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I ruderi dell’Abbazia del Civo

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Aggiornato il 30 Ottobre 2025

Tempo di lettura: 6 minuti

Matonna de Ciu, Santa Maria del Civo, Sancta Maria del Cibo, le denominazioni che dai giorni nostri fino al lontano periodo di dominazione normanna hanno accompagnano il complesso abbaziale sito tra i comuni di Racale, Taviano e Melissano, fino a non molto tempo fa meta di pellegrinaggio ogni 25 Marzo, giorno che tradizionalmente ricorda l’Annunciazione. Era proprio questa una delle scene che coronava uno dei tre altari presenti all’interno della chiesa, nel suo rimaneggiamento seicentesco, insieme ad una raffigurazione di San Ignazio da Loyola e della titolare, la Madonna del Cibo, una rielaborazione dell’Odigitria con in mano un uccellino bianco ed una melagrana. Un’immagine molto venerata dal conte Goffredo di Nardò, il cui connestabile Giliberto Senescalco venne sepolto nella suddetta abbazia nel 1120.

Da questa  sepoltura è stato possibile delimitare le fondamenta sulla quale poggia la storia di quella che oggi si presenta come pochi ruderi nascosti in grovigli di rovi. Uno studio attento e accorto da parte di Stefano Cortese ha consentito inoltre di retrodatare la frequentazione umana nella zona fino ad un periodo compreso tra il III e il V secolo d.C., durante il quale potrebbe essersi sviluppato un agglomerato rurale romano. Civo, quindi ,erra probabilmente uno dei tanti vici di epoca tardoantica, creato dal dirigismo instaurato di Diocleziano e che produceva quel surplus pronto da imbarcare tanta “res frumentaria” al vicino e fiorente porto di Torre San Giovanni. A causa della carenza di studi sulla ceramica, le ipotesi di un abitato di in etò altomedievale poggia su basi poco sicure ad eccezione dei riferimenti all’abbazia.

Ruderi dell’abbazia del Civo

Un complesso di pertinenza di monaci italo-greci fondato nella seconda metà del XI secolo ad opera del già citato Goffredo, visitato da Giacomo Arditi e dal de Giorgi quando ormai l’edificio non godeva più di buona salute, che si svicola tra perdute e ritrovate testimonianze di megalitismo. Nella visita pastorale del de Pennis, nel 1452, risultava già in stato di abbandono. Divenne di proprietà dei Del Balzo, signori di Melissano, che ne disposero una ricostruzione che non servirà, purtroppo, a restituire il giusto valore al complesso un tempo dipendente dall’Abbazia di San Mauro.

L’origine del toponimo potrebbe rieisedere nel “modello iconografico” della Vergine scelto per presiedere la chiesa monacale. Un riscontro analogo lo troviamo nel transetto della cattedrale di Nardò, nella Vergine di Nerito, risalente alla medesima epoca di quello del Civo. Qui la Vergine regge in una mano una melagrana, appena visibile, dettaglio forse sfuggito al de Giorgi, che ci ha fornito una descrizione della decorazione pittorica dell’edificio quando versava già in un pessimo stato di conservazione. Melagrana in greco di dice σιτοσ (sitos) che significa anche cibo, pane, grano. A riprova di questo possiamo aggiungere che in tutti i documenti precendenti al XVII secolo il riferimento all’abbazia avviene con l’appellativo di “Santa Maria del Cibo“.

