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L’origini del Tarantismo dietro la festa dei Santi Pietro e Paolo a Galatina

Uno degli studi più importanti condotti sul Tarantismo lo dobbiamo all’insigne antropologo Ernesto De Martino, che nell’estate del 1959 giunse nel Salento con un équipe composta da un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa culturale, un etnomusicologo  e, infine, un documentarista cinematografico per studiare come nessuno aveva mai fatto prima il complesso fenomeno delle “tarantate“. Il risultato del suo lavoro fu un libro “La terra del rimorso”.

La campagna-studio di De Martino si è articolata in un lasso di tempo piuttosto breve, dal 22 Giugno al 10 Luglio, periodo nel quale si sarebbe risvegliato il mistico rimorso delle ultime tarantate di Galatina e dintorni, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo. Su quest’ultimo si è avvolto lo stadio finale dell’evoluzione del tarantismo.

Quella che oggi si festeggia gli ultimi tre giorni di Giugno con bancarelle piene di giochi per i più piccini, stand di dolciumi per i più golosi, musica tipica e tante luminarie,  rappresentava un tempo un periodo in cui le “vittime” del terribile morso della taranta potevano chiedere la grazia a “Santu Paulu de le Tarante” ed essere liberate, una volta per tutte, dai terribili effetti di questo tremendo veleno. Questi ritornano puntualmente a cadenze ben definite con il “rimorso” proprio nel periodo in cui vengono festeggiati i due Apostoli a Galatina (festa che ha rappresentato per De Martino e la sua equipe un occasione fondamentale per lo studio e l’analisi diretta dei tarantati), quasi come a voler scandire un ritmo calendarizzato da una tradizione culturale più che i sintomi indotti da un avvelenamento. Per i tarantati la cura prevedeva un vero e proprio esorcismo in un atmosfera a volte raccapricciante, strana e decisamente inusuale come quella che ci racconta De Martino in occasione del suo primo incontro diretto con un tarantata.

Il vano, l’unico della miserabile dimora, riceveva luce da una porta e da un finestrino così piccolo e così in alto che tutto sarebbe stato avvolto nella penombra se due candele non avessero, come potevano, diffuso nell’intorno il loro incerto chiarore. Addossato alla parete di fronte all’ingresso vi era un letto in disordine, il cui piano si inclinava verso il pavimento, come per favorire lo scivolare al suolo di qualcuno che non volesse o non potesse alzarsi con le sue forze. Al di sopra di questa stranissima alcova, alcune immagini sacre in una cornice di fiori di carta componevano alla parete un rustico altarino. Sul comodino, accanto al letto, quadri di San Paolo e San Pietro, e una boccia della miracolosa acqua di San Paolo, attinta dal pozzo di Galatina. […]

Per delimitare lo scenario del rito ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi. Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempostamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora.

Ernesto De Martino – La terra del rimorso.

Dalla descrizione emergono componenti quasi ritmici, coreografati, ad altri più improvvissati. La tarantata segue un ritmo distinto a meno che la vista di un colore a lei poco gradito non ne alteri il ciclo coreutico. In tal caso l’unica alternativa consiste nel fornire alla tarantata dei nastri di ugual colore sui quali poter sfogare il proprio disagio e riprendere la catarsi. L’esorcismo continua fino a quanto i suonatori non sono più in grado di suonare, ammenoché San Paolo non decida di intervenire per concedere la grazia alla malcapitata.

Ma chi sono in realtà le tarante? Quali sono gli effetti del morso e del rimorso di animali velenosi? Perchè sono associate alla figura di San Paolo? Ma soprattutto da dove ha avuto origine il Tarantismo?

IL FENOMENO DEL TARANTISMO

Il termine Tarantismo deriva dal nome della città di Taranto, dove si ritiene che sia stato condotto un primo esperimento, se così si può definire, volto a  dimostrare come una taranta, un aracnide appartenente ad una specie non ben definita, sia indotta al “ballo” se sollecitato con il giusto ritmo musicale.

Il morso di uno di questi ragni sarebbe in grado di indurre nello sfortunato destinatario del veleno una forma di malessere diffusa, che può essere curata con il solo utilizzo di un esorcismo coreutico-musicale-cromatico.

Il fenomeno, conosciuto con il termine di Tarantismo, ha avuto una diffusione piuttosto ampia nelle regioni del Regno di Napoli, anche se a partire dal ‘700 si presenta come un fenomeno localizzato principalmente nell’entroterra salentino.

Secondo il De Martino il fenomeno, così come lo conosciamo oggi, è nato nel Medioevo, anche se per trovare le radici del mito bisogna tornare indietro nel tempo fino a raggiungere il ceppo originario che ha dato poi vita a moltissimi culti di possessione-purificazione largamente diffusi in Europa, Sud America e Africa.

