Napoli, anche se a partire dal ’700 si presenta come un fenomeno localizzato principalmente nell’entroterra salentino.
Secondo il De Martino il fenomeno, così come lo conosciamo oggi, è nato nel Medioevo, anche se per trovare le radici del mito bisogna tornare indietro nel tempo fino a raggiungere il ceppo originario che ha dato poi vita a moltissimi culti di possessione-purificazione largamente diffusi in Europa, Sud America e Africa.
Concepito fin dal ’600 come una vera e propria patologia, il Tarantismo è andato poi a delinearsi come una forma di isterismo, singolare o collettivo, in relazione ad una situazione sociale non confacente ai propri desideri, o semplicemente come reazione ad un impulso inconscio di evasione da una misera realtà , una condizione di vita che non si è scelto o dall’oppressione dei rigidi dettami della chiesa. Il tutto espresso come una forma di malessere o un modo piuttosto vistoso per attirare l’attenzione sulla propria situazione.
Si delineava così la possibilità di considerare il tarantismo in una prospettiva secondo la quale determinati contenuti conflittuali trovavano orizzonte in un sistema simbolico di “primi morsi” e di “rimorsi” vissuti secondo modi, tempi e luoghi tradizionalizzati e socializzati.
Ernesto De Martino
Prima di essere considerato alla stregua di una malattia, la curiosità delle menti dotte che si dedicarono al Tarantismo in Italia divenne tale che già nel XV secolo rappresentava un tema ricorrente nelle antologie di estrazione medica, catturando l’attenzione dei più illustri studiosi e scienziati: l’élite italiana era unanime nel considerare il veleno della taranta come la causa del male che affliggeva il tarantato. Lo stesso Leonardo da Vinci si dedicò allo studio del fenomeno asserendo che:
Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quel che pensava quando fu morso.
Una virtù, un vizio, una voglia, un fraintendimento potevano quindi colmare la mente dell’individuo morso. Un discorso analogo è preso in considerazione nel “De Veneris” scritto da Sante de Ardoynis tra  il 1424 ed il 1426, il quale riteneva che i morsicati persistono nello stato di immaginazione, inclinazione, pensiero fino al momento in cui il veleno del morso non fosse stato debellato. anche nel “De Veneris” del Ponzetti viene espressa la stessa teoria, secondo la quale il veleno si depositerebbe nel cervello congelando il pensiero e le azioni della vittima costringendolo nello stato del morso fino a che non si fosse dissolto. La danza e la frenesia sarebbero quindi da ricondurre nella voglia del contadino di voler festeggiare e ballare in modo da potersi risollevare dalla fatica del lavoro nei campi.
Oltre al mondo scientifico anche il monto intellettuale si dedicò al tarantismo, che divenne di fatto uno dei temi delle sceneggiature delle opere teatrali toscane: a Firenze, nel 1791,la compagnia Andolfati mise in scena una rappresentazione volta a consacrare la cura coreutico musicale del tarantismo contro gli approcci della medicina ufficiale. La storia, con i caratteri salienti di una commedia, è ambientata a Taranto, dove nella casa di Giannicola si introduce il giovane Valerio, innamorato della figlia, a sua volta promessa in sposa ad un vecchio signore. Valerio scopre però che Giannicola è stato punto dalla tarantola mentre cercava di mettere le mani su uno scrigno con del denaro appartenente al fratello defunto. Valerio, per ingraziarsi Giannicola, finge di offrire del denaro per chiamare dei medici, anche se il suo intento principale è quello di svergognare le cure ufficiali a favore di quelle tradizional-popolari con le quali si soleva curare il tarantismo. Comincia quindi con l’esplorazione musicale fino a che, trovata la melodia giusta, Giannicola inizia a danzare sfrenatamente fino alla guarigione.