Nei suoi Bozzetti di Viaggio Cosimo de Giorgi da una sommaria descrizione di tutto il complesso:

Da Racale a Taviano vi e la distanza di circa due chilometri lungo la via provinciale che da Ugento mena a Gallipoli. Noi batteremo la via vicinale che passa per le contrade Chiusa e S. Giuseppe per osservare gli ultimi avanzi di un’antica abbazia di Basiliani, detta S.ª Maria di Civo. Questa si vuole che sia stata edificata nel xII secolo, e poi ricostruita da Giovanni del Balzo nel 1437.
Ecco le notizie che ho potuto raccogliere su questa abbazia e lo stato nel quale ora si trova.
Quel poco che si sa lo dobbiamo a Giovambernardino Tafuri da Nardò, che scrisse le molte sue opere nella prima metà del secolo scorso, ma fu giudicato dal Gregorovius e dal Capasso, scrittore d’incerta
fede e fabbricatore di cronache. Non pertanto noi riporteremo i pochi documenti da lui raccolti, e riferiti anche dall’Ughelli nell’Italia sacra.
Al suo tempo era ancora in piedi l’abbazia e sulla porta maggiore di essa era incisa questa iscrizione:

JOANES DE BAVCIO | EPISCOPVS LEVCADESJS |
HOC OPVS FIERI FECIT | ANO MCCCCXXXVII

L’Ughelli, nella Serie dei Vescovi di Leuca e di Alessano, parlando di Giacomo del Balzo dei principi di Taranto, quattordicesimo nella serie, dice che restaurò questa chiesa qual abbate commendatario nel 1431, e cita dal Tafuri quest’altra iscrizione:

JACOBVS DE BAVCIO | EPISCOPVS LEVCADENSIS |
HANC DOMVM REHEDIFICAVIT | ANO MCCCCXXXI

Sopra una finestra dell’abbazia si leggeva allora una data anche anteriore alle precedenti:

PETRVS ABBAS S. MARLE DE CIVO | FIERI FECIT | AN. DNI. MCCCLI

Infine Giovanni Giacomo del Balzo, che fu nominato vescovo di Leuca e di Alessano nel 1488, secondo l’Ughelli, restaurò nel 1507 la chiesa diocesana di S. Maria di Civo, come si rileva da quest’altra iscrizione che fu rinvenuta sul limitare della porta maggiore di essa, e che pure è riportata dal Tafuri:

TEMPLVM HOC | JACOBVS DE BAVCIO EPISCOPVS LEVCADENSIS |
REHEDIFICAVIT | AN. MDVII

Queste iscrizioni però accennano ai soli restauri ed alle ricostruzioni. Intorno alla sua fondazione riporterò quest’altra iscrizione che si leggeva, come si rileva da una nota di G. B. Tafuri al Chronicon Neritinum, nei primi del secolo scorso, sopra una lapide sepolcrale:

Hic Jacet Gillipertus Miles Comestabulus quondam Domini Goffridi incliti Comitis Lici et Neriti. Qui Obiit Anno Dominica Incarnationis MCXX Mense Octobri Indictione XIV. Cujus Anima Requiescat In Pace.

Secondo la Cronaca sarebbe morto invece nel 1125. In entrambe però l’indizione è sbagliata.
Pare quindi che l’abbazia sia stata edificata nel principio del duodecimo secolo al tempo dei primi Normanni che furono duchi di Puglia.
Di tutte queste lapidi ed iscrizioni oggi non resta alcuna traccia; e da oltre cinquant’anni in qua l’abbazia è stata ridotta ad un mucchio di rovine. Una sola iscrizione, ma del secolo XVI, mi riusci di pescare in Taviano e raccomandai che fosse custodita gelosamente. Formava la soglia della porta nella casa di un contadino ed accennava alla costruzione di una cappella nella chiesa di S.’ Maria di Civo.