Concepito fin dal ‘600 come una vera e propria patologia, il Tarantismo è andato poi a delinearsi come una forma di isterismo, singolare o collettivo, in relazione ad una situazione sociale non confacente ai propri desideri, o semplicemente come reazione ad un impulso inconscio di evasione da una misera realtà, una condizione di vita che non si è scelto o dall’oppressione dei rigidi dettami della chiesa. Il tutto espresso come una forma di malessere o un modo piuttosto vistoso per attirare l’attenzione sulla propria situazione.

Si delineava così la possibilità di considerare il tarantismo in una prospettiva secondo la quale determinati contenuti conflittuali trovavano orizzonte in un sistema simbolico di “primi morsi” e di “rimorsi” vissuti secondo modi, tempi e luoghi tradizionalizzati e socializzati.

Ernesto De Martino

Prima di essere considerato alla stregua di una malattia, la curiosità delle menti dotte che si dedicarono al Tarantismo in Italia divenne tale che già nel XV secolo rappresentava un tema ricorrente nelle antologie di estrazione medica, catturando l’attenzione dei più illustri studiosi e scienziati: l’élite italiana era unanime nel considerare il veleno della taranta come la causa del male che affliggeva il tarantato. Lo stesso Leonardo da Vinci si dedicò allo studio del fenomeno asserendo che:

Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quel che pensava quando fu morso.

Una virtù, un vizio, una voglia, un fraintendimento potevano quindi colmare la mente dell’individuo morso. Un discorso analogo è preso in considerazione nel “De Veneris” scritto da Sante de Ardoynis tra  il 1424 ed il 1426, il quale riteneva che i morsicati persistono nello stato di immaginazione, inclinazione, pensiero fino al momento in cui il veleno del morso non fosse stato debellato. anche nel “De Veneris” del Ponzetti viene espressa la stessa teoria, secondo la quale il veleno si depositerebbe nel cervello congelando il pensiero e le azioni della vittima costringendolo nello stato del morso fino a che non si fosse dissolto. La danza e la frenesia sarebbero quindi da ricondurre nella voglia del contadino di voler festeggiare e ballare in modo da potersi risollevare dalla fatica del lavoro nei campi.

Oltre al mondo scientifico anche il monto intellettuale si dedicò al tarantismo, che divenne di fatto uno dei temi delle sceneggiature delle opere teatrali toscane: a Firenze, nel 1791,la compagnia Andolfati mise in scena una rappresentazione volta a consacrare la cura coreutico musicale del tarantismo contro gli approcci della medicina ufficiale. La storia, con i caratteri salienti di una commedia, è ambientata a Taranto, dove nella casa di Giannicola si introduce il giovane Valerio, innamorato della figlia, a sua volta promessa in sposa ad un vecchio signore. Valerio scopre però che Giannicola è stato punto dalla tarantola mentre cercava di mettere le mani su uno scrigno con del denaro appartenente al fratello defunto. Valerio, per ingraziarsi Giannicola, finge di offrire del denaro per chiamare dei medici, anche se il suo intento principale è quello di svergognare le cure ufficiali a favore di quelle tradizional-popolari con le quali si soleva curare il tarantismo. Comincia quindi con l’esplorazione musicale fino a che, trovata la melodia giusta, Giannicola inizia a danzare sfrenatamente fino alla guarigione.

L’unico modo di curare un tarantato sembrerebbe essere quindi la musica ma, i progressi in campo medico, che raggiunsero l’apice durante l’illuminismo napoletano del ‘700, nonchè l’intervento della Chiesa che confinò il fenomeno del tarantismo alla sola cappella di San Paolo, portò un pubblico sempre più dotto ed erudito a rilegare il fenomeno dell’esorcismo coreutico ad una banale forma rituale e di sminuire il tarantismo a soli disagi psico-fisici. L’intervento della Chiesa ha avuto, inoltre, una doppia valenza, quella di  disgregare il “movimento” dei Sanpaolari, predicatori, sedicenti vegenti e guaritori girovagavano per fiere proprinando terapie magiche e vantandosi di appartenere alla discendenza della casa di San Paolo (dove l’apostolo venne ospitato quando giunse a Galatina). La loro principale medicina era la “terra di Malta“, la stessa dell’isola dove San Paolo represse il veleno della serpe che lo morse.

Ciononostante, Nicola Caputi, medico in Lecce, raccolse 22 casi di persone morse da un ragno e guarite in seguito ad un esorcismo coreutico musicale, senza nascondere anche gli effetti miracolosi dovuti al’intercessione di San Paolo. Raccolse e pubblicò queste testimonianze in un libro, De Tarantulae Anatome et Morsu, edito per la prima volta nel 1741 e conservato solo in pochissime biblioteche al mondo.