L’unico modo di curare un tarantato sembrerebbe essere quindi la musica ma, i progressi in campo medico, che raggiunsero l’apice durante l’illuminismo napoletano del ’700, nonchè l’intervento della Chiesa che confinò il fenomeno del tarantismo alla sola cappella di San Paolo, portò un pubblico sempre più dotto ed erudito a rilegare il fenomeno dell’esorcismo coreutico ad una banale forma rituale e di sminuire il tarantismo a soli disagi psico-fisici. L’intervento della Chiesa ha avuto, inoltre, una doppia valenza, quella di  disgregare il “movimento” dei Sanpaolari, predicatori, sedicenti vegenti e guaritori girovagavano per fiere proprinando terapie magiche e vantandosi di appartenere alla discendenza della casa di San Paolo (dove l’apostolo venne ospitato quando giunse a Galatina). La loro principale medicina era la “terra di Malta“, la stessa dell’isola dove San Paolo represse il veleno della serpe che lo morse.
Ciononostante, Nicola Caputi, medico in Lecce, raccolse 22 casi di persone morse da un ragno e guarite in seguito ad un esorcismo coreutico musicale, senza nascondere anche gli effetti miracolosi dovuti al’intercessione di San Paolo. Raccolse e pubblicò queste testimonianze in un libro, De Tarantulae Anatome et Morsu, edito per la prima volta nel 1741 e conservato solo in pochissime biblioteche al mondo.
Al Tarantismo sono associati anche diversi aneddoti raccolti nella letteratura dal ’400 al ’700 che vedono come protagonista il mondo ecclesiastico. Non mancano i prelati che riponevano delle tarante nel letto di giovani fanciulle, ed attendere che queste venissero morse in modo da poter godere dello spettacolo che la danza avrebbe dato loro. Di solito, infatti, le ragazze morse risultavano essere particolarmente disinibite. Si racconta anche di parroci che hanno deciso di lasciarsi mordere per poter dimostrare che quello della taranta era solo un mito. Questo genere di esperimenti però non ha sempre avuto un lieto fine, e qualche “avventuriero” perì in quanto non consensiente a farsi sottoporre all’esorcismo musicale, confidando invece nell’intervento della medicina tradizionale.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo
LA CAMPAGNA DI DE MARTINO
Per uno studio più sistematico, e soprattutto per evitare di disperdere l’obiettivo di studio analizzando una grossa quantità di dati che probabilmente non si sarebbe potuta gestire a dovere, l’equipe di De Martino ha scelto un campione di 21 soggetti. Su questi sono state raccolte delle informazioni sulle relative condizioni sociali, economiche e famigliari.
Molti dei tarantati sono stati selezionati all’interno della cappella di San Paolo, dove l’equipe osservava il rituale di auto-purificazione di questi soggetti da una posizione privilegiata (una tribuna) che la estraniava dalla folla. Alcuni colleghi di De Martino si sono invece mescolati tra le gente presente all’evento e i famigliari dei tarantati per cercare di carpire delle informazioni aggiuntive edelineare lo status di ognuno dei soggetti.
Nonostante un numero così esiguo di casi di test si è potuto asserire come alcuni episodi di tarantismo ricadevano all’interno della stessa famiglia e nella maggior parte dei casi l’età del primo morso era quella puberale, il momento in cui si abbandona l’infanzia e la spensieratezza per dover abbracciare i dolori e la monotonia di una vita che spesso non si sceglie, che viene imposta dalle circostanze e che potrebbe essere la vera causa della crisi del subconscio che sfocia con danze e balli a profusione.
I soggetti sono stati sottoposti ai test di Rorschach, dai quali è emersa uno scarso livello di alfabetizzazione ma anche riferimenti a temi ricorrenti come quelli sessuali e relativi, ovviamente, all’idea di  ”morso”.