RENALDVS LVPVS | VIR DEVOTVS | DIVE NVNCIATE | CONDIDIT HANC |
CAPPELLAM 1514

Proveniva da S.’ Maria di Civo ed oggi si trova inquadrata alla base del campanile della parrocchiale di Taviano.
La distruzione dell’abbazia cominciò verso la metà del I500, cioè pochi anni dopo la visita fatta alla chiesa dalla duchessa di Racale di famiglia Tolomei, che fece graffire sull’unico dipinto a fresco tutt’ora esistente, questa iscrizione: 1543. Porcia Ptolomea contessa de Potenza fo qua a li 16 Febbrajo. A quest’uso vandalico, che continua ancora, dobbiamo altre curiose notizie di quel tempo. Di fatto della stessa signora si legge: 1564 fu ditta S.”a con lo S.’ Conte …. et magnaro; e sotto un altro graffito vi e la data: A di 2 Febbrayo 1564. In altro luogo si legge: A di 13 d’Aprile 1597 fu qui D. Pompeo de Benedittis.
Il solo dipinto, al quale ora ho accennato, rappresenta la Vergine assisa su sontuoso baldacchino col Bambino che colla destra benedice e nella sinistra ha un uccellino bianco. Nei due lati in due edicole dipinte sono effigiati due angeli che pregano. Il fresco è tutto in pessimo stato di conservazione esposto com’è alle intemperie, essendo crollata la tettoja della chiesa.
Anche i muri dell’abbazia son quasi tutti caduti, perche erano costruiti con pietre informi legate con calce; e appena appena vi si può riconoscere l’antica disposizione di alcune stanze del chiostro o meglio dell’atrio della chiesa. A breve distanza da questa, nella campagna, vi è una Specchia tuțta circondata da una foresta rigogliosa di ulivi. E qui fu rinvenuta, lavorando il terreno, una bellissima freccia di selce piromaca perfettamente conservata, donatami dal signor Cesare Leopizzi, che conservo nel mio gabinetto paletnologico salentino, con altre due pure del territorio di Taviano favoritemi dal Dott. Domenico Franco, e trovate una nella Contrada Scorridori, l’altra nel luogo detto Crocicche presso la Cappella suburbana di S.’ Marina.

L’università del Salento nell’ambito delle attività del LabTAF, il Laboratorio di Topografia antica e Fotogrammetria, ha analizzato le foto aerre un’area di 300 Kmq nella parte meridionale della penisola salentina, identificando circa 394 aree di interesse archeologico, l’80% delle quali praticamente inedito e solo per l’1% soggette ad una qualche forma di protezione e/o tutela. Tra le aree interessate dalla ricerca vi è anche quella della pertinenza abbaziale del Civo.

Analizzando le tracce sulle anomalie della composizione del terreno dovuta alla presenza di strutture in pietra interrate (che risulta in un differente contrasto cromatico in foto) è stato possibile delineare il perimetro di alcuni edifici su una superficie di circa 50x60metri e su un’area più vasta, di circa 200×150 metri, sono stati recuperati frammenti di ceramiche e altro materiale edile.

Qui di seguito il dettaglio della restituzione delle tracce attribuibili all’insediamento romano intorno al quale si è poi strutturato il complesso del Civo durante il medioevo.

Dettaglio della restituzione delle tracce attribuibili all’insediamento di età romana: l’immagine mostra una struttura articolata in diversi ambienti con orientamento NO-SE [Pezzulla]

Dimenticata dai documenti, dalle visite pastorali, le mura della chiesa e dall’abbazia continuarono il solitario cammino sulla strada del tempo, incrociando il passo con centinaia di fedeli che non rinunciavano al tradizionale pellegrinaggio sul finire di Marzo, in occasione delal ricorrenza dell’Annunciazione (a cui era dedicato uno dei tre altari della chiesa), almeno fino a chè anche l’ultimo muro non si è lasciato andare, sopraffatto da milioni di ricordi e sofferenze. Una contrada un tempo ricca e affollata cade inesorabilmente nell’anonimato. Un altro pezzo di storia che se ne va.

Marco Piccinni

BIBLIOGRAFIA:

Stefano Cortese, Scoperte e notizie inedite su santa Maria del Civo, in “La Piazza”, Taviano, 2007

Cosimo de Giorgi, La Provincia di Lecce. Bozzetti, vol. 2 1965, Congedo Editore, pp. 252-254

Barbara Pezzulla, Topographic analysis and photo interpretation of historical and recent aerial images. A case study: the ancient Civo settlement.

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