Al Tarantismo sono associati anche diversi aneddoti raccolti nella letteratura dal ‘400 al ‘700 che vedono come protagonista il mondo ecclesiastico. Non mancano i prelati che riponevano delle tarante nel letto di giovani fanciulle, ed attendere che queste venissero morse in modo da poter godere dello spettacolo che la danza avrebbe dato loro. Di solito, infatti, le ragazze morse risultavano essere particolarmente disinibite. Si racconta anche di parroci che hanno deciso di lasciarsi mordere per poter dimostrare che quello della taranta era solo un mito. Questo genere di esperimenti però non ha sempre avuto un lieto fine, e qualche “avventuriero” perì in quanto non consensiente a farsi sottoporre all’esorcismo musicale, confidando invece nell’intervento della medicina tradizionale.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo

LA CAMPAGNA DI DE MARTINO

Per uno studio più sistematico, e soprattutto per evitare di disperdere l’obiettivo di studio analizzando una grossa quantità di dati che probabilmente non si sarebbe potuta gestire a dovere, l’equipe di De Martino ha scelto un campione di 21 soggetti. Su questi sono state raccolte delle informazioni sulle relative condizioni sociali, economiche e famigliari.

Molti dei tarantati sono stati selezionati all’interno della cappella di San Paolo, dove l’equipe osservava il rituale di auto-purificazione di questi soggetti da una posizione privilegiata (una tribuna) che la estraniava dalla folla. Alcuni colleghi di De Martino si sono invece mescolati tra le gente presente all’evento e i famigliari dei tarantati per cercare di carpire delle informazioni aggiuntive edelineare lo status di ognuno dei soggetti.

Nonostante un numero così esiguo di casi di test si è potuto asserire come alcuni episodi di tarantismo ricadevano all’interno della stessa famiglia e nella maggior parte dei casi l’età del primo morso era quella puberale, il momento in cui si abbandona l’infanzia e la spensieratezza per dover abbracciare i dolori e la monotonia di una vita che spesso non si sceglie, che viene imposta dalle circostanze e che potrebbe essere la vera causa della crisi del subconscio che sfocia con danze e balli a profusione.

I soggetti sono stati sottoposti ai test di Rorschach, dai quali è emersa uno scarso livello di alfabetizzazione ma anche riferimenti a temi ricorrenti come quelli sessuali e relativi, ovviamente, all’idea di  “morso”.

I PROTAGONISTI, O MEGLIO, LE PROTAGONISTE DEL TARANTISMO

Lo studio condotto da De Martino ha visto protagonisti ben 37 tarantati giunti nella cappella nel giugno del ’59. Di questi ben 32 erano di sesso femminile, decisamente un dato troppo sbilanciato affinchè possa assumere una valenza puramente casuale, o almeno laddove si accetti l’idea che il fenomeno sia effettivamente indotto dal morso di un insetto o di un ragno velenoso. E’ assodato che la componente maschile nei campi, o per lo meno per le mansioni che posso esporre maggiormente al rischio del morso di un ragno, è sempre stata nettamente superiore di quella femminile. Questo dato risulta veritiero anche se si prendono in considerazione le tabacchine, ossia le donne che raccoglievano il tabacco e lo sottoponevano ad una prima lavorazione. Questa attività, già presente in terra d’Otranto almeno dal 1791 stando alla relazione del Galanti, ha visto nel 1951 un’occupazione di 60.000 donne nella sola provincia di Lecce, ancora in netta minoranza rispetto alle 173.000 unità maschili impegnate nell’agricoltura. Nonostante questo, il fenomeno del Tarantismo non ha modificato sostanzialmente le sue proporzioni ma ha visto sempre e comunque una forte partecipazione femminile. Lo stesso accade anche se si prendono in considerazioni le altre regioni facenti parte dell’antico regno di Napoli nelle quali era originariamente presente il fenomeno del tarantismo ma assente l’attività di piantumazione e raccolta del tabacco.

Questo dato, in fondo, sembra non aver preoccupato mai nessuno strudioso prima del Del Martino, dato che diverse fonti, già dal ‘400, attestano come le donne pugliesi siano facilmente soggette ad essere morse dal ragno, come ricorda il Pontano, del suo dialogo Antonius, pubblicato nel 1491.

Nei secoli si è anche cercato di astrarre il fenomeno del tarantismo dai Pugliesi, senza ottenere però dei risultati che potessero porre definitivamente fine alla diatriba malattia/isteria che contraddistingueva il fenomeno. Fu infatti osservato che donne morse dalla taranta continuavano a preservare i segni del “rimorso” anche dopo aver abbandonato la regione, così come anche donne provenienti da altre regioni e trasferitesi nel salento hanno “contratto” lo stesso morbo.

LA TARANTA E GLI EFFETTI DEL SUO VELENO

Il simbolismo del tarantismo associa il fenomeno al morso di un ragno, la taranta, la quale però non troverebbe una precisa collocazione nel mondo degli aracnidi conosciuti, al meno stando alla descrizione dei sintomi causati dall’avvelenamento da morso. Il genere di ragni che più di avvicina alla mistica figura della taranta sarebbe il Latrodectus Tredecimguttatus il cui morso (di solito seguito da un dolore molto intenso) inietterebbe una tossina che depositandosi sulle giunzioni neuromuscolari, impedisce ai muscoli di rilassarsi provocandone continue contrazioni. La contrazione può estendersi a diverse parti del corpo e non solo quelle interessate al morso. Questo fenomeno potrebbe parzialmente spiegare la necessità dei “tarantati” di lanciarsi in balli frenetici.