I PROTAGONISTI, O MEGLIO, LE PROTAGONISTE DEL TARANTISMO
Lo studio condotto da De Martino ha visto protagonisti ben 37 tarantati giunti nella cappella nel giugno del ’59. Di questi ben 32 erano di sesso femminile, decisamente un dato troppo sbilanciato affinchè possa assumere una valenza puramente casuale, o almeno laddove si accetti l’idea che il fenomeno sia effettivamente indotto dal morso di un insetto o di un ragno velenoso. E’ assodato che la componente maschile nei campi, o per lo meno per le mansioni che posso esporre maggiormente al rischio del morso di un ragno, è sempre stata nettamente superiore di quella femminile. Questo dato risulta veritiero anche se si prendono in considerazione le tabacchine, ossia le donne che raccoglievano il tabacco e lo sottoponevano ad una prima lavorazione. Questa attività , già presente in terra d’Otranto almeno dal 1791 stando alla relazione del Galanti, ha visto nel 1951 un’occupazione di 60.000 donne nella sola provincia di Lecce, ancora in netta minoranza rispetto alle 173.000 unità maschili impegnate nell’agricoltura. Nonostante questo, il fenomeno del Tarantismo non ha modificato sostanzialmente le sue proporzioni ma ha visto sempre e comunque una forte partecipazione femminile. Lo stesso accade anche se si prendono in considerazioni le altre regioni facenti parte dell’antico regno di Napoli nelle quali era originariamente presente il fenomeno del tarantismo ma assente l’attività di piantumazione e raccolta del tabacco.
Questo dato, in fondo, sembra non aver preoccupato mai nessuno strudioso prima del Del Martino, dato che diverse fonti, già dal ’400, attestano come le donne pugliesi siano facilmente soggette ad essere morse dal ragno, come ricorda il Pontano, del suo dialogo Antonius, pubblicato nel 1491.
Nei secoli si è anche cercato di astrarre il fenomeno del tarantismo dai Pugliesi, senza ottenere però dei risultati che potessero porre definitivamente fine alla diatriba malattia/isteria che contraddistingueva il fenomeno. Fu infatti osservato che donne morse dalla taranta continuavano a preservare i segni del “rimorso” anche dopo aver abbandonato la regione, così come anche donne provenienti da altre regioni e trasferitesi nel salento hanno “contratto” lo stesso morbo.
LA TARANTA E GLI EFFETTI DEL SUO VELENO
Il simbolismo del tarantismo associa il fenomeno al morso di un ragno, la taranta, la quale però non troverebbe una precisa collocazione nel mondo degli aracnidi conosciuti, al meno stando alla descrizione dei sintomi causati dall’avvelenamento da morso. Il genere di ragni che più di avvicina alla mistica figura della taranta sarebbe il Latrodectus Tredecimguttatus il cui morso (di solito seguito da un dolore molto intenso) inietterebbe una tossina che depositandosi sulle giunzioni neuromuscolari, impedisce ai muscoli di rilassarsi provocandone continue contrazioni. La contrazione può estendersi a diverse parti del corpo e non solo quelle interessate al morso. Questo fenomeno potrebbe parzialmente spiegare la necessità dei “tarantati” di lanciarsi in balli frenetici.
Basandosi su questo presupposto il tarantismo venne catalogato dapprima come una semplice malattia, anche se basandosi su spiegazioni e principi totalmente in disaccordo con quelli dell’odierna medicina.
Probabilmente, alcuni dei casi di tarantismo documentati nella letteratura medica e non, dal ’400 ad oggi, potrebbero essere il frutto di un avvelenamento da Latrodectus. Con il tempo poi, questa predisposizione patologia sarebbe confluita nella manifestazione dell’inconscio di molte donne che cercavano solo un po’ d’attenzione, anche probabilmente inconsapevoli del carico di simbolismo di cui era intriso il loro ballo.

Latrodectus Tredecimguttatus (Fonte: wikipedia)
La taranta è stata identificata nel corso dei secoli anche con altri animali o insetti, tutti in grado di poter iniettare veleno in dosi più o meno sufficienti a provocare delle reazioni nei soggetti che lo ricevono, come ad esempio lo scorpione, il tafano ed il serpente, particolamente ricorrenti in diverse leggende e mitologie. In particolar modo sembra che in puglia vivesse uno scorpione (conosciuto come  ”Lo scorpione di Puglia”), in grado di indurre i sintomi dei morsi e rimorsi in coloro che avevano avuto la sventura di incontrarsi con il suo pungiglione. E’ chiaro che l’animale di per sè ha poco significato, ciò che contava era sapere che fosse velenoso.




















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