Basandosi su questo presupposto il tarantismo venne catalogato dapprima come una semplice malattia, anche se basandosi su spiegazioni e principi totalmente in disaccordo con quelli dell’odierna medicina.

Probabilmente, alcuni dei casi di tarantismo documentati nella letteratura medica e non, dal ‘400 ad oggi, potrebbero essere il frutto di un avvelenamento da Latrodectus. Con il tempo poi, questa predisposizione patologia sarebbe confluita nella manifestazione dell’inconscio di molte donne che cercavano solo un po’ d’attenzione, anche probabilmente inconsapevoli del carico di simbolismo di cui era intriso il loro ballo.

latrodectus

Latrodectus Tredecimguttatus (Fonte: wikipedia)

La taranta è stata identificata nel corso dei secoli anche con altri animali o insetti, tutti in grado di poter iniettare veleno in dosi più o meno sufficienti a provocare delle reazioni nei soggetti che lo ricevono, come ad esempio lo scorpione, il tafano ed il serpente, particolamente ricorrenti in diverse leggende e mitologie. In particolar modo sembra che in puglia vivesse uno scorpione (conosciuto come  “Lo scorpione di Puglia”), in grado di indurre i sintomi dei morsi e rimorsi in coloro che avevano avuto la sventura di incontrarsi con il suo pungiglione. E’ chiaro che l’animale di per sè ha poco significato, ciò che contava era sapere che fosse velenoso.

 

PRATICA DELL’ESORCISMO COREUTICO-CROMATICO-MUSICALE

Il rito della purificazione coreutica musicale che conosciamo oggi non è la medesima che si esercitava secoli fa. In origine,  infatti, una donna affetta dal veleno indotto dal morso del ragno doveva ballare con dei nastri colorati, si fissava allo specchio e risciacquava in continuazione il viso in un catino pieno d’acqua (elemento legato ad antichi riti di purificazione che avevano luogo sulle navi) per rinfrescarsi dello sforzo subito, oppure ancora impugnava una spada con la quale poter fendere l’aria. L’utilizzo delle spade era ricorrente sopratutto negli esorcismi maschili. Le armi servivano per grattare il corpo e scaricare la frenesia indotta dagli spasmi muscolari. Alcuni di questi elementi sono sopravvissuti tuttora, come ad esempio la danza delle spade che si esegue durante la festa di San Rocco a Torrepaduli. Erano ricorrenti anche altre forme di esorcismo:  il semplice ciondolare da un’altalena esattamente come un ragno ciondola appeso alle sue ragnatele, il contatto con la natura e gli elementi arborei e che hanno trovato collocazione all’interno del tarantismo, evolvendosi o sbiadendosi nel corso dei secoli. La forma indubbiamente più conosciuta del processo di purificazione è quello relativo all’esorcismo musicale nel quale permangono ancora alcuni degli elementi citati poc’anzi.

La melodia da intonare per compiere un esorcismo musicale non è sempre la stessa, ma dipende dal colore della taranta che ha morso il soggetto. Ogni colore è associato ad una diverso ritmo e solo quella sarà in grado di innescare la reazione coreografica del soggetto, che prima giacerà in uno stato di apatia, lassismo e depressione. In assenza di un gruppo di musicisti qualsiasi rumore o suono può essere utilizzato come miccia per l’esorcismo, in casi estremi il posseduto può anche autoindursi il ritmo a sè più congeniale sbattendo il piede sul pavimento e dando il via alle danze, un’operazione spesso associata a fenomeni di allucinazioni.

Una volta trovata la melodia giusta la tarantata comincia ad agitarsi, a stendersi sul pavimento, a dimenarsi come se fosse in preda ad attacchi epilettici. Si avvicina ai musicisti, copre con i passi ampi spazi, assume atteggiamenti disinibiti e talvolta erotici, il tutto cadenzato da un ritmo spesso troppo regolare per sembrare il frutto di una “purificazione indotta”.  La regolarità della pratica coreografica può essere interrotta solo da un disturbo esterno, come la visione di un oggetto con lo stesso colore della taranta che ha indotto la possessione. In tal caso la tarantata comincia a dimenarsi in maniera scordinata, ammenochè non riceva degli oggetti o semplicemente dei nastri con lo stesso colore che ha indotto il disordine al fine di sfogarsi e scaricare la propria rabbia. Talvolta dei nastri colorati vengono offerti al malcapitato prima ancora di cominciare l’esorcismo, al fine di aiutare l’identificazione della melodia da suonare.

Durante l’esorcismo il soggetto può parlare con San Paolo chiedendo per sè la grazia. San Paolo può decidere se intercedere o meno per il malcapitato interrompendo il martirio che lo tormenta e liberandolo dall’ossessione del ragno. A grazia ricevuta la tarantata cadeva in un sonno profondo e risanatore. In caso contrario invece i musicisti sarebbero stati costretti a suonare anche per giorni fino a che gli effetti del veleno non fossero svaniti del tutto, in attesa poi della fase del rimorso che si sarebbe fatta risentire l’anno successivo.

La guarigione di un tarantato corrisponde alla morte dell’animale che lo ha morso e iniettato il veleno. Potrebbe quindi avvenire anche semplicemente eliminando l’artefice della possessione, ma questo scatenerebbe le ire di San Paolo in quanto ogni tarantola è un animale a lui sacro. Così, l’unico modo per poter uccidere una taranta è quello di farla ballare insieme alla sua tarantata alla quale è connessa, fino a quando esaurite le forze, l’animale muore liberando dalla possessione la sua vittima.

Talvolta le tarantate potevano avventarsi contro l’immagine di San Paolo, che veniva posta nel luogo dell’esorcismo dai famigliari, come avveniva per esempio per gli esorcismi all’interno della cappella a lui dedicata a Galatina, dove per proteggere la statua del Santo, un tempo locata nella Chiesa Madre, è stata collocata una grata contro la quale le tarantate inveiscono durante la fase di possessione del ballo.

IL RUOLO DEI MUSICISTI

Un tarantato significava principalmente una cosa: una spesa eccessiva, spesso tale da provocare un vero e proprio dissesto economico alla famiglia. Per il soggetto andare a lavorare era incocepibile dato lo stato di apatia e abbandono in cui di solito vigeva. Spesso  neanche i  famigliari potevano recarsi a lavoro poichè dovevano tener d’occhio la situazione, nonchè offrire ospitalità ai musicisti che venivano chiamati da ogni dove per compiere l’esorcismo coreutico musicale.

Il compenso dei musicisti era spesso esoso: per avere un’idea, una delle tarantate simbolo del fenomeno, Maria da Nardò pagava ben 12.000 lire al giorno per i servizi offerti dai suonatori oltre le spese del vitto. Per due giorni di ballo la spesa nel ’59 si aggirava in media intorno alle 30.000 lire, spesso anticipate dal padrone e da scontarsi con giornate lavorative gratuite.

A carico del tarantato erano anche le spese per il viaggio dei musicisti. Le spese dunque variavano da caso a caso e da comune in comune.

Durante l’esorcismo tutti i presenti, che di solito accorrevano dalla strade e dalle piazze nell’appartamento dello sventurato non appena il suono del tamburello cominciava a vagare libero nell’aria, lasciavano alla famiglia delle generose offerte, le quali venivano interamente devolute alla cappella di San Paolo che, a sua volta,  reimpiegava il denaro in interventi di ristrutturazione, ammodernamento e decoro con arredi sacri. La cifra raccolta alla fine di ogni esorcismo era sempre considerevole, raggiungendo  in un occasione anche 74.000.

Il ruolo dei musicisti era fondamentale. A loro spettava il compito di intonare le diverse composizioni melodiche che avrebbero potuto stimolare il ballo della tarante fino a che, trovata quella giusta, non aveva inizio il vero e proprio esorcismo con il danzare frenetico della persona posseduta dal mistico animale. La melodia era poi spesso associata ad un colore, caratteristico del tipo di taranta che ha morso la vittima, Le varie prestazioni potevano durare anche molte ore, a volte giorni. Da cui l’esigenza di dover fornire vitto e alloggio ai suonatori, soprattutto se provenienti da paesi differenti da quello della tarantata.

Nel ‘600 a Taranto i musicisti erano considerati dei veri e propri funzionari con regolari stipendi, in modo da far fronte alle famiglie che non potevano permettersi di pagare l’esorcismo. alcuni divennero famosi e ricercati in tutti i comuni per le loro strabilianti doti ed innato talento.

Il tarantismo subisce sicuramente una prima fase di declino indotta dall’assenza di validi musicisti: non si eseguono più i forti cicli coreutico musicali atti a identificare prima la melodia che si associasse al colore della taranta, quelle che induceva il ballo nel tarantato, trasformando delle vere e proprie orchestre, significative anche dal punto di vista folcloristico, in un gruppo di suonatori dilettanti vincolati ad una melodia monotona con un ritmo decisamente troppo regolare e privo di magia.

La cura mediante la musica trova un opportuno riferimento nella teoria degli umori, secondo la quale il giusto funzionamento del metabolismo umano era basato sull’armonia di quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera) e nell’ordine delle passioni i quattro temperamenti (sanguigno, flegmatico, collerico e melanconico). La sanità era armonia degli umori mentre la malattia una disarmonia degli stessi. La musica, in quanto armonia, poteva aiutare a ristabilire l’ordine umorale e quindi a guarire. si potevano riconoscere quattro modi musicali fondamentali tra cuimixolidio, dorio, lidio e frigio che i medici  della scuola napoletana cercarono di innestare nel sistema di corrispondenze dei quattro temperamenti, dei quatto umori e dei quattro elementi della natura.

ORIGINI ED EVOLUZIONE DEL TARANTISMO IN PUGLIA E NEL MONDO

L’espansione dell’Islam verso l’Italia meridionale già dal VII secolo, nonchè la forte influenza greca indurrebbero a pensare che l’origine del tarantismo sia da ricercare in un contesto di riti orgiastici e iniziatici del mondo ellenico o di quello africano, fenomeni legati entro certi limiti a civiltà protomediterranee. Tra le due culture  vi vi sono molte analogie se rapportate sul piano di due fenomeni: il menadismo per il mondo greco, una forma di frenesia estatica per Dioniso che coinvolgeva solitamente donne, rappresentate con indosso pelli di animali e spesso agitando un tamburello; la possessione  dello zar o  dei bori per il modo africano, nella quale il corpo di un soggetto ospite veniva controllato da un entità demoniaca. L’area di diffusione e di sviluppo di questi culti prevederebbe i paesi islamici dell’Africa settentrionale, la penisola Arabica, l’Etiopia ed una parte del Sudan, oltre al mondo afroamericano dove simili miti si sono sviluppati parallelamente assumendo via via nomi diversi come macumba, candomblè, santeria e vodu.

Riti di purificazione da una forma di possessione sono rintracciabili anche nella penisola Iberica, in Irlanda e in Sardegna, anche se dallo scarso materiale a disposizione non è possibile delimitare delle linee di collegamento con il tarantismo pugliese. Quello che sappiamo dell’Argia sarda però, potrebbe bastare per definire una connessione diretta con il tarantismo: esiste un animale mitico, l’argia per l’appunto, che può avvelenare un individuo con il suo morso. Può essere catalogata come  nubile, sposa e vedova e per ognuna si defnisce un differente tipo di esorcismo. Questo viene praticato da suonatori e ballerini mentre l’esorcizzato rimane al centro della scena, sepolto sino al collo nel letame o in una fosse piena di terra, oppure ancora lasciato al suolo in preda ad una crisi. I ballerini che partecipano al rito sono a laro volta nubili/celibi, sposati o vedovi in sintonia con i tipi di argia. si esibiscono in gruppi per verificare quale di questi scateni una reazione nell’esorzizzando, proprio come nella taranta, prima di poter proseguire con l’esorcimo vero e proprio.

I componenti relativi all’altalena, all’acqua, agli specchi e alle spade ritornano invece nel culti di stampo greco.Il morso viene invece identificato come l’incipit di una fuga angosciante ed estenuante, e non necessariamente praticato da un animale che possiede del veleno. Un esempio è dato dal mito della “vergine errante“:

Io, sacerdotessa del tempio di Hera ad Argo. è la vittima di un amore precluso la cui sciagura ha inizio quando di notte, fantasmi lusingatori la esortano a cedere alle tentazioni e alle lusinghe di Zeus. La fanciulla rivela i suoi sogni al padre Inaco, il quale consulta l’oracolo che gli dice di cacciare la figlia di casa e lasciarla errare in libertà fino agli estremi confini del mondo. Zeus allora trasforma la fancuilla in vacca in modo che possa possederla come toro, mentre Era la fa sorvergliare da Argo dai cento occhi. Quest’ultimo viene ucciso da Hermes su ordine di Zeus mentre Hera invia alla fanciulla un tafano che con il suo pungiglione la obbliga ad una corsa senza fine.

Così come nel mito di Io anche il tarantismo secondo il De Martino, vedrebbe la sua ragion d’essere in problemi di stampo esistenziale delle fanciulle che, abbandonata l’ètà dei giochi si apprestano ad entrare nel mondo delle passioni e delle ansie, provocando questo stato di angoscia e delirio.

La forma di esorcismo tramite l’impiego di un’altalena potrebbe ricondurci al mito di Aracne, una fanciulla che osò sfidare Athne in una battaglia al telaio. La giovane rappresentò sulla tela scene che rappresentavano gli dei nei loro momenti meno gloriosi. Per questo venne punita: fu tramutata in ragno e condannata a penzolare sulla sua ragnatela per l’eternità, proprio come un altalena. Aracne rappresenterebbe il possibile disordine psichico che potrebbe nascere nelle fanciulle impegnate al telaio, simbolo di un lavoro monotono e logorante.

l’immagine del telaio si ricollega anche al mito delle Minyadi, punite mentre si ostinavano a lavorare con questo strumento, ostentando disprezzo per le orgie dionisiache.

Lo specchio, invece, rappresenterebbe la civetteria umana: la prima scena della Liturgia della Villa dei Misteri raffigura una donna seduta che si acconcia i capelli e specchiandosi in uno specchio sorretto da un cupido, abbigliata da sposa. Seguiranno altri momenti di quello che sembrerebbe un rituale iniziatico, per terminare con pratiche orgiastiche.

La donna è l’elemento ricorrente in queste rappresentazioni mitologiche, molte delle quali a sfondo sessuale ed orgiastico. Elemento non da trascurare se si considera che la maggiorparte delle “vittime” morse dalla tarante sono di sesso femminile.

La pratica dell’esorcismo musicale viene associata al tarantismo in un seconda istanza, nell’applicazione delle  pratiche del coribantismo, nelle quali una prima fase di esplorazione intorno all’esorcizzando era volta ad identificare la melodia più adatta all’applicazione dell’esorcismo, ritenendo che l’armonia musicale fosse l’unica arma contro il delirio.

La fusione di queste pratiche ai miti sopra descritti sarebbe da attribuire al periodo di massima esposizione del meridione ad un andirivieni generale di popoli e culture diffenti. Tra il IX e XIV secolo il Mediterraneo divenne di nuovo preda delle incursioni musulmane, nonchè punto strategico per la buona riuscita delle crociate. Questo lo espose ad un’ampia serie di cicli epidemici come peste, vaiolo, morbillo, la lebbra molte delle quali provocate spesso da animali il cui morso è sempre stato visto con sospetto e timore. Potrebbe quindi essere questo il momento in cui il Tarantismo vide per la prima volta la luce così come lo abbiamo conosciuto noi. Poi intervenne la Chiesa, che pian piano riuscì ad attenuarne la forma più esibizionistica fino a “recintarlo” progressivamente alla sola area del comune di Galatina.

LA CAPPELLA DI GALATINA

Per un tarantato basta avvicinarsi al comune di Galatina e in particolar modo alla cappella di San Paolo per cominciare ad avvertire i dolori e sintomi del magico veleno della taranta, che reagisce quasi alla presenza del Santo Apostolo in modo da cominciare il rituale di purificazione. Il fenomeno è stato osservato dallo stesso De Martino, il quale si è offerto insieme alla sua equipe di accompagnare una delle tarantate, che avevano conosciuto durante la campagna di studio, nella piccola cappella in modo che potesse chiedere la grazia al Santo e ricevere la cura.

Affinchè il rituale potesse funzionare correttamente, spesso la persona tarantata doveva recarsi nella cappella con gli stessi abiti o gli stessi oggetti che portava con sé nel momento del morso, quasi come a voler riproporre un percorso mistico. Non era raro, inoltre, che le tarantate si recassero alla cappella vestite da spose, “le spose di san Paolo“.

Il legame quasi indissolubile tra la cappella di San Paolo e il Tarantismo è nato intorno al ‘700, quando la Chiesa, nel suo tentativo di scardinare dalla tradizione riti e culti di stampo pagano, decise di affiancare al fenomeno del tarantismo la figura di San Paolo ed un luogo a lui legato, la casa di San Paolo. Questa sarebbe la piccola abitazione nella quale il Santo trovò accoglienza nel suo viaggio verso Roma. Quando la lasciò, per ringraziare chi lo aveva ospitato, conferì loro e a tutta la loro discendenza il dono della guarigione dal morso di animali velenosi, da utilizzare insieme all’acqua del pozzo associato alla casa, da allora arricchito da proprietà magiche. Il pozzo esiste ancora, anche se murato in quanto l’acqua che sorgeva al suo interno risultò contaminata. Terminata la discendenza della casa di San Paolo, l’unico modo per guarire dal morso di animali velenoso rimase quello di bere l’acqua del pozzo. E’ in questo arco temporale che si affermano i Sanpaolari, sedicenti discendenti della casa di San Paolo i quali si attribuivano proprietà di guarigione soprannaturali.

Moltissimi pellegrini affluivano alla casa di San Paolo per ottenre un pò dell’acqua miracolosa offrendo un obolo. La proprietà faceva parte di un comprensorio di cui era proprietario il capitolo di Galatina. nel 1752 Don Nicola Vignola acquistò la casa e il pozzo per 700 ducati con riserva al capitolo di eventuali donazioni in denaro e che i proventi della vendita venissero utilizzati per  messe in onore di San Paolo, celebrate da sacerdoti discendenti dal nuovo proprietario o, in mancanza di questi dal Capitolo. Quando i discendenti preti dei Vignola si estinsero la famiglia decise di costruire una cappella e appropriarsi del reddito dei 700 ducati. Nacque una contesa che durò decine di anni e terminò con la consacrazione della cappella, nel 1793, inseguito al matrimonio tra un nipote del capo del Capitolo e la figlia del Vignola. era questa l’attuale cappella con la tribuna (che ha consentito a De Martino di assistere senza essere visto alla contorsione delle tarantate nel giorno della festa dei Santi Apostoli) e il dipinto del Santo. Mancava solo la statua, spostata dalla chiesa madre alla cappella e protetta da una grata in metallo per proteggerla dalle violenze che le venivano rivolte dai tarantati in attesa della guarigione.

Il mito del tarantismo venne così rinchiuso tra quattro mura dove l’esorcismo musicale non era consentito. La medicina faceva progressi e lo classificò come un semplice malattia, la cui guarigione non aveva nulla a che vedere con la musica. Si vennero a creare così le basi che portarono il Tarantismo ad una graduale e lenta scomparsa.

L’ASSOCIAZIONE CON SAN PAOLO

La forza trainante pagana del tarantismo poteva rappresentare uno sgradevole incomodo per il Cristianesimo: le donne si sentivano libere di poter fare ciò che volevano, ballando prive di ogni forma di pudore cavalcando le orme di riti orgiastici. Bisognava trovare il modo di limitare la diffusione di quello che sembrava fosse un morbo.

Tutto poteva essere fonte di disordine, basti pensare al fatto che le donne dovevano rimanere in chiesa con il capo coperto e mostrare in ogni caso un segno di sottomisione all’uomo. Questo non faceva altro che incrementare la possibilità di generare numerose crisi, con le quali poter sfogare le propria frustazione e potersi liberare dal peso che opprimeva e schiacciava l’animo femminile. Spesso questa forma di oppressione poteva sfociare in vere e proprie “epidemie coreutiche dilaganti” un contagio collettivo che vide alcuni esempi famosi in tutta europa, come ad esempio l’improvvisa agitazione che colpì i fedeli nel Natale del 1021 nella messa della chiesa di Kolbig o la famosa epidemia coreutica che ebbe luogo ad Aquisgrana nel 1347, in occasione delle festa di San Giovanni, per poi dilagare in tutto il bacino del Reno. E poi ancora a Strasburgo nel 1518, dove per l’occasione vennero ingaggiati un cospicuo numero di musicisti per alternarsi e suonare ininterrottamente in alcuni “posti di ballo”, istituiti per l’occasione, al fine di far scaricare gli ossessi con danze scandite al ritmo di pifferi e tamburi.

La cappella di San Paolo a Galatina si prestava bene allo scopo: far convergere tutte coloro che si definivano tarantate in un unico luogo, sotto l’influenza di un santo, sarebbe stato il modo migliore per porre rimedio ad un fenomeno che durava ormai da troppo tempo.

L’associazione del tarantismo a San Paolo scaturisce da un aneddoto: quando si trovava a Malta un serpente velenoso lo morse, ma questo non sortì nessun effetto sull’Apostolo delle genti che venne  visto dalla popolazione del luogo come una persona in possesso di doti soprannaturali. La terra di Malta divenne per i ciarlatani la cura al veleno di animali velenosi e i Sanpaolari non fecero altro che utilizzare questo espediente per proprinarla come rimedio medico al tarantismo nel Salento. Altri, come George Berkeley nel suo viaggio in Italia alla fine delle seconda decade del ‘700,  ci racconta come fosse possibile preparare un rimedio al tarantismo semplicemente immergendo in una coppa con del vino la lingua di un serpente pietrificato rinvenuto a Malta, da bere al termine di un ciclo coreutico di tre sessioni di ballo giornaliere per tre giorni di seguito

L’insieme di coincidenze che videro San Paolo arrivare nel Salento, dove venne poi a confinarsi gradualmente il fenomeno del tarantismo, fecero di lui una scelta quasi obbligata per accompagnare la cristianizzazione del fenomeno. Le tracce del suo passaggio, veritiero o leggendario che sia, sono documentate all’interno della Chiesa di San Pietro e Paolo, in un masso sul quale si sedette L’Apostolo per riposare.

La pietra sulla quale sedette San Paolo

Il ruolo di San Paolo nel tarantismo è però decisamente bizzarro. A volte è visto come il salvatore, colui che libererà il tarantato dal male, e a volte invece il punitore che inocula il veleno nei peccatori. Non mancano tuttavia dei riferimenti sessuali, secondo i quali lo stesso Santo, per indurre il morbo in una donna, osasse pizzicarla sul pube, chiara allusione all’origine orgiastica e pagana del fenomeno, anche per questo associata da De Martino soprattutto a problemi inerenti la sfera sessuale e la pubertà.

La cappella ha adempito a dovere ai propri compiti e pian piano il tarantismo ha visto sbiadirsi sempre di più le sue fondamenta fino a diventare un ricordo, una confusa immagine di quello che poteva rappresentare un tempo, quando l’Italia intera cercava di spiegare un fenomeno di quella che a prima vista sembrava essere una terribile “epidemia” di morsi e rimorsi, che non trovava nessuna collocazione nel mondo scientifico conosciuto, ma che fu in grado di mettere tutte le più grandi menti dell’epoca d’accordo sulla necessità di doversi porre un interrogativo: cos’è il tarantismo?

Marco Piccinni

Bibliografia e Sitografia:

Ernesto De Martino – La Terra del Rimorso, Edizioni “Il Saggiatore” (2009)

Wikipedia – Latrodectismo

The Works of George Barkeley


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